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Si conclude l’avventura dei nostri eroi. Una vacanza che sicuramente molti vorrebbero poter fare…

La prima parte del racconto

La seconda parte del racconto

06/10/01 Ore 08:00 Ci svegliamo riposati e affamati, preparato lo zaino, andiamo a far l’ultima colazione al LESTARY, paghiamo il conto (200.000 Rupie in due per tre gg. vitto e alloggio), poi accompagnati da un amico di Ashlam partiamo verso isole ancora più sperdute.
Durante il tragitto ci fermiamo a KATUPAT un piccolo villaggio di pescatori nella centrale isola di TOGEAN, sul molo vediamo dei bambini che giocano con il copertone di una bicicletta, altri tirano i sassi ai pesci, si divertono con poco, trasmettono allegria solo a vederli.
Dopo una breve sosta riprendiamo il mare, destinazione BOLILANGA, piccola isola abitata da una sola famiglia che ospita e sfama i pochi viaggiatori che la raggiungono.
L’isola ha una forma molto particolare, sembra un otto; a Nord-Ovest è circondata dalle mangrovie e a Sud-Est è un’inaccessibile parete rocciosa alta oltre dieci metri.
Al centro, forma una striscia di sabbia lunga trenta metri e profonda cinque, su cui fra le palme fanno capolino quattro cottage molto spaziosi e ventilati, grazie a due porte poste alle estremità Nord e Sud che consentono oltre ad un ottima ventilazione la vista del mare e delle isole limitrofe.
Ah dimenticavo, la struttura ha un nome: “LOSMEN BOLILANGA INDAH”
Il prezzo della sistemazione è di 45.000 Rupie (9.000 lire) al gg. per persona, vitto alloggio e un cottage a testa, che fare?… il giro di ricognizione è stato positivo, il prezzo non ne parliamo, ma si! sistemiamo gli zaini e vista l’ora, valutiamo subito le capacità culinarie della famiglia.
La cena è meno piccante del solito, più appetitosa e le porzioni sono molto più abbondanti.
La famiglia è composta da: Padre, Madre, tre figli: due maschi di 18 e 20 anni, una femmina di 16 e il nonno.
I ragazzi parlano l’inglese, così dopo cena facciamo un pò di conversazione, dimostratisi disponibili ad accompagnarci a fare delle escursioni in barca, ci accordiamo subito per la mattina successiva. Augurata la buona notte, ci trasferiamo con un paio di piccole lanterne a olio sotto la veranda antistante i nostri cottage a leggere un libro sorseggiando una birra (purtroppo calda).
Poco dopo la nostra attenzione viene attirata da due figure che si muovono furtive sulla spiaggia, individuabili solo dalla debole luce della lanterna che portano raso terra.
Ci alziamo a controllare, e…..
-SORPRESA! Sono la mamma e la figlia che scandagliano la spiaggia in cerca di Paguri, (piccoli granchi senza esoscheletro che occupano i gusci dimessi di altri animali) da cucinare in una zuppa di mare il giorno seguente.

07/10/01 Ore 08:00 Su di una palafitta adibita a ristorante facciamo colazione, non delle migliori, the e dolcetti alla pasta di cocco.
Preparata la barca prendiamo il mare, le nostre mete sono tre, una scogliera corallina, un atollo e una piccola isola disabitata conosciuta per aver una vegetazione particolarmente lussureggiante.
Il giro si dimostra molto bello, tranne la sosta sull’isoletta, che a ragion del vero non è disabitata, ma se mai è abitata solo da vari insetti e da enormi zanzare, che già alle 13:00 ci danno battaglia; il pranzo, lo consumiamo seduti, gambe incrociate sulla sabbia, il pesce ci soddisfa, il sole che cuoce il cervello un po’ meno; durante la via del rientro ci fermiamo a KATUPAT a far una passeggiata fra le baracche dei pescatori, tutti sempre pronti a sfoderare un sorriso ad un minimo incrociarsi degli sguardi.
Tornati a Bolilanga, prima di cena decidiamo di provare a fare la doccia, visto che c’è…
Sì sì la doccia si può fare e con acqua dolce, ma bisogna arrangiarsi con un mestolo a prenderla da un catino, riempito giorno per giorno e versarsela sulla testa; meglio che niente.

08/10/01 Ore 06:30 Guardo assonnato fuori dalla finestra, piove, il mare è parecchio agitato, il cielo scuro come fosse ancora notte.
Ore 08:00 Piove ancora, già si annuncia una giornata vuota, il tempo comincia a peggiorare, si sente l’avvicinarsi della stagione delle piogge.
Mangio sotto la veranda, nuoto sotto la pioggia, rimangio e nuoto ancora, ma poi ho freddo, mi asciugo, ho finito di leggere il libro cominciato ieri, ora posso solo aspettare che Carlo finisca presto il suo per scambiarcelo.
La fregatura è che senza una barca da qui non ci si muove, e anche avendola, senza una guida sono quasi certo che non ritroveremmo più Bolilanga in questo labirinto d’isolette apparentemente tutte uguali, il Boss (Indah) approfittando del mare mosso è uscito a pescare con i figli, mi sento come Robinson Crusue, sulla sua isola: Rè e contemporaneamente Prigioniero.
Prima di sera i pescatori fanno ritorno con un considerevole bottino ittico, ora entrano in scena la mamma e la figlia ai fornelli; la cena è all’altezza delle aspettative, e ci consola della giornata grigia passata nell’attesa di un miglioramento del tempo.
Dopo cena si pianifica il giorno seguente e dopo varie insistenze con Indah per la troppa distanza e le spese di viaggio, accetta di portarci a vedere il popolo BAJOO.
PS. L’arma vincente per convincere Indah era scontata..… 150.000Rupie.

09/10/01 Delle quattro Etnie presenti in Indonesia la più caratteristica è quella dei BAJOO People, unici pescatori che rispettano la tradizione dei raccoglitori d’ostriche.
Vivono isolati in una lontana isola a Sud/Est dell’arcipelago, e pescano a mani nude in profondità, respirando tramite un tubo, l’aria in superficie, spinta a pressione da un compressore,
(già malridotto dall’età e dalla salsedine) mantenuto acceso da altri pescatori sulla barca, che ritmicamente si danno il cambio alle immersioni, che possono durare fino a quattro ore.
Per raggiungere il villaggio navighiamo per più di tre ore, percorrendo tratti di mare aperto e ampi canali fra le mangrovie, canali formatisi dalla deriva delle terre scosse dai vulcani, o dai sismi da essi provocati, che separano le più grandi isole dell’arcipelago.
Al villaggio siamo accolti con stupore e guardati come bestie rare, un bimbo che trova il coraggio, si avvicina a noi e con un sorriso allunga la manina, come per sentire l’effetto che dà, toccare una persona ai suoi occhi così strana.
Non hanno praticamente mai avuto visite “in casa”.
In un attimo tutto il villaggio è informato della nostra presenza, dalle palafitte escono i ragazzi che ci vengono incontro festosi, ci girano intorno, guardano l’abbigliamento che indossiamo, la pelle chiara, la macchina fotografica; mentre noi, siamo attratti dalla maestria, con cui le donne, sedute a terra, su strette passatoie traballanti (collegano le varie palafitte alla terraferma), tagliano e puliscono il pesce, poi adagiato sui corrimano in legno delle passatoie stesse a seccare al sole.
Mentre ammiriamo l’arte dell’artigianato di un vecchietto nel fare cappelli perfettamente conici e identici tra loro con le fibre di palma, veniamo invitati, da un gruppetto di ragazzi in veste di ambasciatori, a casa del RE (sindaco del villaggio).
L’abitazione è modestissima per esser quella del RE, si differenzia dalle altre solo dall’esser costruita sulla terraferma e in muratura.
All’interno dell’unica grande stanza oltre al RE e due consiglieri, ci siamo Io, Carlo, Alan (il primogenito di Indah) che traduce in inglese le parole del RE, e mezzo villaggio accalcato in fondo alla stanza, che ci guarda come se fossimo i salvatori di chissà quale disastrosa situazione.
La missiva dataci dal RE è semplice:
– informare l’organo del turismo competente, nella speranza che intervenga in loro aiuto, nei confronti di un ricco gruppo alberghiero Italiano, sito a GORONTALO, che, con continue battute di pesca sportiva ed esclusivamente turistica nelle loro acque, sta creando non pochi problemi alla realtà alimentare del villaggio, che vive quasi esclusivamente di pesca.
Preso l’impegno di trasmettere via internet il plico consegnatoci, salutiamo e ci prepariamo a partire; quando…, dietro mia richiesta di filmare il particolare tipo di pesca, ci vien dato appuntamento per il giorno dopo in mare aperto, in un punto non definito, che viene ben descritto ad Alan.
Percorrendo le passatoie fino alla barca, non possiamo non notare, il frigo più strano del mondo… è un tubo di rete da pesca, sotto chiuso, e sopra fissato alla parte inferiore della palafitta, al suo interno vengono messi i pesci che restano vivi nel loro elemento naturale, fino a quando vengono prelevati con un retino alzando un’asse del pavimento.
A dire il vero, però, la nostra attenzione non è stata attirata dal “frigo facsimile” ma, dai colori sgargianti di due enormi aragoste, che non resistiamo a non acquistare, anche in virtù del prezzo, per noi “veramente solo simbolico” 30.000 Rupie, di cui 28.000 per le aragoste e 2.000 di mancia.
Tornati a BOLILANGA, dopo aver fatto una foto ricordo, nel senso che non ricordo di aver mai visto crostacei così in carne, li diamo alla Signora da cucinare, il risultato è strepitoso, nonostante la semplicità del sistema con cui li ha cucinati… a vapore.

10/10/01 Il sole è già alto quando partiamo, abbiamo dovuto aspettare che Alan tornasse dal villaggio, dove tutte le mattine, in barca, va ad acquistare i beni di prima necessità, che si consumano giorno per giorno.
La barca è piuttosto lenta, ma il capitano è sicuro della rotta da seguire, anche senza strumenti, come se vedesse dei cartelli stradali, e in poco più di due ore di mare aperto in direzione delle ultime isole a Nord/Est dell’arcipelago, raggiungiamo un gruppetto di tre piroghe, vicine fra loro e ancorate al fondale, la prima è vuota, la seconda ha un pescatore che sta di vedetta e la terza a bordo, ha due uomini e un grosso compressore.
Bisognerebbe esserci, per rendersi conto dell’atmosfera che regna, sulla stretta e lunga piroga, a poppa c’è il vecchio del villaggio (il timoniere esperto “il Saggio”), a prua, un giovane pescatore, che aiuta, i due che risalgono a scaricare il pescato, al centro dell’imbarcazione, c’è il compressore il cui compito è di pompare l’aria presa in superficie lungo i 30/40 metri di tubo di gomma che i due nuotatori in immersione tengono in bocca.
Più di una volta, durante la giornata di pesca, il compressore è stato spento dal “Saggio”, per rimettere sulla puleggia il cinghiolo, che essendo vecchio e cotto dal sole, ci dicono, non viene messo in tensione per evitare che si spezzi, chiaramente scende dalla sua sede e altrettanto chiaramente i nuotatori devono trattenere il fiato fino a che il compressore non viene rimesso in moto.
Chiediamo se nessuno sia mai stato male, ci rispondono che è raro, ma purtroppo è successo, qualcuno come conseguenza della mancanza di ossigeno per troppo tempo, ha subito paralisi motorie; qualcun altro meno fortunato è morto annegato, o di embolia per un’emersione troppo veloce.
Ai nostri occhi tutto ciò è più che assurdo, è fantascienza; ma qui dove si vive con niente e con niente si muore la fame e il bisogno porta la gente ad essere fatalista, quindi a commettere imprudenze che possono costare anche la vita.
Le ore passano con un ritmico alternarsi dei “sub” nelle immersioni, portando a chi resta in barca non solo pesci coloratissimi, ma anche polipi e crostacei di grandi dimensioni.
Verso le tre di pomeriggio, il gruppo di pescatori si prepara a rientrare al villaggio, ci sono ancora due ore di barca e bisogna stare molto attenti alle onde, perché il pesce è conservato vivo nel doppio fondo delle piroghe e nel caso si ribaltassero, la fatica della pesca sarebbe stata vana.
Noi dal canto nostro,dopo essersi salutati, riprendiamo la via di casa, opposta alla direzione dei BAJOO, con un’esperienza nel cuore che difficilmente scorderemo.
Tornati sulla “nostra isola” il primo pensiero è rifocillarsi, soddisfatti della giornata, ma cotti dal sole, dopo cena, facciamo i conti con Indah (il capo famiglia) e ci ritiriamo nei cottage a preparare gli zaini per la partenza, poi una schifosissima sigaretta indonesiana e a letto.

11/10/01 Ore 05:40 Non è ancora chiaro, che frettolosi saliamo sulla piroga, accompagnati da Alan al porto di Katupat, dove passa il battello pubblico una volta alla settimana, da non perdere.
Lasciati sul molo dal nostro accompagnatore e fatti i saluti, ci sediamo a terra ad aspettare la barca, che non tarda ad arrivare, fatto inaudito, è in anticipo di qualche minuto, non ci facciamo cogliere di sorpresa e in un batter d’occhio siamo sul ponte, in cerca di un posto decente dove passare le prossime ore, all’interno c’è poca gente, così ci mettiamo comodi (si fa per dire).
La navigazione comincia bene, le prime fermate sono presso villaggi così piccoli da non riuscire a saperne il nome; il primo porto serio che incontriamo è Katupat; lì, salgono diverse persone, che non solo si portano a bordo sacchi d’ogni qualità di spezie, ma anche un coloratissimo pappagallo che non sta mai zitto e due galline.
I principali scali, li abbiamo passati tutti senza eccessivi tempi di sosta, abbiamo anche visto in uno di questi, il salvataggio in diretta di una bimba, caduta in mare dal molo; ora, intorno a noi, a perdita d’occhio, solo acqua salata; il tempo scorre lento, la barca è piena e si dirige spedita verso l’ultimo porto, quello di Ampana, dove l’indomani ripartirà per fare lo stesso viaggio a ritroso.
SottoCoperta, fra il caldo, il forte odore acre dei grossi sacchi di spezie e il rumore, l’aria per me si è fatta irrespirabile, così esco all’aperto e mi sdraio, per cercar di dormire un po’ sull’unico posto che trovo libero, il tetto della cabina di pilotaggio.
Il rollio del battello e il caldo cocente mi impediscono di prender sonno, così mi tolgo la maglietta, mi ci sdraio sopra e almeno prendo il sole.
Ore 17:00 Stiamo attraccando al molo di Ampana, si conclude così, la prima parte del nostro viaggio di ritorno, ora diamo un’occhiata in giro, per non andare a pernottare ancora al Family Lestary, che anche a non voler fare i difficili, era davvero sporco.
I taxi all’uscita del porto, sono dei piccoli carretti con due panchette laterali, tirati da un cavallino.
Stiamo veramente stretti, seduti uno di fronte all’altro, con gli zaini in mezzo alle gambe, ma… sempre meglio che girare a piedi in cerca di un alloggio.
Le strade sono strette e sconnesse, le ruote di legno del carro, sembra azzecchino tutte le buche, così, dopo tanti scossoni e tante botte, raggiungiamo leggermente fuori dall’abitato, il residence MARINA COTTAGE, composto da tanti cottage indipendenti su di una spiaggia di piccoli sassi arrotondati dall’erosione, l’unica di Ampana.
Il prezzo per il pernottamento è leggermente superiore di quello del Family, 40.000 Rupie, ma ne vale sicuramente la pena, per l’incantevole vista sull’oceano e per la pulizia della stanza.
Siamo gli unici clienti del residence, così a cena il proprietario si siede a tavola con noi, mangiamo pollo con patatine fritte e dei tranci di pesce alla griglia, una coca cola e un po’ di frutta.
Dopo cena ci viene offerta la possibilità di visitare un posto unico nel suo genere, FIRE CAPE, è un punto di mare di fronte ad un promontorio, dove dal fondale, si liberano spontanei vapori di gas infiammabili.

12/10/01 Ore 05:00 Deciso di non perder nessuna esperienza, anche se un po’ assonnati, siamo già pronti sulla veranda in attesa di veder arrivare la piroga.
Ci vogliono due ore, navigando sotto costa per evitare le onde troppo alte, ma vale la pena vedere una costa così selvaggia ed inospitale, ma carica di fascino per la bellezza naturalistica.
La terraferma alla nostra destra ora finisce, siamo all’estremità Est di SULAWESI, ad una manciata di metri dalla riva, si vedono salire dal fondo gruppi di bolle, che arrivate in superficie si comportano come normali bolle d’aria, ma appena buttato un fiammifero acceso dove emergono, si sprigiona subito la fiamma a pelo d’acqua, e resta accesa finché il vento non la spegne.
Ora ci avviciniamo a riva e sbarchiamo, sulla stretta spiaggia, c’è una baracca di pescatori, alzata da terra tipo palafitta, per evitare che si incendi.
La guida prende un bastone da terra, e spostando ovunque i sassi, scaturiscono fiamme azzurrognole, non avevo mai visto nulla di simile, la temperatura del suolo è così alta che a piedi nudi non riesco a camminare; vicino ad una roccia, che si alza verticale per una decina di metri, cucinano il pesce, su di una griglia fissata alla roccia stessa, con una sorgente inesauribile di fiamma sotterranea che non si spegne nemmeno se viene bagnata.
L’ultimo esperimento consiste nel fare un piccolo buco, spostando i sassi in spiaggia, l’acqua pian piano affiora e buttandoci dentro un fiammifero acceso si innesca la combustione, “l’acqua di mare brucia come fosse alcool”.
Allibiti dall’esperienza vissuta, durante il ritorno ad Ampana, in barca, non facciamo altro che cercar di dare spiegazioni allo strano fenomeno appena visto.
Sbarcati al Cottage, prima cosa mangiamo, poi un breve riposino, vista l’ora alla quale ci siamo alzati, ed è già l’ora di rimettersi in viaggio.
Il Bus ci viene a prendere direttamente al Marina Cottage, in meno di dodici ore, attraversando la foresta, facendo strade diverse dall’andata, ma solo perché radicalmente modificate dagli agenti atmosferici e attraversando con ripetute soste di controllo POSO (villaggio da tutti sconsigliato per le continue lotte di natura religiosa), siamo a PALU.
Pernottiamo all’hotel Pattimura, lo stesso preso all’andata.

13/10/01 Ci alziamo dal letto con un discreto mal di schiena, facilmente procurato dal comfort del Bus di ieri, va bè… andiamo a far colazione, Nasi Goreng piccantissimo e molto the.
Ci regaliamo una breve passeggiata al porto vecchio, e via in taxi verso l’aeroporto dove ci aspetta il volo per GIAKARTA, così ci han detto, ma….
Sorpresa! La compagnia MERPATI, non fa voli PALU-GIAKARTA, ha dell’assurdo, il biglietto che abbiamo preso, così dice:
-UJUNG PANDANG > PALU l’andata e PALU > GIAKARTA il ritorno.
Ci sentiamo rispondere che le qui le compagnie aeree farebbero di tutto pur di vendere più biglietti, anche inventare voli che non fanno.
Fuori dalla grazia di DIO ci mettiamo tutti e due ad alzar la voce in tutte le lingue che ci vengono in mente, un attimo dopo un addetto ci ritira i biglietti e ci fa cenno di seguirlo.
Ci troviamo in un ufficio vicino alla zona di imbarco, ci fanno accomodare, ci sono tre scrivanie con i computer accesi, ma niente operatori; l’addetto esce…
Dalle pareti a vetri si vede il corridoio pieno di gente, tutti di fretta, ci hanno lasciato qui soli, cinque, dieci minuti, un quarto d’ora, il tempo non passa, non si saranno dimenticati di noi?
No, ecco che entra un signore in divisa, sembra un capitano, ha la divisa piena di medaglie e mostrine,
si siede vicino a noi e ci porge due biglietti per GIAKARTA di un’altra compagnia, si scusa del disguido, ci aiuta anche a portare il bagaglio.
Le formalità, per risparmiare tempo le hanno già svolte, andiamo tutti e tre dritti al terminal, e… sorpresa il nostro accompagnatore è il pilota della STAR AIR LINE (la compagnia che da qui vola verso la capitale).
Ci eravamo preparati al peggio, dover rifare i biglietti, invece senza un ulteriore esborso di denaro hanno trasferito i nostri nominativi sul primo volo in partenza.
L’aereo decolla, il servizio è quello che è, comunque non molto dissimile che all’andata, mentre l’aeromobile è chiaramente più moderno, poco male, il volo dura solo due ore, che diventano solo una calcolando il fuso orario di –1 di JAVA rispetto a SULAWESI.
Ore 17:30 Atterriamo bene e in orario, ci vuol poco per ritirare i bagagli, nonostante la confusione che regna sovrana per mancanza di indicazioni o di addetti ai servizi.
Carlo non sta benissimo, così senza attardarci, prendiamo un taxi, che va in città, sale anche un signore che abbiamo conosciuto in volo poco prima, così dividiamo le spese.
Dopo più di un’ora, in un traffico caotico come pochi, siamo in centro e dietro consiglio del nostro nuovo compagno di viaggio, che da diversi anni viene qua, troviamo una sistemazione d’ottimo livello, con una spesa relativamente contenuta.
Che lusso rispetto a pochi giorni fa, acqua calda, doccia, asciugamani puliti, frigo bar, telefono, aria condizionata, cassetta di sicurezza, TV via satellite e filodiffusione.
Non ci siamo più abituati, ci sentiamo quasi a disagio, così preso possesso della stanza, scendiamo a passeggiare fra i vicoli e ci fermiamo a mangiare Indonesiano.

14/10/01 Ore 08:00 L’aria condizionata ha funzionato fin troppo bene, me ne rendo conto nell’alzarmi dal letto, la temperatura in stanza è così bassa da far venire i brividi e le articolazioni mi fanno male.
Carlo sta peggio di me, oltre al mal d’ossa, si sente la febbre, così di comune accordo, lui sta nel letto a riposo, mentre io esco a cercare i souvenir che volevamo comprare al ritorno.
Sono in giro tutto solo per le strade di GIAKARTA, casa mia è dall’altra parte del mondo, la situazione mi eccita, soprattutto se considero che non so dove sto andando, a caso, attirato dagli odori o dalle vetrine.
Più di una volta, rimpiango di essere in giro solo e non poter condividere le esperienze che sto vivendo, ma d’altronde se stessi in albergo di pazzie non ne vedrei.
La giornata scorre liscia, visito diversi centri commerciali, e tanti negozietti di artigianato, più d’una volta nel pomeriggio ho mangiato Nasi Goreng, comincio a farci il palato.
In uno dei tanti locali dove mi sono fermato a mangiare, c’è accesa la TV a colori, stanno facendo il Gran Premio di F1, i pochi clienti del locale, sono con il naso incollato allo schermo.
Si è fatto buio, torno in taxi all’albergo con qualche souvenir, delle banane e una bottiglietta di Gin; sperando di trovare Carlo messo meglio, invece è a letto con 38 di febbre.
La serata la passo in stanza a riposare, di cena gin e banane, preparo lo zaino e crollo.
L’ultimo giorno a GIAKARTA lo passiamo in giro in taxi per andare/venire dall’aeroporto alle torri (sede KLM), situate nella parte opposta della città.
Abbiamo toppato il giorno della partenza, era ieri; così stiamo cercando un ufficio aperto per prendere informazioni sul da farsi.
Dopo una mattinata infruttuosa passata in strada, con Carlo che sta sempre peggio, torniamo in aeroporto nella speranza che apra lo sportello interno, il cui orario continuato sarebbe dovuto iniziare alle nove di mattina.
All’alba delle tre di pomeriggio, l’ufficio KLM apre, affrontiamo subito il problema con un’operatrice che si dimostra disponibile, ma chiede spiegazioni sul perché del ritardo.
Il motivo, è che veniamo da molto lontano, le isole Togean; ed abbiamo avuto problemi con i trasporti pubblici.
La signorina annuisce e ci conferma che non è cosa inusuale da queste parti il ritardo dei mezzi di trasporto, anche per le difficili tratte che vengono percorse.
Il periodo poi non è dei migliori, sta cominciando la stagione delle pioggie.
Così con un’ammenda di 200$ Americani, per tutti e due, ci vengono rifatti i biglietti per il giorno stesso.
Veloci a fare i documenti di imbarco e le formalità doganali, alle 17:30 parte l’aereo.
Neanche due ore di volo ed atterriamo a Singapore, l’aeroporto è modernissimo, pulito, luminoso e ben organizzato, Carlo non scende neanche mentre salgono le donne delle pulizie per paura di esser fermato per qualche controllo.
Io invece due passi li faccio volentieri, visto che per le prossime 17 ore sarò seduto al mio posto senza grandi possibilità di movimento.
Non faccio in tempo a portare la mano alla tasca della camicia, che un addetto alla sicurezza mi ferma e mi indica i cartelli “zona fumatori”.
Seguo le indicazioni e mi ritrovo sul tetto, all’aperto, intanto si sono fatte le otto e mezza e nonostante sia buio, la temperatura supera i 28 gradi.
Il tetto è piatto, fatto a terrazza e al centro spicca una vasca idromassaggio tonda di grande diametro, forse anche venti metri, con il bordo sagomato a sgabello.
Al suo interno, in costume da bagno, tanti passeggeri di diverse nazionalità si rilassano e godono dell’inusuale possibilità di fumare nell’acqua calda, sotto le stelle.
L’aereo e davvero grande, due piani per una capienza di 470 persone, per far salire tutti i passeggeri ci vogliono due ore.
Sono in vasca da abbastanza tempo da vedermi spuntare le branchie, mi rivesto e percorrendo la distanza che mi separa dal terminal, vengo, (come d’altronde tutti gli altri passeggeri) più volte controllato con diversi tipi di metal detector.
Non siamo chiaramente in Italia, dove le autorità competenti non fanno nemmeno rispettare il divieto di fumare nei luoghi pubblici.
Ore 22:00 Si dice che più l’aereo è grosso e meno si sentono le manovre di decollo e atterraggio, ed è vero, il 737 decolla e neanche ce ne rendiamo conto.
Durante il volo, purtroppo, Carlo sta sempre peggio, non riesce a mangiare ne a bere nulla senza vomitarlo dopo pochi minuti.
Cominciamo tutti e due ad esser preoccupati e a pensare che non sia semplice febbre, ma…
Il volo è interminabile e i tre film in programma, sono in lingua originale.
Il comandante pilota molto bene e il volo procede senza problemi fino ad Amsterdam.
Lo scalo dura un paio d’ore, durante le quali Carlo riesce a star ancora male.
Finalmente dopo vari controlli, probabilmente esasperati dal nostro brutto aspetto, la stanchezza ci si legge in viso, le autorità doganali si convincono che siamo “a posto” e ci fanno salire sull’apparecchio.
L’ultima tratta è veloce, un ora e mezza e atterriamo a Linate.
La nostra avventura si sarebbe dovuta concludere qui, ma l’odissea di Carlo è appena cominciata.
Così dopo esser usciti dalla zona ritiro bagagli, vediamo mia madre che ci è venuta a prendere,
ma… Non mi riconosce e mi devo far notare. Un saluto, quattro parole e subito in macchina.
La strada m’appare straordinariamente moderna, cento chilometri si percorrono in un ora soltanto.
A Brescia la prima tappa è portare Carlo a casa.
Nel tardo pomeriggio, Sua madre ci avvisa telefonicamente che dopo essersi lavato e cambiato si è fatto accompagnare all’ospedale civile visto che la temperatura non accennava ad abbassarsi.
La diagnosi sinceramente era d’aspettarsi, febbre equatoriale.
“Ha preso la Malaria signor Monaco” -dice il medico- “Fortunatamente non delle peggiori, ma non è da sottovalutare e il ricovero immediato in isolamento si rende indispensabile.”
Un controllo è consigliato anche a me, penso, avendo passato molto tempo a stretto contatto con una persona infetta.
Così il giorno dopo mi reco in ospedale per far l’esame del sangue, che fortunatamente dà esito negativo.

Per Me si conclude così, l’esperienza INDONESIA, con un mare di bei ricordi.
Per Carlo, si conclude con una settimana di ospedale e un mese di convalescenza a casa, che non sono però riusciti a cancellare ne i bei ricordi del viaggio, ne tantomeno ad intaccare il nostro spirito libero di avventurosi viaggiatori.

Mirko Vallara

 

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