Avventura in Kenia di Brunella e Maurizio

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Chi non ha passato una vacanza in Africa non sa cosa vuol dire ritornare alla Terra…

Sentirne l’odore, gustarne i sapori, rimanerne abbagliato dai colori. Questa è la vacanza in Africa di Brunella e Maurizio, una vacanza rilassante ma piena di sorprese; proprio come l’Africa…

La nostra vacanza in Kenia è nata come “stacco” dall’interminabile inverno italiano. Eravamo propensi a scegliere i caraibi, ma non abbiamo trovato nulla di interessante nella settimana a nostra disposizione.
Il prezzo che l’agenzia di last minute ci ha proposto era veramente irresistibile, così abbiamo prenotato – con un anticipo di una sola settimana – senza preoccuparci di fare la profilassi antimalarica, o altre vaccinazioni eventualmente consigliate per la nostra destinazione.

Verso l’Africa

Lunedì 27-Il volo previsto dal pacchetto era un charter della Air Europe (gruppo Volare) in partenza da Verona alle 20.30 per Mombasa, con sosta a Roma. Il puro volo continentale in effetti non è troppo lungo (7 ore), ma la sosta a Roma di un’ora e mezza/ due ore è veramente spropositata, soprattutto nel volo di ritorno. Consiglio quindi a chi proviene dal norditalia di non lesinare sui km.per raggiungere l’aeroporto (noi siamo di Bologna) e scegliere piuttosto il charter diretto in partenza da Milano Malpensa. Discreto servizio a bordo, anche se lo spazio tra una fila di sedili e l’altra è un po’ angusto. Vediamo una splendida alba e un Kilimangiaro sgombro da nubi, che non avremo più occasione di vedere, poiché si trova molto distante dalla costa di Malindi.

Martedì 28-Atterriamo in perfetto orario alle 9.20 locali (+ 2 ore rispetto all’Italia). Disbrigo di formalità doganali ($ 50 / a testa per visto d’ingresso) e caldo soffocante ci aspettano all’aeroporto; in breve io e Maurizio siamo in maglietta e pantaloncini, perché in queste occasioni ci vestiamo “a strati”.
L’aeroporto dista 120 km dal nostro resort – il Karibuni Villas di Mambrui – località una decina di chilometri a nord di Malindi. Impiegheremo 2 ore e mezza per arrivarci su uno scalcinato pullman dell’hotel. Si tratta di una struttura molto vasta, con giardini curatissimi e vegetazione rigogliosa, composta da camere e da cottage – questi ultimi in mono- o multiproprietà. Abbiamo anche la fortuna di ricevere l’assegnazione di un cottage – per cui non abbiamo problemi di spazio.
Esploriamo la spiaggia nel pomeriggio e nei giorni seguenti: non è la classica spiaggia tropicale di sabbia bianca (la troveremo più avanti nell’escursione al parco marino di Malindi), ma ha toni più caldi di un giallo dorato, ed è orlata di piccole dune. Più a nord c’è infatti la spiaggia di Che Chale (o spiaggia dorata) per la gran percentuale di minerale rilucente che vi si trova.
E’ inoltre soggetta alle forti maree, come tutto l’oceano indiano, per cui per circa metà della giornata il mare si ritira di 100-200 mt. lasciando scoperta una sorta di barriera su cui camminare con dovute precauzioni (sandali in gomma). Con l’alta marea si può fare il bagno – magari più verso sud, appena oltre il villaggio di Mambrui (600 mt.) dove le rocce finiscono.
Di fatto la apprezziamo per le interminabili passeggiate, nelle quali godiamo della compagnia dei cosiddetti beach boys – per niente invadenti e amichevoli.
Dovete sapere che in ogni resort la zona spiaggia è così divisa: nella prima fetta lettini e ombrelloni “presidiati” in modo soft dalla security del resort; più avanti e sul bagnasciuga vi è una sorta di terra di nessuno dove si viene a contatto con i venditori o curiosi del posto. Avevamo letto diversi diari di viaggio che ci inducevano a non diffidare dei beach boys: in alcuni casi si tratta di bambini e ragazzini che hanno solo voglia di fare due chiacchiere, a cui lasciare biro o caramelle per i fratelli più piccoli. Altre volte sono adulti che fungono da procacciatori per l’agenzia di Malindi (alternativa a quella presente nel resort) che cercano di convincere i turisti ad effettuare con loro escursioni (safari o mare) a prezzo più conveniente.
Per parte nostra pensavamo a una settimana di puro “polleggio” con qualche scappata a Malindi per shopping e giro del circondario: invece la navetta del resort risulta sospesa e i taxi individuali sembrano un pò cari.
Ci convinciamo quindi con un’altra coppia (Mercoledì 29) a sondare l’agenzia alternativa (ci portano a Malindi gratis, e dopo la sosta all’agenzia ci fanno fare il giro del paese) e dopo estenuanti trattative ci accordiamo per due escursioni: un safari di due giorni/1 notte al parco Tsavo Est e una gita in barca (con pranzo) al parco marino di Malindi rispettivamente a 160 e 25 us$ a testa (o euro – li davano alla pari). Lasciamo un acconto e ci diamo appuntamento per venerdì 7 fuori dal Karibuni
Il giro a Malindi è un po’ deludente. Di fatto si tratta di un incrocio di strade: da una parte la zona dei casinò e dei negozi-souvenir per occidentali, dall’altra il mercato con la visita alla fabbrica del legno. Qui visitiamo una bassa tettoia in lamiera, dove gli intagliatori sono al lavoro su varie essenze di legno (teak, ebano e altri legni chiari e scuri); ci aggiriamo su un tappeto di trucioli e vediamo innumerevoli animali intagliati, semilavorati, mezzi dipinti, che ritroveremo nell’attiguo capannone pronti per la vendita. Su ogni opera c’è l’etichetta con il prezzo in scellini kenioti e il numero del lavoratore che l’ha intagliata (pensiamo che sia quindi una sorta di cooperativa). Sarà l’unico posto dove i prezzi sono fissi – altrove è d’obbligo trattare.
Nel mercato visitiamo la parte di bancarelle con generi alimentari, e anche quella di vestiti e generi vari. La povertà è veramente molto evidente, ma anche la dignità delle persone che ci circondano e ci offrono le loro mercanzie ci tocca molto.
Gigi (dell’altra coppia) compra per una sciocchezza un casco di piccole banane locali, e man mano le passa ai bambini che ci sono intorno; io do loro un po’ di biro e di caramelle che ho portato dall’Italia, ma sono operazioni che occorre fare in modo un po’ defilato per non ritrovarsi assaliti all’improvviso da troppe mani protese.
Mi colpisce un banchetto che vende scarpe e ciabatte usate, e mi rendo conto di come mai i ragazzini in spiaggia ci chiedono – con modi garbati – se alla fine della vacanza lasceremo loro i nostri cappellini, ciabatte, magliette.
Penso che i ragazzi di Mambrui – che visiteremo l’indomani pomeriggio – o di tanti altri villaggi, probabilmente non soffrano la fame (poiché ogni villaggio coltiva cereali, ortaggi e frutta) ma tutto il resto – vestiario incluso – può essere ritenuto voluttuario.

Giovedì 30 -Passiamo la mattinata passeggiando sulla spiaggia, fino alle dune a sud verso la foce del fiume Subachi (distante altri 3 chilometri – un po’ troppi da fare sotto il sole che di solito sbuca dalle nubi a metà mattina), scambiando due chiacchiere con gli altri turisti che incontriamo per via: chi ha deciso di fare il fantomatico safari solo con l’agenzia interna al villaggio perché non si fida dei beach boys, e chi ci dice di aver spuntato prezzi migliori dei nostri e di avere visto più parti di Malindi nel giretto del pomeriggio precedente. Ci restano i dubbi sulla scelta effettuata – che si scioglieranno solo con l’inizio dell’avventura.
Ci rendiamo conto che siamo già un po’ cotti (nonostante la crema ad alta protezione e il sole velato del mattino): nel pomeriggio – adeguatamente vestiti in maglietta e pantaloncini – e scortati dai ragazzini con cui abbiamo fatto amicizia, facciamo un giretto nel villaggio di Mambrui: vediamo quasi tutte case in muratura (i giorni seguenti per arrivare al parco Tsavo vedremo molte capanne di fango), diverse moschee e infine la scuola. Sono le 4 del pomeriggio e gli alunni sono già tutti usciti: troviamo alcuni maestri davanti alla scuola e scambio qualche opinione con uno di loro in inglese. Mi dice ha la scuola ha 600 ragazzi e 6 maestri (gli abitanti del villaggio sono circa 4000) e che con il nuovo governo insediato a inizio gennaio la scuola è diventata gratuita.
Prometto a Tom, uno dei ragazzini che spesso ci accompagna, che gli manderò copia delle foto che ho scattato sulla spiaggia presso la casella postale della scuola: avrò così l’occasione di ringraziare il loro insegnante per iscritto.

La seconda parte del racconto

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