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Prosegue l’avventura dei nostri eroi alla scoperta dell’Indonesia vera, lontana dallo stereotipo della pur magnifica Bali…

La prima parte del racconto

29/09/01 Ore 05:45 Lasciamo il resort dopo una notte quasi insonne torturati dalle zanzare e dalla paura di non svegliarsi in tempo.
In aeroporto, sbrighiamo le formalità doganali e di imbarco e via verso UJUNG-PANDANG dove cambiamo aereo e la prima coincidenza è già in ritardo di 30 min.
Gli aerei sono spartani ma moderni e apparentemente sicuri e in un oretta siamo a PALU (capitale di SULAWESI CENTRALE ; “SULAWESI è divisa in tre regioni : Nord – Centro – Sud ”).
Scesi dall’aereo l’impatto è decisamente diverso do quello che ci si aspetta andando all’equatore, non la solita afa ma una brezza fresca e piacevole, siamo proprio in mezzo alle montagne e la temperatura è più mite che a Bali, meno umida, più fresca di notte e senza zanzare.
Siamo arrivati da non più di 15 min. all’aeroporto di Makassar, che è veramente molto piccolo (dall’aereo al terminal si va a piedi) che si scatena una tempesta equatoriale tanto intensa quanto breve.
Sotto la pioggia prendiamo il primo taxsi (a Palu sulle portiere delle macchine è scritto così) che troviamo, e guida Lonely Planet alla mano, ci facciamo portare in un hotel (contrassegnato come buon rapporto qualità prezzo) indicando sulla cartina della città, con l’indice, il luogo di destinazione, poiché a parole non si cava un ragno dal buco.
Piacevolmente sorpresi dai prezzi, che sono notevolmente più bassi che a Bali 66.000 Rupie la doppia pernottamento e prima colazione, prendiamo al volo la stanza, che è fornita di accessori, aria condizionata e TV color via satellite, anche se riceve due soli canali.
Preso possesso della stanza e dopo essersi dati una rinfrescata, facciamo il piano della situazione e partiamo alla ricerca del mezzo che ci dovrà portare ad AMPANA (villaggio portuale da dove partono i battelli pubblici per l’arcipelago delle Togean).
Relativamente vicino all’hotel c’è una piccola stazione dove, domani mattina alle nove, passa il Bus diretto ad Ampana, decidiamo così di prenotare i posti per due motivi:
-Primo, esser sicuri di non fare tutto il viaggio in piedi, visto che la corsa comincia al terminal principale alle sette di mattina.
-Secondo, possiamo dedicare due ore in più al letto e la fermata del Bus è più vicina.
Detto fatto, ticket in mano, torniamo in albergo cercando durante il tragitto a piedi, di memorizzare dei punti di riferimento per ritrovare la fermata la mattina successiva.
In serata andiamo a mangiare pesce in un ristorante indonesiano (chiaramente a conduzione familiare) ho l’impressione che il padre sia molto emozionato dalla nostra presenza, fa di tutto per accontentarci e ci riesce, porta una zuppa di granchi strabuona e altre varietà di pesce.
Dopo cena, ci chiede se vogliamo fare una foto con la sua famiglia, darebbe prestigio al suo locale, che non è mai stato frequentato da stranieri venuti da così lontano, noi, lusingati dall’importanza che ci viene attribuita, accettiamo con piacere di posare per i posteri.
Salutato questo inusuale ristoratore, passeggiamo alla ricerca di un bancomat, dove ritirare valuta locale, quando, subito dopo aver prelevato, (già agitati dalla mole di denaro che portiamo addosso) veniamo fermati da quattro ragazzi su di un furgoncino.
Sono un gruppo di amici in giro a divertirsi, che hanno visto che non siamo del posto, e per curiosità, si sono fermati a chiedere da dove veniamo e a far due chiacchiere, ci offrono un sorso di “vino Indonesiano” dicendo di bere poco che è forte, (a noi sembra succo di mela) poi ci invitano a salire sul furgoncino, siamo un po’ titubanti, ma ci ispirano fiducia, montiamo e ci accompagnano in albergo.

30/09/01 Ore 08:00 Stamattina a svegliarmi non è il solito raggio di sole che filtra dalle fessure delle finestre o la zanzara esosa rimasta in camera a mangiarci addosso tutta notte, ma la fame.
Mi vesto in un minuto e mezzo e vado a far colazione, -due frittatine di carne, troppo fredde e una tazza di the, che per la cronaca è molto buono, bollente e speziato quanto basta.
Si è svegliato anche il Monci, finita la colazione chiamiamo un taxi per farci portare alla fermata, ma come se magicamente stanotte si fosse spostata, non la troviamo più, tutti i nostri riferimenti si dimostrano inutili, le stesse scritte o cartelli si ripetono a tutti gli incroci, ieri non ce n’eravamo resi conto e ora nelle strade, uguali e affollatissime e un autista che non ci capisce, non ci resta che girare e affidarci alla fortuna, oppure farci portare al Terminal grande.
Il lato positivo è il conto del taxi, ha fatto più strada e ci costa un quinto rispetto a quello preso all’aeroporto di Makassar.
Trovata la biglietteria rifacciamo i biglietti (35.000 Rupie a testa) così è la vita, sono le nove, la stazione è sbagliata, ma cosa primaria, stiamo partendo.
Purtroppo i mezzi di trasporto sono sempre peggio, ma ci stiamo facendo l’abitudine.
Il tragitto non è lunghissimo, poco più di 300 Km. ma appena lasciato il centro abitato, la strada si presenta subito molto impervia.
I posti sono stretti duri e scomodi, il Bus parte che è già quasi al completo, nonostante ciò fa un’infinità di fermate raccogliendo merci e passeggeri che si accomodano dove possono o meglio dove c’è spazio:
-in terra –sui bagagli – in braccio ad altri passeggeri –o addirittura, aggrappati all’esterno ai finestrini o alle porte (sempre aperte, per far girar l’aria o per guasto del meccanismo, non si sa).
Sembra un cargo più che un Bus, all’interno trasportiamo anche qualche gallina e una Vespa PIAGGIO.
Via via passano le ore e l’immobilità comincia a farsi sentire, chi cerca di alzarsi, chi si lamenta con l’autista, chi fuma in continuazione.
Finalmente il Bus si ferma, scendiamo tutti, è la sosta per un breve ristoro ed eventuali bisogni fisiologici.
Siamo solo a metà strada, in mezzo alla giungla c’è un chiosco dal nome “Parigi” che vende per poche Rupie, pane e frutta tropicale mai vista prima.
Si riparte e mentre la strada peggiora diventando stretta, sterrata, e in forte pendenza, si mette a piovere violentemente.
Ore 18:00 È buio, sono sfinito, il Bus si ferma; scendo convinto di essere arrivato, ma mi devo ricredere, è solo un’altra sosta; questa volta almeno si mangia davvero, anche se nella solita baracca fatiscente, ma a questo punto sono pronto a scommettere che non ci fa più caso nessuno.
Ci servono riso in bianco cotto a vapore, con a parte una zuppa piccante alla papaia e un grosso trancio di pesce Napoleone, veramente buono.
Tanta è la felicità di sgranchirsi le gambe e mangiare che nel piatto non resta nulla anche se il peperoncino onnipresente nella cucina Indonesiana lascia senza fiato.
Mezz’ora di tempo per mangiare e si riparte, finalmente poco dopo le nove il bus si ferma, siamo arrivati ad Ampana.
Non abbiamo più la forza né la voglia di girare per scegliere l’alloggio, così entriamo nel primo che vediamo: l’hotel Family Lestary, il prezzo è sempre più basso, 33.000 Rupie la doppia con prima colazione, la stanza è grande e comoda ma sporca da far schifo, devo a mandar fuori due scarafaggi da sotto il comodino, accertato poi che non ci siano altri insetti, crollo sul letto.

PS. Da qui in poi il telefono cellulare non ha più copertura di rete.

Le “Perle” di Lhabuan…

01/10/01 La colazione al Family Lestary è un po’ povera, the in abbondanza e tre biscotti, ma l’emozione, è il porto di partenza del traghetto per WAKAY; LAHBUAN (il porto di Ampana, famoso grazie alla saga di Sandokan).
Ore 10.00 Siamo sul molo, ci aspettiamo di veder apparire davanti agli occhi una nave…. ma…… dovevamo aspettarcelo, ciò che vediamo non è altro che una vecchia bagnarola del mare, sporca e rumorosa, ci sembra di esser tornati indietro al tempo di Sandokan, mancano solo le scimitarre alla cintura dei marinai e di vedere all’orizzonte la goletta del governatore inglese Bruck.
L’imbarcazione all’esterno è impraticabile, sottocoperta, oltre all’equipaggio che dorme tranquillo in terra sulle assi che coprono il motore, ci siamo noi due, una coppia di giovani Olandesi e sedici Indonesiani, tutti rigorosamente scalzi.
Lo spazio per muoversi è poco e bisogna camminare chinati, perché l’altezza utile è di un metro e venti centimetri, le assi della chiglia scricchiolano, ciò nonostante sono tutti tranquilli, sdraiati uno sull’altro, tranne noi quattro Europei.
Per fortuna non hanno messo le finestre, così il locale è ben ventilato e l’odore della salsedine che entra copioso, copre bene gli odori provenienti dalle merci, trasportate in fusti di plastica o sgangherate scatole di legno tenute assieme con lo spago.
Se va tutto bene dovremmo sbarcare a WAKAY alle tre di pomeriggio.
Dopo cinque ore seduti sul pavimento fra puzza, frastuono e vibrazioni, arriviamo al porto, poiché in barca il cattering è un servizio sconosciuto, ci preoccupiamo di mettere qualcosa sotto i denti.
WAKAY è il secondo villaggio in ordine di grandezza e popolazione di Pulau BATU DAKA, (l’isola più ad Ovest dell’arcipelago delle Togean) da lì, imbarcazioni sempre più piccole, partono per portare beni di prima necessità, nei villaggi delle più remote isolette dell’arcipelago.
Con i pesanti zaini sulle spalle andiamo quindi alla ricerca del mercato, troviamo invece, all’uscita dal porto, un ragazzo di nome ASHLAM, (Indonesiano purosangue) che ci propone di portarci in 30 min. con la sua imbarcazione a KADIDIRI, dove lui stesso ci può ospitare e rifocillare.
Ci sono “33° centigradi”, lo zaino sembra pesare di più ogni minuto che passa, in più Ashlam ci fa un’ottima impressione, così accettiamo.
Cortese e precisissimo, in meno di mezz’ora, siamo arrivati a KADIDIRI, piccola isola a Nord di WAKAY dove Ashlam, gestisce un piccolo gruppo di cottage sulla spiaggia.
Molto essenziali dobbiamo dire, il bagno è in comune con i cottage vicini, non c’è la doccia e lo sciacquone della turca, è un mestolo in un secchio pieno d’acqua di mare; per contro il costo giornaliero della sistemazione comprensivo di colazione, pranzo, cena e pernottamento in cottage doppio è di sole 35.000 Rupie a testa.

02/10/01 È mattina presto, mi alzo ed esco a passeggiare, mi dirigo ad Ovest, verso la spiaggia dove si dovrebbero vedere i Coconuts Crubs (granchi delle noci di cocco, pesanti anche cinque chili), purtroppo, non sono fortunato e trovo solo i resti del banchetto della sera prima.
Il posto è incantevole, il cibo eccellente e Ashlam parla correttamente inglese, cosa da non sottovalutare visto l’incomprensibilità della lingua del posto.
Nel pomeriggio una snorkellata per rendersi bene conto del fondale marino che ci si apre davanti agli occhi, con un solo rammarico, non avere la custodia subacquea della telecamera.

Il mercato di Batu Daka…
03/10/01 Ore 08:00 Ashlam accende i motori della sua piroga, sta andando al mercato di WAKAY a far le spese, ci uniamo anche noi, non vogliamo farci scappare per la seconda volta l’occasione di vedere da vicino il più importante mercato di BATU DAKA. È un esperienza da fare, molto caratteristico, coinvolge anche non capendo la lingua.
Anche noi ci facciamo prendere dalla foga della contrattazione, e convinti da un’abile venditore, acquistiamo due grossi pesci e un casco di banane, di tutto spendiamo 3.000 Rupie.
Tornati al porto, Ashlam vede un suo amico “Capitano” che si mostra favorevole a portarci a UNA UNA (isola vulcano a circa 80 Km. a Nord/Ovest di Kadidiri).
L’idea di vedere un vulcano, forse addirittura all’interno ci stuzzica da matti, ma prima di venerdì 5 non è possibile, per due importanti motivi:
-Primo perché il capitano deve raggruppare l’equipaggio per la barca, che nonostante sembri la solita bagnarola, ha dimensioni ragguardevoli e non la può portare da solo.
-E secondo, deve trovare una guida.
Il tutto ci dovrebbe costare 350.000 Rupie, più 50.000 per la guida, che ci accompagnerà per i 9 Km. da percorrere a piedi nella jungla, per raggiungere la cima del vulcano.
Tornati a WAKAY cerchiamo fra i pochi ospiti presenti sull’isola, qualcuno interessato all’escursione, anche per ammortizzare la spesa di viaggio.
Troviamo favorevoli spargendo la voce, tre Olandesi, un’Inglese e due Francesi, così organizzati ci salutiamo, in attesa di conferma del viaggio da parte del capitano.
Abbiamo saputo dell’esistenza di un isola, ancora deserta, (Pulau TAIPI) dove stanno costruendo ora qualche bungalow, ci sarebbe quindi la possibilità di fermarcisi a dormire; quasi quasi…
Mentre, seduti al bancone dell’unico bar dell’isola, sorseggiamo una birra e decidiamo sul da farsi, sentiamo alle nostre spalle, parlare Italiano; che bello, facciamo subito conoscenza con CARLO e DARIO, due ragazzi che come noi amano l’avventura, subito proponiamo UNA UNA, ma purtroppo per venerdì hanno già altri progetti, mentre verrebbero volentieri con noi a TAIPI.
Detto fatto, tempo un’ora, Ashlam accende i motori della barca e partiamo, con l’intenzione di “dormire sull’isola deserta”.
Avvicinandosi alla spiaggia non possiamo fare a meno di notare la moltitudine di varietà di coralli e pesci che popolano questa barriera.
Scesi a terra prendiamo possesso di due bungalow, e andiamo subito in mare.
La prima escursione è stata bloccata dopo poco dal calar delle tenebre, non ci resta che mangiare a lume di candela, l’ottima zuppa di pesce cucinata sulla spiaggia solo per noi quattro, tante banane e…. tante zanzare.
Dopo cena sotto la veranda un po’ di conversazione (in Italiano) , fumando pessime sigarette, finchè colti dalla stanchezza si va a letto.

Pulau Taipi…

04/10/01 Questa isola è veramente piccola, ci sono solo tre bungalow e quattro Indonesiani, al lavoro per costruire una baracca da adibire a zona pranzo.
Per ora si mangia in spiaggia, ma i pasti a base di pesce freschissimo e papaia sono molto appetitosi e abbondanti.
Dopo pranzo si fa una nuotata per digerire, la temperatura dell’acqua è così elevata, che anch’io che sono freddoloso ci passo più di un’ora senza risentirne.
Con la maschera e le pinne è uno scherzo fare il giro dell’isola, galleggiamo in una favola.
Nuotando sovrasto una scogliera di corallo gremita da un’infinità di pesci di mille specie e di mille colori, fra cui qualche testuggine, anemoni e bada ben bada ben, ho un’incontro ravvicinato con un piccolo squalo di circa sessanta centimetri, paura.
La giornata passa lenta, fra una ripresa video e un bagno e verso le cinque del pomeriggio torniamo a KADIDIRI per riunire i compagni di viaggio per il tour del giorno seguente.
Ma appena arrivati ci aspetta una brutta notizia, Francesi e Olandesi si tirano indietro -per le due ore e mezza di barca per arrivare all’isola -per il sole cocente che ci accompagnerà durante le tre ore di cammino, che separano l’approdo in spiaggia, dalla cima del vulcano -per timore della jungla da attraversare -per il monossido, che si potrebbe trovare nell’aria all’interno del cratere, insomma non sanno più cosa inventare come scusa per giustificare il loro ritiro; secondo me bastava ammettere d’aver paura, facevano più bella figura.
Va bé, noi pionieri non ci scoraggiamo così facilmente e decidiamo di andarci lo stesso, meglio pochi ma buoni.

Una Una…

05/10/01 Ore 06:00 Sveglia…. Preparo lo zainetto con videocamera e macchina fotografica, un the e una frittata di colazione, mentre aspettiamo l’arrivo della barca.
Eccola è arrivata, non si avvicina a riva, perché la mattina c’è la bassa marea e resterebbe incagliata, così ci porta al largo Ashlam con la piroga.
Saliamo Io il Monci e Tuch (ragazzo Inglese di 25 anni alto 1,94 m. da due mesi è a spasso da solo per le isole di tutta l’Indonesia per allenare il fisico a temperature estreme, si vede che è un atleta, gioca a Rugby da professionista in Inghilterra).
Ore 09:40 Finalmente si vede l’isola, l’aspetto è un po’ minaccioso, la cima del vulcano è coperta da una fitta coltre di nuvole nere, ma ora è tardi per tirarsi indietro, vediamo già la guida che ci aspetta sulla spiaggia.
Prima di partire, la guida ci presenta la sua famiglia, a mala pena capiamo i nomi, è l’unica famiglia presente sull’isola dopo la disastrosa eruzione del 1983; vivono tutti insieme, genitori e cinque figli, in una baracca in prossimità della spiaggia.
Fatte le presentazioni, la guida si gira uno spago in vita cui lega il macete, mette in spalla una matassa di corda da alpinismo e ci fa cenno di seguirlo, inizia l’avventura.
Percorriamo a ritroso la strada fatta dalla lava nel 1983.
L’eruzione distrusse tutte le forme di vita sull’isola, sia animali che vegetali, tranne i pochi abitanti che riuscirono a mettersi in salvo.
Ora dopo 18 anni la vegetazione è più che mai lussureggiante.
Dopo soli 30 min. di cammino, comincia a piovere e in un attimo ci troviamo per la prima volta nel bel mezzo di una tempesta.
Stiamo imparando sulla nostra pelle che qui all’equatore la natura si scatena in un lampo.
Di colpo piove e di colpo smette, ma nel breve tempo trascorso fra l’inizio e la fine, è caduta tant’acqua da formare un fiume, che sempre più gonfio diventa attimo dopo attimo più pericoloso.
Così ci dobbiamo fermare e attendere che si calmi, o forse sarebbe meglio dire “sperare” perché la situazione sta peggiorando visibilmente e se la terra non assorbe più acqua non si può più proseguire.
Quando ormai, passato un quarto d’ora, aggrappati a due palme al limitar della jungla, stiamo per essere sommersi, il cielo si schiarisce, smette di piovere, pochi minuti e regna un silenzio innaturale, il fiume così come si era formato, si ritira.
Fradici ma felici dello scampato rischio, con rinnovato vigore riprendiamo il cammino, man mano saliamo, la situazione atmosferica migliora, ma il percorso è sempre più impervio e ripido, fino a dover scalare a mani nude la parete di roccia ai piedi del vulcano.
Dopo tre ore di marcia, ci addentriamo nella jungla vera, la guida a colpi di macete, crea sentieri fra la vegetazione, che si richiudono subito dopo il nostro passaggio e dopo una salita impossibile fra ragni grandi come uova e un insidioso quanto scivoloso sottobosco, arriviamo sul bordo del cratere.
Ora si scende per 472 metri, i primi 50 sono difficilissimi, bisogna chiamare a sé tutte le risorse disponibili, coraggio compreso.
Con l’ausilio della corda ci si cala poi per circa 150 metri nel vuoto su di una parete quasi verticale ricoperta di muschio e vegetazione, che copre e nasconde anche il più piccolo appiglio.
Restano visibili solo liane marce, messe li come trappole naturali e alberi ad alto fusto con spine di oltre 10 Cm. Di lunghezza che ricoprono la corteccia fin dalla base.
Scivolo e purtroppo l’unico appiglio che trovo è proprio la pianta da non toccare; faccio subito conoscenza con le spine, che sono proprio robuste, mi hanno sforacchiato la mano destra e non se n’è rotta una, è comunque il minore dei mali, poiché il volo a valle sarebbe stato certo peggio.
Dice il saggio: “La calma è la virtù dei forti” e noi pian piano ce l’abbiamo fatta, siamo arrivati in fondo, sembra incredibile ma ce l’avevano spacciata per una passeggiata.
Il terreno ora è pianeggiante e avanziamo verso il centro del cratere, dove l’acqua azzurra e calda ha riempito il centro, creando un lago sulfureo, le pareti interne fumano, l’aria è quasi irrespirabile.
È uno spettacolo fantastico, sono soddisfatto di questa sfida vinta con me stesso.
Tento di fare una ripresa video e purtroppo mi devo arrendere alla cruda realtà, la pioggia di prima deve essere penetrata all’interno dello zaino, creando umidità, che ha bloccato la videocamera.
Così per documentare questo momento, confido nella mia NIKON F4 che non mi ha mai tradito, e scatto qualche fotografia, mentre lascio ad asciugare al sole la SONY Mini DV.
Nel contempo, la guida, che per tutto il tragitto si è portata dietro un thermos, contenente riso cotto a vapore e alcuni tranci di pesce fritto, sta facendo anche da cameriere, preparando dei piatti unici, nelle vaschette divisorie dello stesso.
Dopo 30 min. e diversi tentativi, riesco ad accendere la video camera, non vanno tutte le funzioni, in ogni modo riprendo per qualche minuto il paesaggio suggestivo che mi sta intorno.
14:30 Bisogna imboccare la strada del ritorno, prima che faccia buio, dato che non sarà né più breve né più facile che dell’andata, l’unica consolazione è che sappiamo già cosa ci aspetta.
Dopo varie peripezie, all’alba delle cinque e mezza siamo al campo base (la baracca sulla spiaggia), la guida, a gesti ed espressioni del viso, si congratula con noi, ci fa capire che pochi riescono a conquistare la vetta del vulcano, e ancor meno riescono a vincere la paura della discesa nel cratere.
Dei pochi gruppi di avventurosi (tutti più numerosi), che nell’ultimo anno si sono spinti fin qui, noi siamo stati gli unici a non arrendersi, nonostante le avverse condizioni meteo.
La cosa ci riempie così tanto d’orgoglio, che passano in secondo piano anche le lievi ferite inferte dalle spine, e le varie escoriazioni procurate dalle salite e discese di pareti e pendii scivolosi.
PS. La guida è un ometto alto circa 1.60m. ha fatto tutto il tragitto a piedi nudi e ci lasciava regolarmente indietro in tutti i passaggi, sembra più una scimmia che un uomo a vederlo a muoversi nella foresta.
Non credevo di poter esser così stanco, appena salito in barca mi addormento in terra vicino al motore; oltre due ore di navigazione, che per me durano un attimo, il capitano ci chiama, siamo a Kadidiri, Ashlam ci aspetta già al largo con la sua piroga per ricondurci a terra.

Mirko Vallara

Continua…

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