Mali, l’Africa più vera

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Ci sono viaggi e Viaggi, questo lo è con la V maiuscola. Elisabetta ci racconta un’avventura nel cuore dell’Africa, nel Mali. Un Viaggio ricco di emozioni e veramente unico da lasciare il Segno…Un segno talmente evidente e profondo che la stessa Elisabetta ha deciso di portare altre persone a conoscere questo magnifico paese. E’ infatti direttrice del Tour Operator Azimut Travel che appunto porta i viaggiatori alla scoperta della ormai quasi scomparsa Africa Vera. Buona Lettura!

27/12/2003 Bamako-Segou

Il suono del telefono mi ha fatto saltare dal letto; sono passato di botto dal pranzo di Natale, che stavo sognando, al comodo letto dell’hotel Salam di Bamako. Il viaggio non è stato uno scherzo: da Milano a Casablanca, poi sei ore di attesa e quindi l’aereo per Bamako dove siamo arrivati alle 3 di notte. Sono poche ore ma mi sembrano un’eternità, un abisso, come il mondo che sta fuori al confronto alla vita a cui siamo abituati. Qualche secondo per rendermi conto poi mi raccapezzo: sono ancora in Africa, in Mali, a due anni dal bellissimo viaggio in Senegal; proprio li mi era venuta l’idea del Mali, dei Dogon, quel mitico popolo che vive su una sperduta scarpata ai confini del deserto e che conosce perfettamente tutto l’universo. Come è tardi: devo pigiare tutti i vestiti pesanti nella borsa e prepararmi all’avventura; balzo dal letto, che avrei ben presto rimpianto, ed eccomi nella hall dell’hotel in mega ritardo. I miei compagni di viaggio Fabrizio e Carlo, sono già in pista, hanno già cambiato il denaro e fatto colazione; c’è anche Simona. Chi è Simona? Ricordate in Senegal … bene, per la serie “non ci posso credere” , l’abbiamo ritrovata per caso nel nostro stesso gruppo in Mali! Antonella la “capa” ci sta cercando: si parte.

Il nostro pulmino, stracarico di bagagli, parte alla volta del Museo Nazionale. Per noi è un fuori programma ma lo consiglio a tutti come prima tappa: nel museo è conservata una ricca collezione di maschere, statuette, suppellettili funerarie ed armi di tutte le etnie del paese. In mezz’ora saprete districarvi fra nomi come Bambara, Bozo, Peul (detti anche Fulani), Dogon, Malinke, Songhai un ventaglio di etnie che convivono pacificamente in Mali e che ben presto avrei imparato a distinguere. Un consiglio: non approfittate della spiegazione di una guida che non avete pagato; ne hanno fatto le spese due francesi che si erano “confusi” nel nostro gruppo: ma alle guide del museo non sfugge niente e nessuno. Non hai pagato non devi sentire.

Ecco la maschera Chi Wara, riconosco la testa di antilope; ho letto che viene indossata dai Bambara durante i riti associati alla semina e al raccolto in onore proprio di Chi Wara che secondo la mitologia di quel popolo sarebbe l’inventore dell’agricoltura. E poi vedo la mia prima maschera Kanaga, una maschera molto comune nelle danze Dogon, a forma di doppia croce, che dovrebbe rappresentare i tre elementi naturali: cielo, acqua e terra , e gli oggetti Tellem, un popolo che abitava la falesia prima dell’arrivo dei Dogon; numerosi sono i reperti legati alla storia delle mitica Djenné, ma la guida dice che molte antichità sono ancora oggetto del mercato nero. Una sezione del museo è dedicata ai tessuti: è un tripudio di disegni e colori; sono persino troppi da distinguere ed ammirare in una sola volta.

Sankum, la nostra guida Songhai, ci ricorda che è ora di andare, ci aspetta un giro per il mercato. Ma Bamako, il cui nome significa “Il fiume del coccodrillo”, è tutta un mercato, ogni strada è piena di gente che vende e compra di tutto, a volte si ritrova l’ordine dei mercati arabi: tutti i prodotti alimentari da una parte, i dolci dall’altra, le scarpe di qua ed i vestiti di là, la benzina (in bottiglia) su un banchetto ed i ricambi di motori sparsi per terra. Ma spesso c’è un po’ di confusione e fra il traffico caotico di auto, pullman, motorini e biciclette trovi di tutto e tutto assieme; passiamo davanti al Gran Marché ricostruito in parte dopo l’incendio del 1993, e scendiamo lungo una larga via dedicata al riciclaggio. Nulla si butta, da auto e camion in demolizione si ricavano, carriole, contenitori, bracieri, recipienti per il mangime degli animali ed un sacco di altre cose. Sul lato opposto troviamo montagne di materassi, e subito dopo il settore delle macellerie, tutte “moderne”, nel senso che un vetro divide le mosche interne da quelle esterne. Poi iniziano le bancarelle delle verdure, colori a non finire; e non ci fanno mancare il pesce secco, misto anche a serpentelli secchi, e proprio di fianco un banchetto di casalinghi (mestoli, grattugie per il formaggio e … perette per il clistere). Una “gran mama” prepara la crema di arachidi ed uno stuolo di ragazzini ci seguono incuriositi dalle nostre attrezzature da perfetto turista che “spreca fotografie” sul pesce secco. Il primo bagno di colori, odori e varia umanità che sono i mercati africani sta per finire: dobbiamo andare a pranzo.

Al ristorante il personale di sicurezza tiene a bada i venditori; che favola essere in pantaloncini e maglietta il 27 dicembre e mangiare all’aperto con le ventole che ti rinfrescano un po’ dai 30 gradi dell’aria. Per fortuna il caldo è secco e quasi non si sente. Faccio il mio primo incontro con “le capitain”, uno dei pesci più comuni nel Niger: mi servono un piatto proprio buono con pesce fritto guarnito di una certa salsina e con patate fritte di contorno. Se i pranzi saranno così, le scorte alimentari portate dall’Italia non serviranno: troppo presto per dirlo.

Ripartiamo, anzi partiamo da Bamako, alla volta di Segou. La città è a circa 220 km a nord-est della capitale, sulla riva destra del Niger.

La strada prosegue diritta nella campagna sconfinata; in Africa sono le distanze a colpirti, le strade che continuano dritte per chilometri e non ne vedi la fine. Ogni tanto un piccolo villaggio, case basse, baracche e capanne, anche se enormi cartelli annunciano, cabine telefoniche, negozi di alimentari e posti di ristoro. Ma quello che colpisce è sempre la gente e soprattutto sono i bambini che, in particolare nelle zone rurali, hanno nell’arrivo dei turisti una vera e propria festa. Quante cose portano questa gente strana: biro, matite e caramelle, ma anche fazzolettini di carta e salviettine profumate che si buttano dopo averli usati! E’ troppo per chi è abituato a non sprecare niente ed a riutilizzare qualsiasi cosa.

Ci fermiamo in un villaggio bambara dove le donne lavorano le noci dell’albero del Karitè, detto anche albero del burro, perché dai suoi frutti si ricava un grasso vegetale, simile al burro di cacao, usato sia come grasso alimentare che come prodotto di bellezza.

Il villaggio sorge lungo la strada, attorno alla moschea di banko, un impasto di fango e paglia usato proprio per le costruzioni; anche le povere case circostanti sono di fango ed i primi granai, simili ai più noti granai dei Dogon. Ne troviamo tre costruiti all’interno di un recinto appartenente alla stessa famiglia, hanno forma circolare, sono sollevati dal suolo e hanno il tetto conico; una piccola porta di legno è l’unica apertura. Qui le porte sono di assi di legno liscio, ma i Dogon hanno l’usanza di scolpirle e renderle uniche.

Dove vedi una nuvola di bambini al centro ci sono Fabrizio e Simona; solo loro hanno il potere di conquistare la loro attenzione, certo con i regali che portano in abbondanza, ma anche con tanti giochi che li divertono tanto; io non ci riesco mi ci vuole qualche giorno per abituarmi alla miseria di questa gente, ai bambini scalzi e malvestiti, alla loro semplice felicità di fronte a noi “ricchi bianchi curiosi”. Qualche bimbo ha il ventre gonfio, ci dicono non per malnutrizione ma per le varie infezioni intestinali, altri hanno infezioni agli occhi e al naso; qualcuno più sfortunato porta i segni della poliomielite: in Mali c’è un medico ogni trentamila persone e sicuramente la situazione diventa più difficile nelle zone lontane dalla città.

Partiamo dal villaggio e maciniamo ancora un po’ di strada, siamo un po’ in ritardo; in Africa è meglio non muoversi col buio, non tutti conoscono alla perfezione le regole stradali e quindi diventa pericoloso circolare dopo il tramonto. Facciamo solo una breve sosta per bere qualcosa in un altro villaggio e rincontriamo i variopinti pulmini del trasposto che avevamo già visto in Senegal. Incredibilmente pieni di gente sono anche stracarichi di merce e di animali: dei giovani stanno scaricando alcuni agnelli legati sul portapacchi fra cumuli di mercanzia, sembrano morti. No, sono solo svenuti dal caldo ed una volta a terra si riprendono, ma è meglio preoccuparsi delle persone…

Arriviamo all’hotel de l’Indipendance dopo il tramonto; l’albergo nella sua semplicità è accogliente. Lo gestisce una famiglia libanese e non è certo il grandhotel, ma lo consiglio a chi passa da Segou: è essenziale, ben curato e pulito; anche la cena che consumiamo in giardino è ben cucinata. Poi la stanchezza vince sulla curiosità e sulla voglia di conoscere meglio i compagni di viaggio: ci siamo meritati una bella dormita.

28/12/2003 Segou-San-Mopti

Si parte all’alba, si non proprio ma comunque presto; facciamo colazione in giardino e poi controlliamo che vengano caricati i bagagli; Salif, il nostro autista, Sankum e Baya, un giovane studente peul che parla italiano e sta imparando il mestiere di guida, sono indaffarati. Hanno dormito in una sala per le conferenze nel cortile posteriore. Sbircio fuori dal recinto dell’hotel dove riprende a poco a poco il movimento e la vivacità di tutti i giorni ma visiteremo la città al ritorno ed ora dobbiamo riprendere la strada per Mopti. La prima tappa sono un gruppo di grossi baobab: una mandria pascola nelle vicinanze e, non si sa da dove, ma sbucano presto alcuni bambini a cercare il cadeau. Il baobab è l’albero simbolo dell’Africa, anche se mi sembra di aver letto che è originario del Madagascar; è un albero che raggiunge grandi dimensioni e può vivere anche 400 anni. La leggenda dice che l’albero in tempi antichi offese un dio che, come punizione, lo sradicò e lo ripiantò nel terreno a testa in giù; così si spiegano i suoi rami deformi simili a radici. Proseguiamo il viaggio e sostiamo ancora in un villaggio bambara; l’etnia costituisce il 30 % circa della popolazione del Mali e vive sopratutto nelle regioni di Bamako e Segou. La sua omogeneità è dovuta principalmente alla lingua, facilmente assimilabile, che è divenuta nel corso degli anni una delle più diffuse in Africa Occidentale. Riprendiamo la marcia e ben presto arriviamo al ponte sul fiume Bani , il più importante affluente del Niger, in cui confluisce a Mopti. Si forma 160 km ad est di Bamako dalla confluenza fra i fiumi Baoulé e Bagoé, provenienti dall’alta Costa d’Avorio. Il fiume lungo quasi 1100 km, è ricco di acque e forma col Niger un ampio delta interno dove, grazie all’irrigazione ed alle piene stagionali, ci sono ampie coltivazioni di miglio, riso, sorgo, mais destinati al fabbisogno alimentare della popolazione. Sul fiume abbiamo visto i pescatori Bozo all’opera e le loro donne, provenienti del vicino villaggio, intente a fare il bucato. La giornata è proprio bella, la luce giusta per le fotografie. Ne sto scattando davvero tante ma saranno, assieme al ricordo, l’unica traccia del mio passaggio da qui e la testimonianza del viaggio. Al villaggio alcune signore stanno attendendo con grandi ceste colme di pesce appena pescato; non vogliono essere fotografate; poi arriva un pulmino e tutto viene caricato fra le urla e le imprecazioni delle signore che vedono cadere un po’ di pesce dalle ceste mentre vengono issate sul portapacchi. Il pulmino parte con una fumata nera e la mia attenzione viene attirata dal clamore dei bambini che fanno a botte per le biro, ma una gran mama sequestra tutti i regali, li ridistribuisce e tutto si calma.

Partiamo alla volta di San dove sosteremo per il pranzo; la guida scrive che il ristorante Teriya, dove siamo diretti, offre la migliore cucina della città. Speriamo. Ci fermiamo per ordinare pollo arrosto e patatine fritte e, mentre i cuochi lavorano andiamo a vistare la moschea di banko. Sono in corso lavori di restauro: tutte le costruzioni di fango dopo la stagione delle piogge devono essere riparate; l’impasto di fango e paglia è tenuto assieme da travi di legno che sporgono dal muro, un po’ per ornamento ma anche come appoggio delle impalcature durante i restauri. La moschea è grande con guglie e piccoli minareti, l’ingresso è vietato ai non mussulmani così possiamo vederla solo dall’esterno. Dopo la moschea visitiamo un laboratorio artigianale di tessuti bogolan, o stoffe di fango. La stoffa è tessuta in strisce di cotone poi cucite assieme e tinte di giallo usando sostanze vegetali. Sulla stoffa vengono poi disegnati dei motivi con diversi tipi di fango colorato, dal rosso all’arancio, fino al grigio e al nero. I bogolan sono poi asciugati al sole e ripuliti dal fango che lascia però i suoi brillanti colori: i tessuti creati con questa tecnica sono davvero sorprendenti. Qualcuno compra, ma io, per non caricarmi fin dai primi giorni, mi trattengo; e poi me ne pento; non ne trovo più di così belli. Pazienza!

Al ritorno il ristorante Teriya è strapieno di turisti; anche se abbiamo ordinato e ci hanno riservato un tavolo, aspettiamo un bel po’ prima di mangiare o meglio di piluccare qualcosa: il povero pollo doveva essere davvero magro e le patate hanno un colore tutt’altro che invitante, ma non è il caso di lamentarsi. Saremo più leggeri per i viaggio del pomeriggio: per arrivare a Mopti ci mancano 200 km e non vogliamo fare l’errore del giorno precedente, dobbiamo arrivare prima del tramonto.

La strada si snoda nella pianura infinita la brusse, cioè la savana di arbusti, attraversa piccoli villaggi sonnacchiosi, qua e là case, capanne e qualche baobab. Incontriamo grossi camion e pullman di linea, qualcuno in bicicletta e qualcun altro in motorino. A circa metà strada ci fermiamo nel villaggio di Ganga. Gli abitanti sono di etnia Bobo, in prevalenza agricoltori. La loro attività prevalente è rivelata dal gran numero di granai; a Ganga i granai sono a pianta quadrata, sempre sollevati da terra per proteggerli da topi e termiti; il tetto di paglia a forma di cono. La particolarità sta nei disegni ricavati a rilievo sul fango. I granai hanno diverse dimensioni: più il granaio è grande, più la famiglia è ricca. Siamo circondati come al solito da una nuvola di bambini che ci accompagnano nel villaggio. Troviamo tre donne che macinano il miglio ed un granaio è aperto da un giovane uomo che ne estrae un po’ di pannocchie, poi rimette a posto la porta e la sigilla con del fango fresco. Simona distribuisce le candele e riscuote un grande successo, mentre noi continuiamo la visita agli orti cintati che sorgono verdissimi di fianco al villaggio.

La sosta successiva è Somadogou; è giorno di mercato ed il piccolo villaggio, che sorge sui due lati della strada, brulica di gente e venditori; i colori e gli odori sono i soliti, anche se le bancarelle che cuociono gli spiedini attirano la nostra attenzione. Lasciamo la strada e ci infiliamo nel cuore del mercato: non ci sono i settori, è un susseguirsi di friggitorie, bancarelle di verdura, di scarpe, di vestiti, di pentole e stoviglie. Qualcuno non vuole essere fotografato altri si mettono addirittura in posa. Poi sulla strada passano due camion e devono faticare non poco per far spostare la folla. Tutti comprano e vendono; i ragazzini offrono i loro ghiaccioli: piccoli sacchetti di plastica con un liquido ghiacciato che poi succhiano da un piccolo foro. Decliniamo l’offerta di assaggiarne uno e risaliamo sul pulmino.

Nessuna altra sosta fino a Mopti dove ci aspettano le comode camere dell’hotel Kanaga che si trova proprio sul viale dell’Indipendenza sulla riva destra del Niger, nella città nuova.

Le informazioni della guida circa la cucina “non sempre all’altezza”, diventano profezia, quando finalmente riusciamo a sederci a tavola il bel bouffet è desolatamente vuoto; è destino di oggi stare leggeri. Ma il gruppo ormai è affiatato e anche questa sventura è motivo di scherzi e risate. Dopo cena facciamo una piccola passeggiata in riva al Niger, la luna con la “gobba” rivolta verso il basso, illumina l’acqua del fiume, le pinasses sono ancorate alla riva e qualcuno ancora traffica fra le reti o sistema il carico con il sottofondo musicale di Salif Keità: Moffou è la colonna sonora di questo viaggio; domani dobbiamo procurarci il cd.

29/12/2003 Djenné

La strada per Djenné non è lunga: per un po’ ripercorriamo la carrozzabile fatta ieri in direzione opposta, poi deviamo verso ovest e il corso del Bani. La regione che attraversiamo è detta la Macina, un ampio delta, formato dai fiumi Bani e Niger. Il terreno è ricco di acqua ed in alcuni casi paludoso, quindi viene coltivato il riso; niente a che vedere con le nostre risaie, queste sono stabili e probabilmente il riso viene coltivato a ciclo continuo. Djenné si trova su un’isola e per raggiungerla bisogna attraversare il corso del Bani su delle chiatte; ho letto tutto nel libro “Le radici nella sabbia” di Marco Aime. Ma quando è venuto l’autore? Ieri? La scena è la stessa: la fila dei fuoristrada e dei minibus, i bambini che vendono piccoli modellini di macchinine fatti con la latta; le due chiatte arrugginite che caricano e scaricano in continuazione centinaia di persone e mezzi arrivati per il mercato del lunedì. Per non perdere tempo il nostro bus non guaderà il fiume: dall’altra parte ci aspettano alcuni fuoristrada che ci porteranno in città. Sull’isola troviamo la stessa venditrice di pesce fritto che ha incontrato Aime; l’ho detto che è venuto ieri!

A Djenné poco è cambiato nel corso dei secoli. La città fu fondata nel IX secolo ed è così una delle città più antiche dell’Africa occidentale. Conobbe il suo periodo più fiorente nei secoli XIV e XV, durante i quali al pari di Timbuctu trasse profitto dai commerci transahariani. La sua prosperità si protrasse per molti secoli: quando l’esploratore francese René Caillé visitò la città all’inizio del XIX secolo, riferì che gli abitanti godevano di un buon tenore di vita, si nutrivano in abbondanza, quasi tutti sapevano leggere, nessuno girava scalzo e tutti sembravano svolgere un ruolo utile alla comunità.

Le attrattive principali della mitica “città delle undici porte” sono la grande moschea ed il Gran Marchè del Lunedì che si svolge nello spiazzo e nelle vie circostanti la moschea. Entriamo per una delle porte rigorosamente di fango e troviamo uno spettacolo che difficilmente dimenticheremo. La piazza fra le Poste ed il Tribunale brulica di venditori e clienti, dalla strada alla nostra sinistra arrivano in continuazione vecchi carri trainati da buoi, stracolmi di merce. Sicuramente qualcuno ha fatto decine di chilometri per venire a vendere la propria merce al mercato e sotto le tettoie di legno c’è proprio di tutto: verdure, vasi, cesti e contenitori di plastica (va di moda il bicolore giallo e blu), pesce secco, pesce fritto, pesce fresco ed anche pesce in uno stato indefinibile; animali di ogni tipo e taglia, riso, miglio … Noi cerchiamo di farci strada tra la folla in direzione della moschea: ed eccola la più grande costruzione al mondo interamente di banko. E’ davvero incredibile che un edificio tanto grande sia costruito con fango e paglia, e si capisce perché ogni anno, alla fine della stagione delle piogge, centinaia di volontari (la guida Lonely planet dice fino a 4000) lavorano per la sua manutenzione. Sempre dalla guida leggiamo che la costruzione attuale risale al 1907 e fu riedificata sulla precedente moschea voluta nel 1280 dal 26° re di Djenné, chiamato Koi Komboro convertitosi alla nuova religione arrivata dalle regioni saheliane “a dorso di cammello” assieme ai mercanti sarakollè che commerciavano con l’oriente. Lasciamo la folla del mercato per inoltrarci nelle viuzze che circondano la moschea; qui, oltre il muretto, che delimita l’area “vietata ai non mussulmani”, conosciamo il guardiano della moschea, che ci sorride e saluta cordialmente. Per le strade non interessate dal mercato, troviamo solo i bambini, loro sono molto più interessati da noi che dalle tante cose che non possono comprare; così scattiamo qualche foto con loro ed intanto raggiungiamo nuovamente la piazza del mercato dal lato meridionale. Ci ributtiamo nella folla variopinta e rumorosa del mercato e cerchiamo di raggiungere il lato opposto della piazza: dalle terrazze delle case la vista sulla moschea è splendida: le tre torri volte ad oriente svettano illuminate dal sole di mezzogiorno in un gioco di luci ed ombre creato dalle decine di pinnacoli e dalle travi sporgenti dal muro; sotto il mercato, un formicaio di gente intenta a vendere e comprare di tutto. Ma anche noi vogliamo partecipare al “bagno di folla” ed eccoci di nuovo fra le bancarelle a curiosare fra le cose per noi più strane. Ci sono anche i giornali a fumetti: più della metà della popolazione del Mali non sa leggere e scrivere così le notizie ed i fatti sono raccontate con immagini e brevissime didascalie che qualcuno legge agli altri. Sono stato colpito da questo angolo del mercato: decine di persone, soprattutto i giovani, erano intente a vedere le vicende della guerra in Iraq, la cattura di Saddam, ma anche i risultati di calcio e, con ampio spazio, la boxe, la lotta ed i campionati di culturismo. La strada mi ha poi riportato nella piazza delle poste e così ne approfitto per comprare i francobolli per un mio amico collezionista. L’ufficio postale è costituito da un bancone e un addetto che mi passa i fogli interi da cui mi strappo i francobolli; un francese mi consiglia sulla scelta pensando che io lo comprenda, poi capisco che sta aspettando che io paghi i francobolli per avere il suo resto dal postino. Ritrovo gli altri davanti al ristorante Chez Baba: lo ricordo perché ho letto che ospita le tende anche sul tetto: una cosa che lì per lì mi ha stupito, ma poi ho scoperto che in Mali è una cosa abituale. Sankum e la guida locale ci accompagnano ora fra le vie della città: le case hanno tutte almeno due piani, a pianterreno c’erano i magazzini, al primo piano stavano i servi mentre il padrone occupava il secondo piano. Alcune conservano decorazioni ed infissi in stile moresco ma una caratteristica le accomuna, sono tutte di fango. Alcuni operai stanno riparando la linea elettrica e staccano i cavi proprio sopra alle nostre teste; ci sbrighiamo per evitarli e raggiungiamo la casa di un artigiano di tappeti dove ci riposiamo un po’ nella bottega polverosa in attesa di andare a pranzo.

L’avventura del guado del fiume si ripete al ritorno a metà pomeriggio. Questa volta assistiamo anche al carico dei mezzi con alcuni episodi davvero singolari: fuoristrada incastrati e pulmini stracarichi impantanati nel fango del fiume. Infine scopriamo che a guidare la chiatta è un bambino.

Sostiamo al villaggio di Syn, abitato da popolazioni Bozo, Bobo e Peul. Syn ha una bella moschea in stile sudanese a cui fanno corona le povere case di banko e una serie di granai quadrati. Qui i bimbi che ci vengono incontro sono davvero simpatici: il villaggio non è una meta abituale dei turisti e per loro è tutto una novità. Anche noi vorremmo trattenerci di più ma ci aspetta il tramonto a Mopti e dobbiamo affrettarci. La città sorge proprio alla confluenza fra i fiumi Bani e Niger, circondata da acquitrini e campi di riso, per questo è soprannominata, e lo dico solo per dovere di cronaca, la “Venezia del Mali”, in realtà di Venezia ha ben poco. La città è abitata da una ricca varietà di etnie diverse: secondo la tradizione fu fondata nel luogo dove i pescatori Bozo ed i pastori Peul si incontravano per commerciare; ora per le sue strade polverose si trovano anche Bambara, Dogon, Tuaregh e Toucouleurs (ed il nome è tutto un programma). Arriviamo proprio al crepuscolo. Scendiamo davanti alla Misire Mosquee che di eleva sulla parte vecchia della città; costruita nel 1935, sembra non essere di fango, come le altre moschee dello stesso stile, solo la parte inferiore viene periodicamente ricoperta di fango. Poi percorriamo il ponte che attraversa la palude e passiamo alla città nuova e al porto dove le pinasses e le piroghe stanno facendo ritorno dopo la pesca. Si scarica il pesce appena pescato, la legna trovata nel fiume ed anche il sale arrivato da Timbuctu; tutto attorno direttamente sulla spiaggia è una mescolanza disordinata di bancarelle che vendono di tutto: legna, terracotte, calebasse, vestiti, stuoie, mobili, e più in là sulla strada, anche la verdura e il cibo. Ma lo spettacolo davvero unico è il tramonto sul fiume: ce lo godiamo tutto durante il ritorno a piedi all’hotel: i colori si scaldano, le ombre si allungano e poi il sole “si tuffa” nelle acque fangose e a poco a poco scompare.

La seconda parte del racconto

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