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La Prima parte del racconto
La Seconda parte del racconto

Jaisalmer…

Il lungo trasferimento verso il deserto comincia nel migliore dei modi. La strada è decisamente migliore del solito, poche buche e traffico scarso. L’ambiente è tipicamento pre-desertico, con pochi alberi, poi arbusti, che crescono in mezzo alla sabbia (si intravede anche qualche duna). I villaggi sono scarsi, mentre molte sono le caserme, i militari e le esercitazioni che incontriamo. D’altronde il confine con il Pakistan è vicino. Mentre tutto procede speditamente e già pregustiamo la serata nella splendida Jaisalmer, poco dopo il superamento di un passaggio a livello, il pullman inizia a rallentare, il motore perde i colpi e quindi si spegne completamente. Un dubbio ci assale immediatamente: “Avremo mica finito la benzina?”. Vediamo Sandokan scendere con tutta calma dalla cabina, spezzare un rametto da un arbusto, aprire il serbatoio e introdurre il rametto nello stesso. Ora siamo sicuri, siamo senza benzina a 45 km da Jaisalmer e il sole sta tramontando! Non potendo far altro che aspettare, scendiamo dal pullman e ci gustiamo lo straordianrio tramonto che si presenta davanti ai nostri occhi. Scomparso il sole, il buon vecchio Marco, sostenuto dagli incessanti incitamenti del gruppo, si allontana verso chissà dove, armato di preziosissimi fazzoletti di carta. Evidentemente ha deciso di lasciare il “segno” in questo sperduto angolo di mondo (la sua gastrite cronica così come la mia “cacarella” sono ormai entrate nella leggenda). Dopo quasi un’ora di attesa, un pullman di olandesi (chissà cosa avranno pensato scoprendo che eravamo italiani!) ci vende i litri di benzina necessari ad arrivare al distributore successivo, che in effetti era distante solo 5 km.

La giornata sembra però non dover finire mai. Giunti infatti a Jaisalmer, Sandokan e Dario ci abbandonano parcheggiati ai margini di un tristissimo incrocio. La scena si svolge così rapidamente che nessuno capisce che cosa stia succedendo. Qualcuno approfitta per telefonare (anchio dovrei…ma in fondo posso aspettare fino al ritorno a Delhi), altri vengono attorniati da alcuni mendicanti. Io attraverso l’incrocio e mi avvicino ad alcuni bambini quasi nudi (coperti solo da qualche straccio) che stanno cercando di bruciare una cassetta di legno. Il puzzo che emana, evidentemente c’era anche della spazzatura, è terrificante. Contemporaneamente arrivano delle vacche, che impassibili di fronte alla fiamme, cercano di mangiare qualcosa in quel miscuglio di plastica, avanzi di chissà che cosa e legno bruciato. I bambini mi ignorano, anzi entrano nella casa (una catapecchia coperta anch’essa solo di stracci) lì vicino. Non essendoci alcuna porta, sbircio all’interno. L’immagine non è propriamente quella della casa del Mulino Bianco…

Mi siedo quindi sul marciapiede e penso a come sia diversa la mia vita dalla loro. Penso al mio giardino, alla mia casa, lo sguardo mi cade poi sulle scarpe (in gorotex), sui calzoni (da trekking, 60% cotone 40% poliammide), sulla costosissima videocamera e mi chiedo se tutto questo sia veramente necessario. Forse la vita è più semplice di quanto normalmente si creda. Dovrei sentirmi a disagio in mezzo a tanta sporcizia e tanto marciume, invece sono stranamente tranquillo e sereno. In cielo brilla un’oceano di stelle.

Finalmente dopo quasi un’ora di attesa si rivede Sandokan (Dario dove sarà?) che salta sul pullman e in breve ci conduce, attraverso un’apertura strettissima, di fronte a un bellissimo palazzo, costruito nel tipico stile delle Haveli locali. La faccia di Dario non promette nulla di buono, infatti la bellezza architettonica di quello che sarà il nostro albergo per le prossime due notti è controbilanciata dagli interni che sono in ristrutturazione…Comunque, abituati a ben altro, nessuno si scompone più di tanto e prendiamo subito possesso delle nostre “povere camere”. La mia contiene solo tre letti, un comodino, una sedia e un paio…di gechi sul soffitto. Ovviamente niente lenzuola o acqua calda. Dal momento che è già tardi, decidiamo di andare direttamente a mangiare (tra l’altro non sto molto bene e capisco che mi sta salendo la febbre) nel ristorante più “in” della città (The Trio) a pochi passi dall’albergo. La scelta non vale la candela, perchè per mangiare il solito tandoori chichen aspettiamo impazienti un’ora e mezza (tanto più che per divorarlo impiego solo pochi minuti). Lascio gli altri completare la cena con calma e torno di filato in albergo infilandomi direttamente sotto le coperte (veramente sotto il sacco lenzuolo…) sperando che la solita combinazione aspirina-tachipirina faccia rapidamente effetto.

L’indomani, ancora un po’ fiacco, ma decisamente più in forma, iniziamo l’esplorazione di questa straordinaria città, non a caso definita la perla del Rajasthan. Raggiungiamo la fortezza attraverso un complicato sistema di porte e vaghiamo liberamente, perdendoci in questo infinito dedalo di viuzze che racchiudono oltre ai “soliti” templi (ormai ne abbiamo visitati parecchi) anche le famose Haveli, ovvero le antiche dimore dei mercanti, arricchitisi durante il fiorente periodo delle carovane. Colpisce l’accuratissimo dettaglio di ogni singolo elemento della casa: porte, finestre e balconi sono tutti finemente ed elegantemente decorati e lavorati. Il favoloso mondo de “Le Mille e una Notte” non sembra più così lontano e irreale…

Durante le nostre peregrinazioni incontriamo, non è la prima volta che accade, una rumorosissima scolaresca. Bambine e bambini, tutti rigorosamente in divisa, pulitissimi e ordinatissimi, che a gran voce ci salutano, si entusiasmano all’idea che li stiamo fotografando e cercano in ogni modo di stringerci la mano e di toccarci, quasi a volere strapparci quei valori “occidentali” tanto spesso quanto a sproposito invidiati e inseguiti. Spero che il futuro dell’India (e questi bambini significano che l’India HA UN FUTURO) sia ben lontano da un’acritica accettazione del modello occidentale, spero che la loro cultura, decisamente meno materialista della nostra, possa contribuire a perseguire un modello di sviluppo più umano e sostenibile.

Dopo un buon pranzo (mi concedo addirittura un sandwich chiamato chicken-tomato-cheese e un ottimo lassi, bibita dolcissima a base di yogurt) assieme a Maurizio e ad Arturo, sempre camminando per le animate vie della città vecchia, ci immergiamo in “profondi pensieri filosofici” (si fa per dire) sulla povertà e sull’essenzialità (tema a me molto caro), riflessioni nate dalle tante situazioni viste e vissute in questi giorni. Alla fine non riesco a convincere i miei interlocutori della bontà delle parole di Thoreau: “La ricchezza superflua serve solo a comprare cose superflue, mentre non serve denaro per comprare ciò che è necessario all’anima”, ma siamo comunque soddisfatti perché questa discussione ci ha molto “avvicinato”.

Qualche ora più tardi l’immancabile tramonto. Scendiamo verso un piccolo lago, da qui risaliamo una collina artificiale e ci sediamo ad aspettare. Minuto dopo minuto la città di Jaisalmer sembra trasformarsi in un’immensa distesa dorata. Stormi di uccelli si librano nel cielo limpidissimo, completamente sgombro di nubi e attraversato solo da una piacevole brezza serale. Le ombre si allungano, diventando sempre più eteree e impalpabili, i colori vanno spegnendosi e la sfera rosso fuoco del sole completa la sua parabola inghiottita dall’orizzonte lontano. Un ultimo bagliore e il sole, superbo e maliconico, fugge verso paesi sconosciuti, per continuare a illuminare, anche in quei luoghi, le gioie e i dolori di altre donne e altri uomini.

L’ultimo regalo di questa città lo viviamo a cena, da una stupenda terrazza. La maestosa fortezza brilla come un prezioso gioiello al collo di una bellissima donna nel buio profondo della notte indiana.

Kolayat…

Ancora sulla strada (ma quanti chilometri abbiamo fatto?) per raggiungere Kolayat, piccolo paese stretto attorno a un lago sacro. Il posto è poco turistico e questo lo capiamo dalla quantità “industriale” di sporcizia sulla quale siamo costretti a camminare. Alcuni falò, sempre di spazzatura, emanano odori nauseanti. Una moltitudine di bambini ci assilla con il solito ritornello che ci “perseguita” fin dal prmo giorno: “Hallo sir, namaste, one pen, bakshish, rupees…” e data la scarsità di turisti (ci siamo solo noi) sono particolarmente insistenti. Praticamente non ci abbandoneranno fino al nostro ritorno sul pullman qualche ora più tardi. Nei pressi dei ghat ci sono parecchi sadhu e con uno di loro scambiamo qualche parola. All’interno della sua capanna, nella classica posizione del loto, coperto solo di cenere, ci interroga sulla nostra provenienza e ci racconta poi della sua vecchia professione (era professore universitario) e della successiva scelta di totale rinuncia. Lo salutiamo alla maniera indiana e torniamo verso le polversose vie del paese alla ricerca di qualcosa da mangiare. Ad una bancarella, da un vecchio mercante, evidentemente non avvezzo a vendere agli stranieri, compriamo delle banane all’esoso prezzo di una rupia (2 centesimi…) al pezzo. Mai mangiato in vita mia spendendo così poco.

A Bikaner la visita al Junargarh Fort è da ricordare solo per la pessima guida, che parlando un’inglese incomprensibile, riuscirà a confonderci le idee quasi su tutto. Quello che noi avevamo interpretato come una sorta di “Juke-Box” ante litteram, scopriremo poi, ascoltando di soppiatto le parole di un’altra guida, decisamente più volenterosa, essere in realtà un diffusore di profumi…Quanto meno questo servirà per allietare la serata tra risate e sghignazzi.

Decisamente più interessante è invece la città vecchia. Con i tuc tuc percorriamo alcune strade trafficatissime (nell’attesa del passaggio di un treno osservo sorridendo la lunghissima coda formata da questi surreali taxi), respirando a pieni polmoni la più perfetta forma di smog che io abbia mai potuto conoscere. Abbandonati, ma solo per poco, gli agilissimi tuc tuc, percorriamo a piedi (ormai è buio) le strettissime vie, evitando ad ogni istante di essere investiti da una scomposta marea di uomini, biciclette, vacche e ancora tuc tuc. Con gli occhi “bruciati” dalla polvere, le orecchie stordite da rumori assordanti, l’apparato respiratorio a mezzo servizio e il corpo continuamente avvicinato da una moltitudine di mani protese, quasi ci tuffiamo nell’oasi di serenità regalataci da un bellissimo tempio giainista, che si rivelerà l’unico, così riccamente dipinto, dell’intera India. Ci riposiamo alla vista della stupenda shikara (torre) del tempio, che splendente si protende alta nel cielo. A ritroso ripercorriamo (prima a piedi, poi con i tuc tuc) il tragitto dell’andata e il traffico è, difficile crederlo, ancora più infernale. Se anche mi mettessi a sfogliare l’intero vocabolario della lingua italiana, sono sicuro che non troverei gli aggettivi necessari a descrivere lo stordimento e lo straniamento di quella folle serata.

Tempio di Karni Mata…

Giunge quindi uno dei momenti tanto attesi del viaggio: la visita al singolare Tempio di Karni Mata, molto più conosciuto come il Tempio dei Ratti Sacri. Un’antica leggenda racconta che Durga (una forma di Shakti) chiese a Yama, il Dio della morte, di resuscitare il figlio di un cantastorie sconvolto dal dolore per tale perdita. Yama si oppose a questa richiesta e Durga per vendicarsi fece reincarnare in topi i figli morti dei cantastorie, in modo da strappare a Yama le loro anime. Questi topi si sarebbero poi reincarnati in uomini. Questo è il motivo di tale venerazione. Entrati nel tempio, ovviamente senza scarpe, ci troviamo a camminare su un tappeto di minuscole cacche…Una massa brulicante di piccoli topi scorrazza liberamente in ogni angolo e in ogni direzione, concentrandosi soprattutto dove sono poste alcune grandi ciotole contenenti del latte. Metà del gruppo, dopo una rapida occhiata, si ritira rapidamente dal tempio, decisamente disgustata. L’altra metà, ed io tra questi, si sofferma invece divertita ad osservare con attenzione questi piccoli attivissimi topolini. D’altronde dove ci ricapiterà mai un’altra occasione del genere?

La giornata prosegue nella regione dello Shekhavati, ricca di decoratissime Haveli. A Fatehpur giungiamo in un momento di grande confusione. Il pullman è completamente circondato da una folla che urla slogan cadenzati. Uno sciopero? Una manifestazione politica? Le uniche parole che riusciamo a capire sono…Sonia Gandhi…Sonia Gandhi…e intravediamo quindi al centro della folla vociante la figura di un uomo ben vestito, con numerose collane di fiori al collo. Evidentemente si tratta di una manifestazione del Partito del Congresso (guidato appunto dall’italiana Sonia Gandhi) volta a sostenere il politico di turno nelle imminenti elezioni locali. Superato il breve momento di smarrimento, visitiamo, attraverso strade polverose e sporche, decine di Haveli, alcune ancora abitate (in una ci offriranno l’immancabile chai), altre desolatamente abbandonate, destinate a sgretolarsi e a scomparire sotto l’azione inesorabile del tempo. Purtroppo la cronica mancanza di fondi non garantisce un futuro certo a queste abitazioni, memorie concrete di un passato splendore e forse, fra dieci o vent’anni, di loro non rimarranno che sbiaditi e incerti ricordi. A Mandawa si ripetono le stesse scene. Inoltre siamo agli sgoccioli del viaggio e tutti cominciano a mostrare un po’ di giustificata stanchezza. Viene meno l’entusiasmo dei giorni passati e si iniziano a “tirare le somme”. La sera, trascorsa in un bellissimo Resort, si conclude con il taglio della torta con la sciabola da parte di Arturo che oggi compie gli anni…AUGURI!.

Ultimi chilometri in terra indiana.

L’ultimo giorno ci avviciniamo rapidamente a Delhi. Lungo le strade l’ormai consueto spettacolo di uomini intenti a fare i propri bisogni, ma qui è assolutamente normale. Niente di che stupirsi. Un’ultima sosta, un’ultimo chai (praticamente una colonna sonora la frase…one more chai…) e siamo di nuovo nella capitale. Il contrasto tra ricchezza e povertà è immediato e talmente palese da rendere impossibile qualunque riflessione. Grattacieli avvenieristici sovrastano tranquillamente catapecchie e baracche coperte di stracci. Cosa penseranno i rampanti manager locali, uscendo dal lavoro e sbattendo, con i loro colletti inamidati, contro la massima disperazione possibile? Non ho alcuna risposta e mi chiedo invece, se e quanto, da noi la situazione sia diversa.

Le ultime ore le trascorriamo allo State Emporium e girovagando attorno alle vie limitrofe a Connaught Place (il centro “commerciale” di New Delhi). Un ultimo thali, un’ultima telefonata (ma veramente è la seconda…) e raggiungiamo l’albergo dove ci riposeremo solo qualche ora. Invece di dormire guardo assieme ad Arturo e a Maurizio il filmato ripreso in questi intensi giorni da quest’ultimo. Tra una risata (per gli strafalcioni di Maurizio) e il rimpianto per il viaggio che sta volgendo al termine arrivano rapidamente le tre di notte. Una rapida corsa ci conduce all’aeroporto. Sbrigate le pratiche doganali, spendo le ultime dieci rupie rimaste per un nescafè. I controlli sono particolarmente estenuanti. I metal detector sembrano non finire mai. Tra l’altro vengo fermato da un funzionario “occhialuto” che mi rispedisce al “controllo visti” perché la mia carta d’imbarco non ha il timbro d’uscita. Rapidamente ripercorro metà aeroporto. Vengo sballottato da tre impiegati che fanno di tutto per non capire il mio semplicissimo problema: “Mi avete timbrato il passaporto, ma non la boarding card! C’è la fate a mettere un altro piccolo timbro?” Alzata un po’ la voce (purtroppo in questi giorni ho imparato che con gli indiani spesso è necessario farlo se si vuole ottenere rapidamente qualcosa, altrimenti continueranno a far finta di non capire) raggiungo il mio scopo e mi metto a correre verso il gate di imbarco (è tardi!). Mostro con fermezza e un po’ di sarcasmo la carta timbrata al funzionario “occhialuto” (non dimenticherò mai i suoi occhiali modello Bulgaria 1930) e prendo possesso del mio posto sull’aereo (dulcis in fundo mi hanno sequestrato l’accendino). In volo ad Amman, quindi a Roma. Saluto parte del gruppo. Baci, abbracci, scambi di indirizzi, promesse di rivedersi. Ultimo volo per Milano e…il viaggio è finito.

Oggi è il 30 novembre e non so più neppure perché ho iniziato a scrivere. So solo che in questi giorni ho dedicato ogni singolo momento libero a scrivere dell’India, sull’India, intorno all’India. Penso di aver scritto molto e “detto” poco. Le uniche parole veramente significative rimangono le sole scritte in terra indiana su una cartolina poi consegnata a mano in Italia (a Fatehpur vedendo lo stato di un ufficio postale locale ho pensato bene di non imbucarla):

“L’India non ha alcun senso. Non c’è nessuna logica o presunta razionalità in quello che ho vistomangiatorespiratoascoltatoetoccato. Non chiedetemi di raccontarvela o tanto meno di spiegarvela, perché comunque, non né sarei capace. Lasciate piuttosto perdere quello che state facendo, mettetevi uno zaino sulle spalle e “vivetela” in prima persona. Forse la odierete trovandola fastidiosa e insopportabile o magari, poco alla volta, scoprirete di non poterne più fare a meno e Lei non lascerà più il Vostro Cuore…”

Non so quando mi capiterà di rileggere queste impressioni di viaggio e l’effetto che allora susciteranno in me. Forse accadrà fra qualche mese, forse tra molti anni. Non so neppure quando tornerò in India. Oggi ho ancora più domande di quelle che avevo quando ormai più di un mese fa sono partito per questo viaggio. E questo non credo sia un male. L’unica certezza è che molto presto, assieme allo zaino che ancora non riposto, ora giace desolatamente vuoto ai piedi del letto, come inseparabili amici, riprenderemo a percorrere le “dure” strade del mondo, attraverso paesi sovrappopopolati, terre desolate e deserti sconfinati, per montagne, valli e città.

Nel nome di Dio. Nel nome di Shiva. Nel nome di Allah. Nel nome di quell’infinito e bellissimo mistero chiamato Vita.

In memoria di Everett e di tutti quelli che come lui sono vissuti inseguendo la bellezza…

(Paolo, A Vagabond for Beauty)

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