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Un racconto molto bello ed interessante quello di Paolo. Un’avventura in India che al lettore piacerà sicuramente. Complimenti è un racconto pineo di atmosfera. Venite partiamo alla scoperta della magnifica India…

Dedicato ai bambini, alle donne e agli uomini incontrati lungo le meravigliose strade dell’India…

Oggi è il 22 novembre. E’ quasi una settimana che sono tornato in Italia e ancora non ho completamente smaltito il fuso orario indiano. Ogni notte mi sveglio con regolare puntualità alle 3 (le 7.30 in India), rigirandomi poi inutilmente nel letto per le restanti ore fino al mattino successivo. A dispetto della stanchezza e del traumatico rientro nella tranquilla e assopente realtà quotidiana, il mio animo ribolle delle infinite emozioni vissute durante questo straordinario viaggio. La mente è ancora stordita dal ricordo dei colori, della cacofonia dei rumori, degli odori e profumi sempre presenti e delle stupende persone incontrate. Il cuore è talmente sottosopra da non essere più sicuro di nulla. Una parte, certamente, è rimasta in quella lontana e magica terra che tanto avevo sognato negli ultimi anni.

Questo è il motivo che mi ha spinto ad accendere il PC e ad iniziare a scrivere…

Non ho intenzione di stendere un diario cronologico di quello che ho visto, ascoltato o pensato. D’altronde non sarebbe neppure possibile. Durante la mia permanenza indiana non ho praticamente preso appunti, tanto il viaggio è stato intenso e tanto ero “concentrato” sul mondo che mi circondava. Scrivere è per me un’azione “isolante” e tale possibilità, immerso in una realtà in continuo movimento, era quanto di più distante dalla mia volontà. Mi lascerò quindi semplicemente trasportare dal flusso ancora caldo della memoria, pur consapevole che non basterebbero mille parole per descrivere il primo secondo trascorso in India. Figuriamoci per raccontare tutti i restanti…

…Milano Linate, 29/10 ore 6.30.

Dopo una notte quasi insonne eccoci dunque all’aeroporto di Linate. Il momento della partenza è sempre il più problematico. Lasciarsi alle spalle “il mondo conosciuto”, gli amici e il lavoro per lanciarsi in una nuova avventura ci fa tornare ad essere neonati totalmente nudi e indifesi di fronte al mondo. Possiamo solo imparare, crescere e sperare di diventare uomini migliori. Il fatto che la transizione sia molto rapida, lo spazio di una notte soltanto, ci costringe a metabolizzare velocemente il passato e a proiettarci nel movimentato mondo dei viaggi, popolato da check-in, boarding card, cassa comune, albe e tramonti, visite, corse folli e attese snervanti, tanto sonno e stomaco quasi sempre vuoto.

In pochi minuti conosco la prima metà del gruppo di avventurieri con i quali vivrò per le prossime due settimane. Tanti punti di domanda che cominciano ad assumere un volto. Inevitabile la confusione sui nomi, di rito le classiche domande: “Di dove sei?, Quanti viaggi con Avventure?…”, tanto per prendere un po’ di confidenza. Il tutto si ripete a Roma dove il gruppo si completa e Dario (il capo…) ci presenta il programma di viaggio. Vista la sua esperienza (17° viaggio in India) e considerato il suo fisico possente (molto appesantito direbbero i maligni) da ex giocatore di rugby, nessuno manifesta perplessità.

Tra un decollo e un atterraggio (ad Amman si è pure staccato un pezzo di soffitto dell’aereo tanto ci siamo posati delicatamente…comunque le solerti hostess hanno immediatamente ripristinato il tutto con colpi decisi e ben assestati), finalmente all’alba delle 6 del 30 ottobre atterriamo a Delhi. Sbrigate con insospettabile solerzia le formalità doganali e tirato il solito sospiro di sollievo appena recuperati i bagagli, arriva il fatidico momento…

…PRIMO PASSO in terra indiana…Miiiiii, non ci posso credere!!!!!!

Il cielo è ancora velato da una corposa foschia conseguenza del notevole inquinamento di queste latitudini (targhe alterne e domeniche a piedi qui non sono ancora arrivate) e l’aria possiede un odore non comune, forse zolfo (inferno?), forse spezie miste a chissà che cosa. In breve raggiungiamo l’hotel nel quale depositiamo borse e zaini e dal momento che le camere sono pronte solo per metà, queste vengono occupate dalle fanciulle (si fa per dire) del gruppo. Ai maschietti non resta altro che concedersi una buona colazione (probabilmente la migliore dell’intero viaggio) a base di omelette e marmellata. Sulla marmellata si dovrebbe aprire un capitolo a parte. Per due settimane non abbiamo mangiato che una marmellata color rosso-fuchsia-fosforescente (forse prodotta a Chernobyl) di cui nessuno, ribadisco, nessuno ha capito da quale frutto (o altro) derivasse. La kriptonite è stata scartata solo per la diversità di colore.

Primo giorno e primo intoppo. Il pullman che avrebbe dovuto arrivare alle 8.30 è in ritardo. Dario è visibilmente nervoso, tenta di mettersi inutilmente in contatto con il corrispondente che ha ovviamente il cellulare spento. Non c’è altro da fare che aspettare. Per ingannare l’attesa mi siedo sul marciapiede di fronte all’albergo e qui assisto a una scena esemplare. Dall’altra parte della strada ci sono nell’ordine: un mucchio di sabbia, un uomo con la pala, una carriola e tre donne, ciascuna con un recipiente. Ora, dal momento che la distanza tra l’uomo, la sabbia e la carriola è inferiore ai 3 metri, la presenza delle donne parrebbe superflua. E invece no. Anzichè trasferire semplicemente la sabbia dall’asfalto alla carriola, il simpatico indiano la depone nel recipiente che viene poi sollevato e posto sul capo dalla donna di turno che quindi lo rovescia nella carriola. Assolutamente fantastico. La manodopera in India è praticamente gratis…

Già completamente perso in elucubrazioni filosofiche, arriva con un’ora e mezzo di ritardo il fatidico pullman. Conosciamo l’autista, un sikh dal nome impronunciabile che verrà quindi ben presto soprannominato Sandokan. Iniziamo quindi a percorrere le trafficatissime strade di Delhi (ma ad Agra e soprattutto a Jaipur scopriremo che è ancora, probabilmente, peggio…) popolate da ogni possibile mezzo di trasporto umano, animale o meccanico. Il caldo è abbastanza soffocante e si approfitta della prima sosta per fare rifornimento di acqua (le prime rupie spese!).

Al Mausoleo di Humayun, Sergio, veterano milanese del gruppo, che si “lamentava” di non riuscire a spendere, nonostante diversi viaggi all’anno, tutti i soldi ricevuti in dono da un felice divorzio, inizia a dare sfoggio della sua immensa cultura sull’arte, l’architettura, la storia e la religione indiana. Ammetto candidamente che se ora ho le idee un po’ più chiare sulle differenze tra moghul e rajput, tra gianisti e indù, il merito è in gran parte suo.

Ogni volta che dopo una visita si risale sul pullman è uno sforzo immane cercare di rimanere svegli. La stanchezza per la notte completamente in bianco si fa sentire. In breve raggiungiamo il luogo in cui furuno cremate le spoglie di Ghandi (Ghandi Ghat). Il posto di per sé non è particolarmente interessante. Si tratta semplicemente di un immenso parco al centro del quale è collocato un monumento di marmo nero su cui moltissimi pellegrini portano fiori e si fermano a pregare. Io semplicemente mi siedo in silenzio e penso alla vita di questo straordinario uomo, alla sua volontà, alla non violenza (ahimsa), vorrei dirgli qualcosa di “intelligente”, ma sono troppo confuso anche per formulare il benchè minimo pensiero. Spero mi capisca comunque. D’altronde è stato proprio lui a dire: “Un cuore senza parole vale più di tante parole senza cuore…”.

Ancora qualche chilometro in pullman e ci troviamo immersi nella “vera India”, quella che si sogna e forse un po’ si teme. Ci incamminiamo nel bazar della vecchia Delhi, tra il Red Fort e la Jama Masjid. La confusione è oltre ogni possibile immaginazione. Camminare senza essere investiti è un’impresa (ovviamente non esistono strisce pedonali e i pedoni non hanno MAI la precedenza). Attraversare una strada significa zigzagare tra camion, auto, tuc tuc (i famosi e superinquinanti “ape-taxi”), carri a trazione animale, vacche sacre, centinaia di altre persone in continuo movimento per andare chissà dove. Qualcuno ti sfiora, altri ti spingono, molti ti sventolano sotto il naso la loro mercanzia cercando di rifilartela per non so quante rupie con un’insistenza da guinness dei primati, i mendicanti e i bambini di strada (alcuni completamente nudi, praticamente “coperti” solo di sporco…) che ti chiedono rupie o ti indicano la bocca per qualcosa da mangiare. L’impatto è notevole, difficile assimilare rapidamente questa realtà, tanto più che il contrasto tra la “vita di strada” e lo splendore dei monumenti è assoluto. Contrasto e contraddizione sono parole che in India sono presenti ad ogni angolo. Dovessi esprimere questo concetto con un’immagine direi che l’India è una dolcissima carezza seguita da un pugno nello stomaco. E questo all’infinito.

Arrivata la sera, dopo una breve telefonata (45 secondi…) per tranquillizzare a casa, troviamo un ristorante (è dalla colazione che non si mangia…) e divoriamo il primo vero pasto indiano. Tutto sommato come inizio non è andato assolutamente male. Tandoori chicken (pollo marinato in yogurt e spezie e poi cucinato in un forno a terra) e dal (zuppetta di lenticchie mooolto piccante) sono quanto di più sostanzioso sia possibile mangiare in India. Il tutto ovviamente accompagnato dal mitico ciapati (il pane) che venendo portato dai camerieri con il contagocce (così come anche le fette tostate al mattino) spariva alla velocità della luce. Inutile sottolineare la lentezza del servizio…e dire che Dario ci aveva avvertiti, spiegandoci di ordinare al massimo 2 o 3 portate differenti. Ovviamente dopo lunghe e attente analisi del menu, i 16 avventurieri ordinavano rigorosamente 16 portate diverse…Insciallah…

Il mattino successivo tutti in piedi presto, pronti a lanciarsi nell’avventura delle strade indiane. Prima sosta a Vrindavan, dove veniamo immediatamente catturati dall’atmosfera di un tempio dedicato a Krishna. Colori, fiori, incensi, musiche e preghiere. Ci sono parecchi occidentali “indianizzati” che qui vivono e studiano. Infatti accanto al tempio c’è un ashram (scuola di yoga e meditazione). I pareri del gruppo per i molti giovani che hanno fatto questa radicale scelta di vita (magari solo temporanea) sono contrastanti. La maggioranza è critica, personalmente non sarei così categorico. Se per alcuni è semplicemente una fuga o ancora peggio una moda, sicuramente c’è chi, in questa “esistenza diversa” può finalmente trovare la sua strada per la vita.

Yamuna…Sikandra e il Mausoleo di Akbar….

Sul sacro fiume Yamuna ci lasciamo trasportare da una piccola imbarcazione (ovviamente il vogatore è umano e lo sforzo che compie è impressionante: noi siamo in 16, dal peso piuma Laura al supermax Dario…) e vediamo sulla sponda opposta a quella dei ghat (i gradini che scendono verso un fiume o un lago sacro) un funerale. Un gruppo di uomini sta immergendo nelle acque del fiume, per purificarlo, il corpo di un’anziana morta. Quindi, riportatolo sulla riva, viene posto sulla pira funeraria e coperto di…”cacca”, usata chiaramente come combustibile. Viaggiando lungo le strade indiane è infatti normalissimo osservare donne (nei coloratissimi sari) raccogliere tranquillamente “cacche sacre”, che lasciate poi seccare e impastate con paglia, formeranno come della “grandi piadine” da utilizzare appunto come combustibile.

Tornati a riva proseguiamo per Sikandra e il Mausoleo di Akbar. Come al solito un’oasi di pace e serenità rispetto alla confusione infernale del mondo esterno. L’aria sembra più pulita, uccelli e piccoli pappagalli cantano le loro melodie…clacson e fetori sono molto, molto lontani. Il giardino è stupendo. Pieno di animali che vagano liberamente. Moltissime le scimmie. A tal proposito, dopo aver chiesto a una simpatica famiglia se fosse possibile farle una foto, come spesso accade, ci viene poi richiesta la stessa cosa. Messi in posa ci accorgiamo che accanto a noi è presente un nutrito contingente di scimmie intente a pulirsi. Spero che quando i nostri simpatici amici indiani mostreranno la foto ad amici e parenti sappiano distinguere senza dubbio gli italiani dalle…scimmie.

Raggiunta Agra (forse la città più inquinata dell’India) e aspettato il tramonto al Red Fort, ci attende una nuova “succulenta” cena indiana. Questa sera thali. Il mitico (beh, non proprio…) piatto vegetariano. Sei, sette ciotoline riempite di brodini-verdurine speziate, piccanti, molto speziate e molto piccanti. Durante la cena, Maurizio (di Ravenna) ci racconta le sue disavventure di qualche anno addietro in centro America. Con una pistola alla tempia fu lasciato letteralmente in mutande da una banda di delinquenti in quel di San Salvador. L’aiuto da parte dell’Ambasciata Italiana non fu propriamente esemplare. Questo ricordo ci fa riflettere sul fatto che in India nonostante miseria, povertà e indigenza, non ci sia mai, ripeto MAI, la volontà di rubare. Magari cercheranno di venderti per oro un pezzo di ferro colorato o si accoderanno per mezz’ora alla tua ombra pur di elemosinare una rupia, ma il fatto che sia assente la becera delinquenza comune è sconvolgente. E dire che con la perenne confusione e mani che si dirigono ovunque non sarebbe propriamente impossibile sottrarre un marsupio zeppo di pregiata valuta occidentale. Ammirato per questa cultura e per questa società che ha evidentemente priorità differenti rispetto alla nostra, percorriamo la breve strada che ci separa dal nostro albergo. Domani la sveglia sarà prestissimo…

…Alba al Taj Mahal…

Del Taj Mahal non so assolutamente cosa dire e forse farei meglio a passare oltre. Cosa si può dire della perfezione? Il Taj Mahal è, come dico di tutti i luoghi che mi lasciano senza parole, “hors categorie”.

Gli occhi sono ancora appiccicosi per il sonno, l’atmosfera è pesante (il solito smog), l’aria umida, è chiaro ma il sole non è ancora sorto e la bruma schiumosa che avvolge “il più grande monumento all’amore” mai costruito dall’uomo gli conferisce una dimensione di atemporalità. Il Taj Mahal (altro non è che un Mausoleo) fu fatto costruire dall’imperatore Moghul Shan Jahan in memoria della moglie Mumtaz Mahal, morta dando alla luce il loro 14° figlio. Tanto straordinaria era questa donna e tanto grande era l’amore dell’imperatore, che non sapeva darsi pace per la sua scomparsa, che decise di intraprendere la costruzione di quest’opera unica e irripetibile. Più di ventimila artigiani, provenienti persino dall’Europa, lavorarono incessantemente per completare questo gioiello di marmo bianchissimo.

Pagato l’esoso biglietto d’ingresso e superati gli eccessivi controlli (mi è stata pure sequestrata la calcolatrice…), ognuno si gode liberamente la visita. Pian piano il sole inizia a emergere sulla destra facendo assumere al Mausoleo una dolcissima colorazione rosa-arancione. Le foto si sprecano. Non si sa dove posare lo sguardo, sul corpo centrale, sulle altissime colonne, sulle due moschee simmetriche che sembrano fare da sentinelle, sul fiume Yamuna che scorre placidamente alle spalle…

Con immenso dispiacere scendo dalla spianata del Mausoleo, rimetto le scarpe (per tutto il viaggio è stato un continuo metti e togli…) e ripercorrendo il giardino a ritroso volgo un’ultimo sguardo al bellissimo Taj che ormai si erge splendido e superbo sullo sfondo di un cielo completamente blu, riflettendosi nello specchio d’acqua antistante così da raddoppiare la sua bellezza. L’ultimo pensiero è per i due sposi che ancora oggi riposano l’uno accanto all’altro, in questo luogo fuori dal tempo…che il loro immenso amore viva per sempre…

Comprata un po’ di frutta (arance verdi e banane) partiamo alla volta di Jaipur. La strada è terrificante. Il 90% del traffico è costituito dai coloratissimi camion indiani. Più della metà del nostro tempo la trascorriamo sulla corsia di destra (in India si guida a sinistra…). Ogni sorpasso coincide con mega strombazzate (perché qui il clacson serve per segnalare qualsiasi cosa, trasformando quindi la strada in un concerto non propriamente piacevole per le nostre orecchie) e quasi ogni volta siamo costretti a chiudere gli occhi sperando di evitare un frontale che ormai sembra certo. Siamo nelle mani di Sandokan. Chiaramente qui vige la legge del più forte. Se durante un sorpasso, nella direzione contraria proviene un camion, saremo noi che con manovra elusiva e rischiando di “cappottare”, riguadagneremo la corsia di sinistra, ma se di fronte ci si presenterà una semplice auto, allora sarà lei a spostarsi oltre il bordo stradale e a finire nella polvere! A questo si aggiungono le buche, i dossi e quant’altro che mettono a dura prova i nostri fondo schiena. Gli ululati, non certo di piacere, della tostistissima Teresa (la più anziana del gruppo) rimarranno a lungo nella mia memoria.

Rajasthan…

Dopo la visita della città abbondonata di Fatehpur Sikri, entriamo finalmente nel Rajasthan. Durante la sosta per il disbrigo delle formalità per il passaggio dall’Uttar Pradesh al Rajasthan siamo circondati da alcuni infelici personaggi (di questi farei volentieri a meno) che accompagnati da scimmie e addirittura orsi (si proprio orsi), costringono questi animali (soprattutto gli orsi sono assolutamente fuori luogo) a balletti e piccoli spettacoli più o meno ridicoli. Non degnati di alcuno sguardo si allontanano e noi possiamo ripartire. Ottima la cena (anche se le porzioni non sono molto abbondanti) a base di carne (tandoori e kebab).

L’indomani a Galta vivo forse il momento più intenso di questo viaggio. Risaliamo lungo una strada serpeggiante, circondata da coloratissime macchie di bouganville, verso il Tempio del Sole. Nell’ultimo tratto, a entrambi i margini sono seduti dei mendicanti, ognuno dei quali ha davanti a sé un telo colorato, sul quale i pellegrini che si recano al tempio a pregare gettano riso, farina e altre piccole offerte di cibo. Non mancano neppure gli incantatori di serpenti. Entrato nel complesso templare vero e proprio sono investito da una musica assordante (una bancarella di musica locale…), supero lo spazio compreso tra le scalinate dei due templi costruiti lateralmente e mi dirigo verso un’incredibile macchia colorata. Rimango senza parole di fronte alla grande vasca per le abluzioni. Qui, una moltitudine di donne vestite con sari e punjabi dai colori più diversi e vivaci, si sta lavando e purificando nelle acque che scaturiscono dalla sorgente sacra a monte. E’ uno di quei momenti in cui la bellezza che ti circonda è talmente “eccessiva” da non poter essere accettata completamente. Che cosa io intenda per bellezza è abbastanza complicato a spiegarsi. Per Madre Teresa era diversa che per Giorgio Armani e per me, che mi trovo qui inebetito con le lacrime agli occhi, è ancora qualcosa di più indefinibile e inesplicabile…Né deriva un senso di pienezza e una completa compartecipazione con la realtà tutta. Non si avverte più alcuna separazione.

La vasca superiore è invece riservata agli uomini, meno colorati ma più “giocosi” (c’è persino chi si tuffa) delle donne. Ridisceso ai templi sottostanti, mi siedo ad assistere alla offerte indù (incenso, cibo e fiori) che vengono depositate attorno ad alcuni alberi, attorno ai quali i fedeli girano in senso orario (porta fortuna) e si fermano a pregare. L’impressione di essere fuori luogo, con questa stramaledetta macchina fotografica tra le mani, è fortissima. Non mi va di fare troppe foto. Penso a cosa succederebbe se un pullman di turisti giapponesi irrompesse in una nostra chiesa durante una comunione…Non è il caso di rendersi sempre ridicoli. Ammirato da tanta devozione, mi incammino sulla via del ritorno, consapevole di aver vissuto un momento straordinario. “Darione”, che visitava questo luogo per la 6° volta, mi dice che siamo stati veramente fortunati a incontrare questa festa, perché nelle precedenti occasioni aveva sempre incontrato poche persone. Quando si dice la fortuna!

La seconda parte del racconto

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