banner voyager

Seconda Parte:

04 agosto 2006, Arrivati alle 05,30 subito cerchiamo un bus per Ciudad Bolivar ma tutti gli esecutivi sono ormai pieni.. Optiamo per un bus-cama diurno delle 07,15 (668 chilometri)  per la cifra di 17 dollari a testa pagati 20 da uno dei mediatori- garimperos che operano allo stato brado nei terminal per conto delle agenzie di trasporto. Tra l‘altro, a mio giudizio, offrono un buon servizio a chi, un po’ spaesato, capita in un terminal a 10.000 chilometri da casa. Funziona così. I biglietti degli autobus li acquisti nell’ufficio della compagnia con la quale vuoi viaggiare, nell’androne del terminal, molte sono le compagnie e molti gli uffici. Il biglietto è a prezzo fisso, con tanto di prezziario appeso, ma lasciano libere persone, i garimperos, di andarlo a vendere al prezzo che vogliono direttamente sul piazzale. La compagnia ci guadagna in quantità, ha delle persone a prezzo zero che trovano clienti, ed i garimperos ( letteralmente i cercatori d’oro) ci guadagnano facendogli la cresta. Come scendi da un autobus non hai il problema di correre a cercare la biglietteria, la coincidenza, la piazzola di partenza dell’autobus, ma arrivano in quindici urlandoti nei timpani le varie destinazioni. Quando hai scelto il tipo che urla la destinazione che ti interessa ti dice il prezzo del biglietto, la piazzola e l’orario e se non sei uno spilorcio ti porta anche le valigie. Solitamente si tengono 2/3 dollari a testa, con un italiano, con tedeschi e canadesi moooolto di più.
La nostra compagnia è la “ Expresos del Mar”, e dopo una breve sosta a Maracay, ripartiamo. Durante la sosta ho fatto un affarone e per 4 dollari ho acquistato un orologio digitale che  ogni ora si illuminava di tutti i colori cantando in spagnolo “ Besame mucho”, e non finita, prima di salire sono stato benedetto da una signora che mi anche letto un passaggio della Bibbia dicendomi che dovevo redimermi. Gli ho risposto che il mio problema è che sono troppo redento e dovrei, invece, lasciarmi andare un po’ di più. Cito un mio carissimo amico d’infanzia tal Charles Baudelaire “ Andrei in Paradiso per il clima, ma sicuramente all’Inferno per la compagnia”. Risalito sul bus e dopo aver perso più di un ora per un incidente, ci fermiamo in un “autogrill” dove saziamo il nostro appetito con cachapa, queso e carne alla brace. Lasciamo le ultime montagne per entrare nelle sterminate pianure, alla venezuelana, i Los Llanos. Passiamo Chaguaramas, Valle de la Pascua, Santa Maria de Ipire, El Tigre ed alle 22,00 siamo a Ciudad Bolivar. La città si affaccia proprio sull’Orinoco, che si passa attraversando un ponte, il ponte di Angostura, che è anche l’unico lungo il suo corso. Troviamo posto alla posada “Don Carlos” e riserviamo la stanza per 2 giorni. Di proprietà di un tedesco accasato con una venezuelana, la posada è molto bella, grandi stanze con soppalco, bagno pulitissimo, una cucina per farti da mangiare ed uno spazio comune con bancone bar dove puoi servirti da solo. Il costo della stanza è di 28 dollari con aria condizionata e per chi amasse l’amaca, alla Don Carlos, le affittano per 4 dollari al giorno con bagno in comune.
Riposto il tutto usciamo per cena, ma non saprei dirvi dove, e per una quindicina di dollari ceniamo con platano e porchetta. Nel mentre un poliziotto trascina fuori dal locale un tizio che maneggiava un coltello lungo come il piede di Shaquille O’Neil. L’allarmismo di molti, sulla pericolosità del Venezuela, non lo condivido in pieno anche se sconsiglio le ore buie del giorno. L’alcool, i venezuelani bevono molto, la precarietà lavorativa, l’arte di arrangiarsi conditi con il populismo ed i proclami di Chavez rendono palesemente tutto meno sicuro. Usciti, non prima di aver intrattenuto una piacevole discussione su Garibaldi e Bolivar  con un paio di avventori, di li a poco siamo in camera coccolati dall’aria trattata dal signor Daikin
Al mattino senza aver valutato altre proposte, per praticità, prenotiamo l’escursione a Canaima tramite la Don Carlos per 284 dollari (710.000 bolivares). L’escursione consta di 1 notte in amaca di fronte al salto, una in posada, tutti gli spostamenti ed i pasti, per un totale di 3 giorni. Ricordo che i 710.000 bolivares sono stati pagati con soldi cambiati al nero, cioè 284 dollari ( cambio 1 = 2500 )
se pagati con carta di credito equivarrebbero a 330 dollari più le varie commissioni. Dopo la colazione a base di Mango e Papaya (che in Venezuela chiamano Lechosa) usciamo e ci dirigiamo verso uno dei più imponenti fiumi al mondo, l’Orinoco. Lungo 2151 chilometri, inferiore rispetto a molti altri fiumi, ma con un grande bacino idrografico ed un immenso delta secondo solo al Rio delle Amazzoni. Nasce, scorre e muore interamente in territorio venezuelano. Le sorgenti sono a sud in prossimità del confine brasiliano, si dirige verso ovest guardando negli occhi la Colombia per poi virare bruscamente e lanciarsi nell’Atlantico formando un delta grande come il nord Italia.
Quando tocca Ciudad Bolivar è ormai quasi alla fine del suo viaggio e la città, qualcuno sostiene, sia stata fondata lì, proprio per salutarlo. Arrivati sul lungofiume veniamo a sapere che è giorno di festa, “ Fiesta de la Sapoara”, una festa dedicata ad un pesce ,la Sapoara appunto, che è pescabile solo un mese all’anno, agosto ed i primi giorni di settembre. Molti sono i pescatori, che da sopra le barche puliscono il pesce che poi vendono direttamente ai clienti. Il caldo è insopportabile, facendo due passi lungo il fiume incrociamo moltissima gente, chi vuol venderci birra, chi reti da pesca, amache, refrescos, chi ci tiene a farci sapere che è contro Bush e, forse il più coreografico, un artigiano dello shampoo che ci invita ad acquistare il suo cavallo di battaglia, lo shampoo che fa ricrescere i capelli. Con ghigno beffardo, rivolto a Sergio, come per dire “ Bè, a te servirebbe” ci mostra tutti i suoi prodotti ( perché proprio Sergio?? .. bè, se vedete Sergio da dietro non potete scambiarlo per Caparezza!). Il giovanotto è un colombiano con tanto di camice bianco, che si appresta ad indossare appena ci vede, e targhetta sul petto recante la scritta; “ Università degli studi di Caracas”. La ricetta dello shampoo è segreta ma dopo tanti “ti prego” riusciamo a scucirgli tre tra gli svariati ingredienti, gel di “aloe vera”, che seduta stante ricava da una foglia, placenta di vacca, che non poteva ricavarla seduta stante, ed un erba amazzonica che solo lui sa dove trovare. Io lo compro, con l’età non si sa mai, 1 dollaro e cinquanta un flacone da mezzo litro. Ringraziamo e sulla via del ritorno ci fermiamo per pranzo in un localino con un stranissimo condizionatore che faceva più casino di un “737”, una parillada, 2 Solera e via per un pomeriggio a poltrire in posada.
La sera decidiamo di cenare a casa, come primo spaghetti al pomodoro, come secondo, contorno dolce e frutta, mango! Preparando il sugo sono stato seguito passo passo da due canadesi, che interessatissime mi chiedevano di spiegare ogni gesto ed ingrediente. Due birre e poi a nanna.

06 agosto 2006. Alle 07,00 siamo in aeroporto ma per alcuni disguidi partiamo alle 08,30  divisi da Sergio e Mari, ad onor del vero i disguidi hanno un nome ed un cognome ed è lo stesso della maglietta e pantaloncini sul bus-cama, Saliamo sul trabiccolo, cinque posti più il pilota, e decolliamo lasciandoci alle spalle la città. Siamo in compagnia di due spagnoli ed un single pugliese che siede davanti, proprio accanto al pilota. Più che l’aereo,a tenerci in ansia per la nostra pellaccia, potè il pugliese. Forse provato da molti chilometri in autobus e coccolato dai movimenti dell’aereo, si addormentava di botto come i bambini dopo la pappa, e sbatteva, svegliandosi, la testa contro  il cruscotto del catorcio con tutte le sue leve e pulsanti. Il pilota con il braccio fuori dal finestrino, tranquillamente, sgranocchiava la sua mela e la cosa non sembrava turbarlo più di tanto, cazzo ma a noi si!! Scartata l’ipotesi di schiaffeggiarlo, che tra l’altro era la più indicata, decidiamo per una caramella e tante domande per tenere impegnato lui…. e vivi noi. Sotto, intanto, sfilavano bellissimi paesaggi, nessuna strada, si alternavano radure a fitte foreste e sullo sfondo sempre più alti si avvicinavano i Tepuy. I Tepuy sono massicci isolati, altopianeggianti, con pareti a picco alte fino a duemila metri che si ergono in una zona compresa tra il Venezuela meridionale, Guayana e Brasile settentrionale ed  hanno modellato un paesaggio straordinario ed unico al mondo. Molto studiati dai geologi in quanto antichissimi e pertanto custodi di risposte alle molte domande circa il nostro passato. Nota la loro formazione, molto meno i diffusi fenomeni carsici che all’interno erodono e disegnano chilometri di gallerie difficilmente spiegabili in rocce così dure. Ormai ai piedi dell’Auyantepuy, montagna dell’Inferno in lingua Pemon, dopo un ora di volo siamo a Canaima.
Consci del fatto di essere in ritardo, dopo aver passato il piccolo villaggio di Canaima, velocemente raggiungiamo il piccolo porto per salire su di una “curiara”ed in otto persone salpiamo per Salto Angel. Siamo in agosto, stagione di pioggie, ed il rio Charrao è navigabilissimo. Forse fin troppo in quanto la forte corrente e le relative rapide fan si che asciutti al salto non ci arriveremo.
Dopo circa due ore di navigazione ci fermiamo sotto una bella cascata per il pranzo ed un bagno ristoratore anche se di ristorarci non ne avevamo bisogno in quanto avevamo già dato. Dopo la sosta ripartiamo a palla, il paesaggio è bellissimo, il verde fitto e fa da spalla agli altopiani rendendoli ancora più alti. Dopo una secca curva a sinistra si presenta in tutta la sua bellezza Salto Angel che ci accompagnerà per l’ultimo quarto d’ora fino ad Isla Ratoncito, Sbarcati ci aspetta circa un ora abbondante di cammino nella foresta. La foresta è fitta e la scarsa luce solare fa si che manchi quasi completamente il sottobosco lasciando alle Bromelie l’onore di primedonne. Le Bromelie sono piante epifite cioè usano altri vegetali come supporto, e come le orchidee, le troverete sempre aggrappate  ai fusti di piante più grandi come a chiedere protezione. Non sono sicuro ma credo che anche l’ananas appartenga allo stesso ordine. Il cammino è agevole, solo nell’ultimo tratto la salita si fa ripida e dietro una grande roccia si presenta a noi Sua Maestà Salto Angel. La portata d’acqua è limitata rispetto ad altre cascate ma il salto è unico, 979 metri d’altezza di cui 808 in volo libero.
L’acqua arriva in fondo ormai stanca quasi avesse perso ogni speranza di toccar terra formando nuvole di gocce in un fragore assordante. Un piccolo lago, alla base, raccoglie le acque che  accompagnate dal Canyon del Diavolo, poi confluiranno nel Rio Churun   proprio davanti all’accampamento dove in amaca passeremo la notte.
Dopo una breve sosta e le foto di rito riprendiamo la via del ritorno e fatti 4 passi, ci ha risparmiato i primi 3, ci sorprende un diluvio che ci lascerà solo alla fine del sentiero. Chi non è mai stato a queste latitudini non può capire cos’è un’acquazzone tropicale e chi non era lì non può capire quello. Inutile ogni forma di protezione, arriviamo all’accampamento mooolto più bagnati del solito pulcino. Cambio veloce ed esausti ci sediamo intorno ad un lungo tavolo dove ci serviranno la cena. Un po’ stanchi ed un po’ provati dalla pioggia, le espressioni erano le stesse di chi aveva passato mezz’oretta in lavatrice. Ma una no! La Mari si presenta in minigonna nera con pizzi agli orli, camicetta bianca in raso perfettamente stirata, trucco leggero che ben si inseriva nei colori della selva e delle Eliconie che ci circondavano, e capelli con onde da far invidia alla Montalcini. Sembrava essere uscita da una beauty farm, i commensali senza farsi notare guardavano dietro ogni angolo come per cercare una risposta. Non trovandola, e sinceramente neanche noi, in compagnia di una decina di candele iniziammo la cena con un brindisi a Jimmie Angel. Jimmie, nel 1937, atterrando sull’Auyantepuy con il proprio aereo, dopo una perlustrazione, non riuscì più a decollare ed a piedi in 10 giorni fortunosamente uscì dalla foresta. Fu in questo frangente che scoprì la cascata che ancora oggi porta il suo nome. Scoprire è un punto di vista relativo, frutto dell’egocentrismo di noi “bianchi”, naturalmente la cascata, agli indios del posto, era nota da millenni, diciamo che ha sparso la voce. Finito il brindisi e la cena ci stendiamo, se così si può dire, nelle nostre confortevoli amache. Ho letto molte opinioni sul fatto che dormire sotto il salto non aggiunge niente ma non mi trovano d’accordo. La notte, con la luna piena lo spettacolo è mozzafiato, l’acqua in caduta si illumina sotto la luce riflessa del nostro satellite e stacca dalle buie pareti del tepuy creando un contrasto che incanta. Ma queste emozioni  non le puoi dividere dalla notte in amaca, che con buona pace di chi ci dorme regolarmente, non ha niente a che vedere con i dritti e comodi materassi della Pirelli. Se prendi una ti becchi anche l’altra.
Al mattino sveglia presto, e tutti piegati come se stessimo cercando qualcosa per terra, saliamo in barca per il ritorno. In favore di corrente il viaggio è leggermente più corto, ma seduti su gli assi della curiara, che sono sicuramente meno duri del diamante ma molto di più del marmo, la differenza il nostro fondoschiena non la nota. Arrivati a Puerto Ucaima, due passi a piedi e siamo in camera. La nostra posada è situata all’interno del villaggio, ma molte e più costose sono affacciate sul lago. La laguna di Canaima raccoglie le acque del rio Charrao che dividendosi in 4 cade in essa formando delle bellissime cascate. Ucaima, Golondrina, Wadaima e Hacha i loro nomi, ed il colpo d’occhio è veramente da cartolina, tal per cui questa laguna risalta sul frontespizio di una nota guida turistica. Il colore dell’acqua come quello del rio che la forma è un marron-rossiccio, più o meno come il Chinotto, dovuto a sostanze vegetali rilasciate dalla foresta. Dopo 2 ore spalmati sul letto, salpiamo un’altra volta direzione Salto Sapo e Sapito. Altrettanto belli, hanno la particolarità di permettere il camminamento dietro il muro d’acqua. Dopo un paio d’ore ritorniamo in posada giusti giusti per la cena. Il dopo cena lo passiamo bagolando con le guide del posto per poi lasciarci andare tra le braccia di Morfeo.
Il giorno seguente verso le quattro del pomeriggio, saremmo dovuti partire alle due, riprendiamo il rottame per far ritorno a Ciudad Bolivar. Nel giardino antistante l’aeroporto di Ciudad si trova, ristrutturato, l’aereo con il quale Mr. Angel si impantanò sull’Auyantepuy e relativa targa commemorativa. Come da accordi, dopo una veloce spesa, torniamo alla Don Carlos.
Per cena non tradiamo gli spaghetti e ce li facciamo al pomodoro ed un ananas come contorno. Una sbirciatina ad internet e ci ritiriamo.

09 agosto 2006, Dopo una doccia ed un abbondante colazione ci rechiamo in un’agenzia per prenotare i seguenti tre giorni nel Delta dell’Orinoco. Valutiamo alcuni itinerari ed i relativi prezzi. L’agente ci elenca i mezzi di trasporto, gli accampamenti ed i tempi. Fatti i conti il tutto ci costa 250 dollari a testa. Attimo di gelo, e presto ci accorgiamo che i conti li abbiamo fatti con l’agente ma non con Marina e Mari. L’altra metà del cielo chiede un time-out di 5 minuti per discutere democraticamente circa l’escursione. Democraticamente, poco dopo, veniamo a sapere, e l’agente con noi, che l‘escursione al Delta era annullata e si partiva per i Los Llanos. Mesi abbiamo pensato al delta dell’Orinoco ed in cinque minuti tutto è stravolto. Visto che i pantaloni li portiamo noi, gonfiamo il petto ed a muso duro facciamo valere le nostre ragioni. Risultato? Quattro giorni nei Los Llanos per 160 euro a testa. Partiamo stanotte! Dopo il pranzo nel solito ristorantino, nel pomeriggio, disordinatamente giriamo la città. Verso le 19,00, carichi dei nostri zaini, cerchiamo un taxi per farci portare al terminal. Dopo mezz’ora nessun taxi libero, ed incrociati da persone che insistentemente ci consigliavano di non restare sul lungofiume perché molto pericoloso, presi dal panico ed in notevole ritardo, ci rechiamo all’agenzia chiedendo di chiamare un taxi perché disperati. Nel mentre, proprio in taxi, arriva il proprietario che salutandoci ci cede il posto. In un quarto d’ora siamo al terminal ed al momento di pagare il tassista ci informa che dobbiamo pagare anche la corsa dell’agente. Lui c’ha provato ma ha trovato terreno poco fertile, con tre dollari paghiamo la nostra corsa ed entriamo nel terminal. Il consiglio dell’agenzia è di prendere un autobus per Barinas ( 910 km.), uno che da Barinas ci porti a Mantecal ( piccolo paese nei Los Llanos) e da lì recarsi alla panaderia “Nueva Era” e chiedere di Ramon “el barriga” ( il pancione).
E così faremo.. Alle 21,30 partiamo e dopo 13 ore siamo a Barinas.

10 agosto 2006,  Giunti a Barinas subito c’informiamo per l’autobus per Mantecal e visto che parte all’una usciamo dal terminal per il pranzo. Pranzeremo in una rosticceria a due passi dalla stazione con pollo e succo di more. All’una, puntuali, partiamo per Mantecal. Se in Venezuela ti dicono che qualcosa parte all’una non vuol dire che parte all’una ma semplicemente che non parte prima dell’una. Sembrerebbe un gioco di parole ma tal non è. Se all’una il bus non è pieno aspettano che si riempia, così facendo si ottimizzano i costi ed il relativo prezzo del biglietto. Arrivati a Mantecal alle 16,30 come da accordi ci rechiamo alla panaderia e chiamiamo Ramon. Di li a poco ci preleva con un pick-up per portarci all’accampamento. Dopo esserci fermati per acquistare una ventina di chili di ghiaccio e viveri, ed averli caricati nel cassone ( provate ad indovinare chi c’era nel cassone assieme al ghiaccio) in un ora siamo a Rancho Grande. Durante il tragitto, lungo la strada, abbiamo visto un paio di caimani che non sono stati svelti ad attraversare e la cosa ha incuriosito tutti, visto il fatto che sulle nostre strade siamo abituati al massimo a vedere dei topolini. Ormai sera, ceniamo ed ispezioniamo il posto. L’accampamento è spartano, senza energia elettrica, direttamente sul fiume, un corpo centrale dove vivono Ramon e la sua famiglia e 3 costruzioni separate, due adibite alla notte ed una, sulla riva del fiume, come mensa comune. La nostra è esagonale con 4 finestre coperte da una zanzariera dove trovano posto 2 letti matrimoniali. Il caldo è soffocante e dopo una doccia direttamente da un tubo che prendeva acqua per caduta da un serbatoio, ci corichiamo.
Sveglia alle 06,00 ed immediatamente usciamo per apprezzare il paesaggio. I Los Llanos sono una vasta pianura distribuita su 4/5 stati del Venezuela ( Il Venezuela è una repubblica federale), poco abitata e sfruttata soprattutto per il pascolo dei bovini. Questa è zona di colonizzazione e di relativi latifondi che ancora oggi disegnano il territorio, almeno sulle carte geografiche. All’inizio del novecento con la complicità di governi corrotti, sono state vendute immense fette di territorio, soprattutto ad europei, che poi venivano destinate a pascolo per il privilegio di pochi. Essendo terre selvagge, in nome dello sviluppo economico o presunto tale, si sono fatti danni ambientali difficilmente riparabili. Molti ormai sono le specie in via di estinzione, I Piranha, dopo l’introduzione di pesci dal nord america che li combattevano, l’Anaconda decimata per la presunta pericolosità, il Giaguaro per il ludo della caccia e molti esempi ancora. Tutto questo naturalmente non ha giovato alla popolazione, poche persone servono per far pascolare anche migliaia di capi di bestiame, contro enormi guadagni del latifondista a costo praticamente nullo. Molte aziende(Hatos)
ora, si stanno riconvertendo in riserve biologiche accettando turisti da ogni parte del mondo attratti dalle bellezze di questi posti. I prezzi sono relativamente alti, 80/100 dollari al giorno, e sono sicuramente meglio attrezzati di Rancho Grande ma non ne condividono la sincerità e l’accoglienza.
Le pianure si inondano regolarmente all’esondazione dei fiumi nel periodo delle piogge, aprile/novembre, per poi asciugarsi nella stagione secca. Il silenzio è sovrano, sterminate distese di erba ed acqua che si colorano di tutte le tonalità del rosso all’alba ed al tramonto. Molti sono gli animali avvistabili, soprattutto uccelli, facendo un semplice giro a cavallo od a piedi. Tipici di questa zona sono i Capibara (Hydrochoerus Hydrochaeris) il più grande roditore al mondo,  le Anaconda (Eunectes Murinus) un serpente costrittore lungo fino a 10 metri, i Caimani (Caiman Crocodilus) piccoli coccodrilli pescatori e l’Ibis Scarlatto (Eudocimus Ruber), un ibis completamente rosso avvistabile , però, solo nella stagione secca causa migrazione.
Dopo la colazione preparata dalla moglie di Ramon, accompagnati da Enrique, sleghiamo i cavalli e ci prepariamo per una giornata in sella. Era la prima volta che cavalcavo un cavallo e vi assicuro che sarà anche l’ultima. Ho avuto il fondoschiena come quello di un babbuino in estro per 10 giorni e credetemi, mai più. La cavalcata è durata circa 5 ore percorrendo la strada che unisce  Rancho Grande ad una piccola azienda agricola. Al ritorno, dopo una rinfrescata al sedere partiamo subito con il pick-up per la caccia fotografica all’Anaconda. Dopo due ore nell’acqua fino alle ginocchia ne troviamo una e dopo che Tony, un llanero di origine spagnola, gli ha bloccato la testa, in 5 la solleviamo. E’ impressionante quanto può essere grande un serpente e questo era lungo, circa 7/8 metri per 150 chili. La circonferenza del corpo nella parte centrale la coprivi con 4 palmi ed al tatto la pelle risultava liscia e fredda. Caricata sul cassone del fuoristrada e portata all’accampamento sarà poi liberata nella riserva. Per cena spaghetti al burro, verdura, pollo in umido, che sarà una costante nel proseguo e Casabe, yucca tagliata sottile e fritta (credo che ciò che chiamano yucca
in centro-sudamerica chiamino Manioca in Brasile).Il dopocena è stato allietato dalla voce e dal Cuarto ( sorta di mandolino venezuelano) di Tony che orgogliosamente ci ha cantato canzoni tipicamente Llanere. Dopo il dopocena, ormai buio, in perfetta assonanza con i ritmi della natura ce ne andiamo a dormire. Durante la notte  Marina e la Mari giurano di aver visto un branco di “qualcosa” che pascolava intorno alla nostra stanza senza riuscire , però, a descriverli. Naturalmente io e Sergio, quando i “qualcosa” se ne sono andati e visto che per il caldo ti addormentavi a fatica, siamo stati svegliati per informarci della menata. Ringraziandole per la notizia cambiamo fianco.
Al mattino dopo una bella  doccia fredda ci prepariamo per la colazione. L’acqua fredda non è una scelta ma calda non c’è, e vi garantisco che non ne sentirete la necessità. Durante la colazione siamo allietati dal ballo di due Delfini Rosa (Inia Geoffrensis) di fiume che amoreggiano proprio sotto la mensa del Rancho. Molto simili a quelli di mare differiscono per un muso più piccolo ed affusolato,  una pinna dorsale quasi inesistente e naturalmente il colore. I delfini saranno una costante nei quattro giorni che ci fermeremo e facilmente avvistabili in quanto hanno tempi di apnea molto più corti dei loro cugini di mare. Dopo un po’ di relax seduti sulla riva del fiume ci incamminiamo lungo la strada per, a detta di Tony, procurarci il pranzo. Con lenze ed ami ci fermiamo su di un ponte per pescare Piranha ( Pygocentrus Nattereri). Non vi dico come sia andata ma a pranzo ci siamo pappati spaghetti e pollo in umido. Nel pomeriggio lunga camminata lungo la strada che dritta come un fuso, geometricamente divide in due quella zona avvistando numerosi caimani, uccelli di ogni tipo, ed un branco di Capibara in lontananza. Dopo cena ormai buio, a naso all’insù, cerchiamo nel cielo qualche stella cadente ma è finita come per i Piranha. La stellata è stupenda, la vista è aiutata dal buio totale e le stelle sembrano più luminose che alle nostre latitudini. Due chiacchiere ed andiamo a dormire.
Al sorger del sole, fatta qualche fotografia, dopo una bella colazione con pan-cake, marmellata e succo di maracuja o frutto della passione ( che in Venezuela chiamano Parchita) aspettiamo che preparino la barca per un giro lungo il fiume che costeggia il nostro accampamento. Nel mentre immortaliamo due pappagalli (Ara Chloroptera), dei quali uno prossimo alla pensione, che abitano l’albero vicino alla nostra camera. Questi bellissimi pappagalli con delle lunghe code e dai colori sgargianti, rosso, verde e blu, per il loro docile carattere facilmente si trovano nei giardini delle case come animali di compagnia. Pronti con la barca, risaliamo il fiume addentrandoci subito nel groviglio di canali che questo formano. La fitta vegetazione in alcuni tratti forma delle volte sopra di noi dandoci un po’ di sollievo dai perpendicolari raggi di queste latitudini e permettendoci di vedere molti animali sugli alberi. Iguane di varie specie, testuggini dal collo torto a pelo d’acqua (Platemys Platycephala) e molti uccelli tra i quali uno molto strano, che a tre metri da lui riusciamo a scorgere solo dopo un quarto d’ora (siamo gente sveglia). Il pennuto in questione è un Nittibio Comune , uccello dalle abitudini notturne, di giorno se ne resta immobile su un ramo con la testa protesa in avanti, mimetizzandosi perfettamente. La livrea ha i colori che si confondono con la corteccia degli alberi ed il becco interamente coperto da piume. Lasciato il volatile al suo pisolino continuiamo la navigazione avvistando un Martin Pescatore e due pappagalli in volo. Dopo un ora di navigazione ci fermiamo su una riva del fiume e notiamo un Caimano che da sotto il pelo dell’acqua ci osserva. Avvicinatomi a circa un metro riesco a guardarlo dritto negli occhi. Gli occhi gialli sono fissi e guardano senza incertezze nei miei quasi a dire “ sei due volte me ma non mi fai paura”. Adoro gli animali, per la loro fierezza, impavidità, per il rispetto, per la totale assenza di vigliaccheria e perché tutto questo lo cogli in uno sguardo. Risaliti in barca a ritroso percorriamo lo stesso tratto di fiume avvistando un delfino intento a pescare. Ritornati a casa, pranziamo ed aspettiamo un gruppo di turisti per un safari in fuoristrada. Partiamo verso le 15,00 e dopo un ora ci fermiamo ai bordi di un campo. Ramon scende dal pick-up ed in compagnia di Enrique, con un ramo a forcella bloccano un caimano e dopo avergli legato la bocca ce lo mostrano. Il caimano, assieme allo Jacarè, è uno tra i più piccoli di questo ordine di rettili, si nutre di pesci, rane e piccoli roditori. Una caratteristica interessante, almeno dal punto di vista biologico-evolutivo, di questo animale è che ha l’ano perpendicolare rispetto alla colonna vertebrale e 18 dita alle zampe, unico tra i parenti del suo stesso ordine. Dopo aver liberato il caimano nel risalire la riva Enrique urta un favo di api ed al grido “ le africane, le africaneeee” partiamo a razzo lasciando sola la Marina chiusa nella Jeep. Solo dopo aver seminato i ditteri contiamo le punture, sette Enrique, d’altro canto il casino l’ha combinato lui, e solo un paio io e Sergio.
Nel proseguo del viaggio avvistiamo moltissimi branchi di capibara ed un suggestivo temporale in lontananza. Ormai all’imbrunire i colori del cielo sono uno spettacolo ed i riflessi nell’acqua rendono l’orizzonte ancora più profondo. Il passaggio della Jeep spaventa un bellissimo Formichiere Gigante (Myrmecophaga Tridactyla) nascosto proprio vicino al sentiero. Scesi al volo lo circondiamo tagliandogli la strada e facendogli fare un po’ di ginnastica controvoglia. Riusciamo a scattare qualche foto prima che prenda la via della fuga. Questa specie è la più grande dei formichieri, difficilmente avvistabile in quanto solitario e molto pigro. Dorme dalle 14 alle 16 ore al giorno e si muove solo per la predazione. Lungo fino a due metri, dei quali uno di una folta coda, può pesare fino a 40 chili per un altezza, alla schiena, di un metro. Marrone scuro con striature bianche e nere si ciba di formiche e termiti che cattura con una lingua viscida e appiccicosa lunga fino a 60 centimetri. Un po’ goffo nei movimenti è dotato di unghie lunghe ed affilate che usa per scavare e che lo rendono piuttosto pericoloso. Andato l’amico risaliamo sul fuoristrada e torniamo all’accampamento. Dopo cena notiamo un sorta di grossa salamandra intrappolata in un contenitore di cemento adibito a riserva d’acqua, chiamato Ramon,  la prende e ce la mostra. Lunga circa mezzo metro è un Tegu Comune  un grosso rettile predatore parente stretto dei Varani. In vena di lezioni di zoologia Ramon cattura due grossi rospi che, se fatti allo spiedo, ci si mangiava in sei. Un caffè veloce poi in branda.

14 agosto 2006; Dopo i saluti partenza da Rancho Grande alle 05,55 ed alle 07,00 siamo a Mantecal. Colazione con panini, prosciutto e formaggio e proprio davanti alla panaderia alle 08,00 prendiamo l‘autobus che per 6 dollari a testa ci porterà a San Fernando de Apure. Lungo la strada per San Fernando molti sono i posti di blocco, cercano 3 evasi, e nell’ultimo, ormai alle porte della città, ci fanno scendere, dopo una perquisizione e qualche domanda ripartiamo. Alle 11,30 siamo al terminal cittadino, non distante dal fiume che con il santo ha dato il nome alla città, l’Apure appunto,  e celeri prenotiamo l’autobus, un bus-cama diurno, che per 9 dollari e 315 chilometri ci condurrà a Maracay. Alle 20,00 siamo a Maracay e dopo vari tentativi troviamo posto all’Hotel Aventino ( calle Lopez Aveledo n° 15/a  detras de la plaza de toros  tel. 245 7412 www.hotelventino.com) decisamente di qualità superiore rispetto alle nostre abitudini e per la cifra di 28 dollari a camera, prenotiamo i prossimi due giorni. Il quartiere, non che ci interessasse ma è decisamente ben tenuto, probabilmente abitato dalla borghesia ricca, e con un ampia piazza al centro, Plaza de Toros. Il Toros della piazza, come a Wall Street, mette in bella mostra gli zebedei simbolo di fertilità e buon auspicio. A due passi dal nostro hotel c’è una bella pizzeria e per cena decidiamo di tradire la cucina venezuelana e di lanciarsi sulla mediterranea. Ordiniamo due pizze medie “alla napoletana” e 4 birrazze. Poco dopo arrivano le nostre pizze fumanti, e per farci sentire a casa, nella miglior tradizione napoletana, decidono di farci un giro con il  ketchup. Chiediamo se possono metterci anche un paio di ciliegine sciroppate, ma ne sono momentaneamente sprovvisti.  Terminata la cena facciamo due passi in plaza de toros, una toccatina ai coriandoli e poi a letto.
Dopo la sveglia ci rechiamo in agenzia per cercare un volo per Los Roques. Lo troviamo con l’Avior per l’indomani ed anche se a nostro avviso è un po’caro decidiamo l’acquisto. Lo paghiamo 222 dollari a testa, andata il 16 e ritorno il 19 agosto. Quando saremo in aeroporto al banco della Avior lo stesso volo lo vedrò pagare 162 dollari. Buona cosa sarebbe stata, appena arrivati a Caracas, recarsi al terminal nazionale ed acquistare subito i biglietti facendo un giro tra le varie compagnie, ma del  senno di poi son pieni i cimiteri ( non so se il proverbio sia così ma ci siamo capiti). Appena usciti Sergio e Mari decidono per un giro all’Henry Pittier, “noi” per acquisti a Maracay (il noi lo metto per gentilezza). Dopo aver chiesto indicazioni andiamo subito al mercato coperto, una costante in sud america, che sempre mi affascina. Prevalentemente rivolto al cibo ci fermiamo in un negozietto strabordante di erbe e piante. E’ un negozio di medicina naturale ed il titolare, gentilissimo, ci elenca le varie erbe chiamandole in perfetto latino, con la scientifica nomenclatura binaria, ed illustrandoci le malattie che curano. Il giorno passa curiosando nei vari negozi ed alla sera riforniamo il gruppo e ce la raccontiamo a cena.

16 agosto 2006; Dopo una lunga doccia, sarà l’unica per i prossimi quattro giorni, raggiungiamo il terminal e prendiamo un ejecutivo per Caracas ( 3 dollari) ed in 2 ore e ½  siamo al terminal “La Bandera”. Da li pensavamo ci fosse un autobus per l’aeroporto ma così non è stato. Usciamo e dopo un chilometro a piedi lungo la strada principale, entriamo nell’omonima stazione della metropolitana. Con il primo treno e 20 centesimi di dollaro raggiungiamo la stazione di Gato Negro. Da quella stazione molti sono i mezzi di superficie per l’aeroporto ( direzione La Guaira), ma essendo in ritardo decidiamo per un taxi. Contrattiamo per 20 dollari e lasciamo Caracas. La strada per l’aeroporto è sempre molto intasata ed un incidente peggiora le cose. Il tassista, sgaggio, esce dalla statale per prendere una secondaria che si snoda nei Ranchitos (Favelas) che formano l’umile periferia di Caracas. Alle 14,30 siamo in aeroporto in notevole anticipo in quanto il check-in sarà solo alle 16,00. Pagati i 15,5 dollari a testa di tasse aeroportuali mangiamo una pizza ed alle 17,30 partiamo per Los Roques. Con un bielica da 40 posti in 40 minuti siamo sull’isola. Sotto di noi scorrono decine di piccoli atolli ed i colori del mare variano al susseguirsi di quest’ultimi. Atterriamo a Gran Roque l’isola più grande e la sola abitata delle 350 che formano l’arcipelago. In prossimità dell’aeroporto da Oscar Shop  noleggiamo per tre notti 2 tende per 6 dollari al giorno cadauna. Dopo aver chiesto il permesso gratuito all’ufficio dell’Imparques, sulla spiaggia montiamo la tenda, in buona compagnia, in quanto molte erano le tende già montate almeno tante quanti gli idiomi parlati. Per cena ci spostiamo in riva al mare e diamo inizio alle danze tagliando la forma di ” Peccorino Paisà”, giuro era scritto così, e terminando con “Jamon de Apure”  (prosciutto di Apure) coccolati dal rumore delle onde. Prima di lasciare Maracay, in un supermercato, con 40 dollari, abbiamo fatto provviste che ci manterranno in vita sino al giorno del rientro a Caracas. Con quattro birre brindiamo ai Carabi e ci infiliamo nelle tende.

17 agosto 2006; All’alba smontiamo la tenda e celeri ci dirigiamo al porto per prenotare la barca che ci porterà a Crasquì. Tre sono le isole liberamente campeggiabili, Los Roques è parco nazionale, Crasquì, Francisquì e Madrizquì, sembrano però più polacche che venezuelane, scegliamo la prima perché più lontana e bella.  Alle 09,00 partiamo per l’isola e ci accordiamo per il rientro che sarà alle 10,00 del 19 di agosto, due giorni dopo. Il mare è mosso ed il driver non mangia pane e volpe così che la colazione si ripresenta ad ogni onda. L’attracco all’isola ci fa dimenticare il viaggio. La spiaggia è lunga e deserta e la sabbia bianca fa risaltare l’azzurro del mare. Piantiamo la tenda sotto le uniche palme dell’isola e ci tuffiamo per assaggiare l’acqua. Crasquì, sarà l’unica che vedremo dell’arcipelago, è un isola stretta e lunga circa 3 chilometri, la vegetazione è bassa e cespugliosa e la barriera corallina poco abitata, almeno in prossimità della riva. Sicuramente più bella, a detta di tutti, e con una ricca barriera corallina Cayo el Agua distante circa un ora di mare. Non descrivo i tre giorni sull’isola in quanto dovrei elencare una lunga e monotona sequenza di pennichelle, ma l’emozione di vivere su un isola deserta in mezzo al mar dei Caraibi, con le sole parole è difficilmente trasmettibile a meno che tu non ti chiami Leopardi e sia nato a Recanati. Lascio alla vostra immaginazione perché nel mentre è arrivata la barca a riprenderci.

19 agosto 2006; Di nuovo a Gran Roque lasciamo gli zaini in prossimità dell’aeroporto e facciamo un giro dell’isola. L’isola è piccola e consta di una sessantina di “Posadas” ed altrettante case di pescatori. Il pueblo si sviluppa alle pendici di una collinetta sulla cui sommità si erge un faro. Ci fermiamo per pranzo in un ristorante sul mare dove mangeremo Barracuda (Sphyaena Borealis) e french fries. Il Barracuda popola tutte le acque tropicali del mondo e negli ultimi anni è sempre più presente anche nel Mediterraneo. Predatore vorace e velocissimo si ciba solo di animali vivi, di color argenteo distinguibile dalla grande pinna caudale e dalla mascella inferiore prominente. Ottima la carne, pochissimo consumata alle nostre latitudini. A pranzo terminato raggiungiamo la vetta della collina dove notiamo che la vegetazione si riassume in piccoli cactus e piante grasse. L’arcipelago di Los Roques assieme alle isole ABC ( Aruba, Boneire e Curacao) hanno climi tendenzialmente aridi e sono fuori dalle rotte dei grandi uragani estivi che regolarmente spazzano il Caribe ed il golfo del Messico. Scendendo dalla collina facciamo la conoscenza di tre pescatori che ci offrono una canna ed un paio di sorsate di Rhum. Accettiamo entrambe, e dopo i saluti raggiungiamo l’aeroporto…. un po’ più sorridenti di prima. Alle 17,00 partiamo per Caracas dove , per 5 dollari, in taxi raggiungiamo l’Hotel Tanausu a Catia la Mar nel quale passeremo la notte spendendo 12 dollari a testa. La sera ceniamo a base d’aglio nell’omonimo ristorante e stanchi ci corichiamo prima di Carosello.
20 agosto 2006; E’ il giorno della partenza di Sergio e la Mari che saluteremo qui per poi riprendere la via di Caracas. Conosciuti pochi giorni prima della partenza abbiamo trascorso settimane dividendo tutto come vecchi amici, sperando in un invito, perché no, per il prossimo viaggio.
Rimessi gli zaini in spalla in compagnia di due americane arriviamo a Caracas. In metropolitana raggiungiamo il quartiere di Altamira dove a pochi passi si trova l’Hotel La Floresta dove ci fermeremo per 2 notti. Sconsigliata dai più perché brutta, sporca e pericolosa, mi sento in dovere di aggiustare il tiro. Non fa eccezione di tutti i problemi che sopporta una grande città, a tutte le longitudini, ma i pregiudizi che mi ero fatto sono stati disattesi. Inserita in una valle con estese foreste a farle da contorno gode di ottimo clima. Il traffico è sicuramente inferiore e meno caotico di quanto mi aspettavo, pochissimi i grattacieli per lo più palazzi bassi e ben distribuiti e punteggiata da numerosi parchi ben tenuti. Più che parchi pubblici sembrano orti botanici con vaste aiuole fiorite e curate. Essendo molto vasta a piedi abbiamo visitato la zona intorno al nostro alloggio che con La Mercedes e La Castellana definiscono la zona più elegante. Proprio girando molti parchi tra i quali l’orto botanico adiacente all’università abbiamo trascorso il primo giorno di permanenza terminando la serata in un ristorante dove, alla griglia, cucinavano ogni tipo di carne.

21 agosto 2006;  Alla sveglia, dopo la colazione in hotel, in autobus arriviamo in Plaza Venezuela
dove, a pochi passi, raggiungiamo e visitiamo il Museo D’Arte Moderna. Usciti dal museo ci consigliano il piccolo villaggio di El Hatillo, borgo coloniale ristrutturato ed ideale per gli acquisti di fine vacanza. Poco distante da Plaza Bolivar, la prima che incontriamo dedicata al Libertador, si trova il più grosso negozio di souvenir che abbia mai visto nel quale Marina è entrata per riapparire dopo 3 ore con due striminziti pappagallini in legno. Ormai incosciente, non per la lunga attesa ma per le birre che sorseggiavo nella vana attesa di vederla uscire, riprendiamo l’autobus e torniamo a Caracas in circa un ora. Nel teatro all’aperto proprio al centro dei giardini di Altamira seguiamo una rappresentazione di bravissimi artisti di strada per poi finire la serata in una pizzeria a due passi dall’albergo. Nell’uscire dalla pizzeria ci consegnano una pizza uguale a quella che abbiamo mangiato in quanto è giorno di “ compri due paghi uno”.
22 agosto 2006; Oggi è l’ultimo giorno e lo dedicheremo all’acquisto del rhum. Su indicazioni del portiere dell’hotel ci rechiamo alla più grande “licoreria” di Caracas ma credetemi trovarla è stata un impresa. Le indicazioni dei passanti erano completamente discordanti ed abbiamo girato su noi stessi per due ore, tanto che ho fin pensato che Caracas si fosse messa d’accordo per farmi uno scherzo. Dopo aver finalmente trovato la tienda ed aver acquistato sette bottiglie di quello buono torniamo in hotel e recuperati gli zaini in men che non si dica siamo all’aeroporto.

A metà del ponte che conduce alle partenze dei voli intercontinentali lasciamo cadere gli zaini e ci fermiamo un istante, uno sguardo alla strada, alle sue Cadillac, alla sua gente e ripetendo un gesto fatto tante volte, ci carichiamo gli zaini in spalla e, contenti di averlo fatto insieme, ci ritroviamo dove tutto era cominciato … Circa un mese fa.

Massimo

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here