Palazzo del vento bypixbay
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La Prima parte del racconto

Japur…

A Jaipur visitiamo il famosissimo Hawa Mahal (Palazzo dei Venti). Grazie alle sue infinite nicchie e finestre è in grado di raccogliere anche la minima brezza (lo abbiamo sperimentato), allietando così, nei tempi passati, le donne di corte, che sedute in quei piccoli anfratti potevano, anche negli afosi e monsonici pomeriggi estivi, osservare la vita di strada senza essere a loro volta “vittime” degli sguardi “impuri” degli uomini.

Nel pomeriggio il gruppo offre la prima dimostrazione di quanto sia portato per gli acquisti. Consigliati dal “capo” andiamo nel negozio di Rajiv. Trascorreremo qui almeno un paio d’ore, impiegate dapprima a tastare e a valutare i diversi tessuti e prodotti, dalle pashmine ai sari di seta e quindi a trattare sul prezzo del loro acquisto. Notizie non ufficiali affermano che dopo il nostro passaggio (da leggersi razzia) il caro Rajiv abbia chiuso i battenti fino all’anno prossimo (almeno) e stia trascorrendo una lunghissima e piacevolissima vacanza sotto qualche palma di una delle tante spiagge di Goa. Beato lui!

Il resto della giornata viene trascorso girovagando tra le centinaia di bancarelle e negozi di Jaipur e zigzagando tra le solite cacche e pantegane varie. Il traffico, considerando la larghezza delle strade, ha dell’inverosimile: macchine, rickshaw, tuc tuc, carri trainati da cammelli, vacche più o meno sacre, maiali e cinghiali che rovistano nella spazzatura, praticamente uno zoo. A dire il vero parte della giornata è stata anche dedicata al recupero di Ada (l’amica di Teresa), che a causa di un tavor preso a sproposito aveva la costante tendenza a separarsi dal gruppo e a perdersi…

Tra i tanti animali avvistati finora manca ancora l’elefante. No problem. L’indomani a Fort Amber saliamo alla fortezza a dorso d’elefante (lo fanno tutti…). Il “mezzo” non è particolarmente comodo. La salita è lentissima e continuo a sbattere i piedi (forse troppo lunghi) contro il muro che delimita la strada. Conclusa anche questa esperienza e completata la visita ci sediamo al consueto “barettino” per quello che sta iniziando a diventare un rito: il chai (il tè indiano). Mentre per noi il tè è un infuso, per gli indiani è una lunga ribollitura. Nella stessa pentola fanno bollire insieme acqua, latte, tè (of course), zucchero, cardamomo più altre spezie in quantità inferiori. Il risultato è uno sciroppo liquoroso che viene versato bollente in piccoli (e luridi) bicchieri di vetro che richiedono un certa dimestichezza per essere maneggiati senza ustionarsi. Anche adesso che sto scrivendo avrei voglia di un chai (ammetto di essere diventato un chai-dipendente) ma mi devo accontentare di un banalissimo caffè.

Direzione Ajmer…

Raggiungiamo il centro di questa città santa mussulmana sugli ormai abituali tuc tuc. Come contorsionisti provetti riusciamo a incastrarci in questi singolari mezzi in 3, in 4 o anche più. Sfrecciare per le strettissime vie della città, tra continue frenate, sobbalzi, virate improvvise, respirando purissimo monossido di carbonio, è semplicemente follia. Sergio ha ormai adottato lo stile “bandito fuorilegge” (con la bandana a coprire bocca e naso) per cercare (invano aggiungo io) di preservarsi i polmoni. Scendiamo di fronte alla Dargah (cittadella mussulmana) che visitiamo (ovviamente scalzi). Ci sono negozi, bancarelle, moschee, bambini che preparano offerte di cibo per i poveri, fumi, colori e un Mausoleo dove viene venerato uno dei santi mussulmani più amati in India. Per entrare nel Mausoleo è necessario indossare qualche cosa sul capo. Io ho lasciato lo zainetto sul pullman, guardo i miei compagni alla ricerca di un cappello o un qualche pareo che avanzi. Ma niente, tutto è già stato utilizzato. Non mi resta altro che coprirmi con il mio fazzoletto sporco (è il 6° giorno di viaggio…) ed entrare. Solito giro in senso orario, odori intensi, fiori, gente che ti spinge, religiosi che ti toccano la testa come per benedirti, reclamando poi un’offerta…

All’uscita inizio a stare poco bene, gambe molli, un po’ di mal di testa, qualche brivido di febbre. Avrei forse bisogno di un’aspirina, ma la busta delle medicine è nel borsone chiuso nel bagagliaio del pullman. Stringo i denti durante gli ultimi chilometri per Pushkar, perché adesso avrei solo voglia di sdraiarmi. All’arrivo al nostro campo tendato (Royal Desert Camp) ci vengono offerti una collana di profumatissimi fiori e una “specie” di succo di limone. Percorro sulla sabbia a passi veloci gli ultimi metri fino alla tenda, mi spoglio rapidamente, prendo un’aspirina e una tachipirina (tanto per non sbagliare) e mi butto sulla branda. Saluto Maurizio e Arturo, compagni di tenda, che vanno a cenare e in breve mi addormento. Certo l’arrivo a Pushkar, momento fondamentale del viaggio per la nota Fiera del bestiame, non è stato propriamente trionfale.

Il mattino dopo mi sento comunque benone (a dire il vero è il primo giorno con l’incubo “cagotto”…) e dopo “un’abbondante” colazione (circa 24 ore che non mangiavo…), si prende la navetta per Pushkar. Con navetta intendo un carro, su cui stanno comodamente sedute quattro persone, trainato da un cammello. Il percorso, dal nostro campo alla spianata cammelli, dura circa 20-25 minuti. Bellissimo.

Siamo completamente circondati da cammelli, qualcuno decorato, altri dipinti, altri ancora rasati con particolari motivi geometrici. Colpiscono le numerose svastiche, che ben prima di essere utilizzate e mistificate dal nazismo, in oriente hanno sempre indicato il “moto perpetuo della creazione”. Oggi è il giorno che precede l’inizio della Fiera vera e propria e solo da domani i pastori, terminate le trattative, ripartiranno con le carovane per i loro luoghi d’origine. Anche qui donne che raccolgono cacche, di cammello questa volta.

Switzerland…

I venditori cercano di farti comprare l’impossibile, molti ti avvicinano chiedendoti semplicemente: “Where are you from?”. La risposta Italia genera subito estremo interesse, ti parlano di un loro parente a Milano o a Roma, ti raccontano la loro vita, il tutto come semplice pretesto per condurti al loro negozio di seta, stoffe o argenti. Più tardi spiegherò a Maurizio che un’ottima tattica per non essere infastiditi è rispondere alla domanda di rito…Switzerland anziché Italia. Gli svizzeri, che stanno un po’ sul culo a tutti, tendono a smorzare la curiosità, lasciando perplesso l’interlocutore di turno. Sorrido ripensando al caro Maurizio che per il resto del viaggio, nel suo inglese propriamente non oxfordiano, risponderà Switzerland a chiunque. Vabbè.

Pushkar…

Proseguendo lungo la strada che conduce nel bazar vero e proprio, la confusione è totale, i negozi affollatissimi, migliaia di bellissime e coloratissime donne camminano, contrattano, parlano, spingono ed è veramente difficile non perdere di vista il resto del gruppo. Giunti sul lago sacro, che una leggenda vuole sia stato formato da un petalo di loto usato da Brahma durante una battaglia contro un demone e quindi caduto sulla terra, lo spettacolo è ancora, se possibile, più stupefacente. E’ mattina e tutti i ghat sono stracolmi di persone per le abluzioni rituali. Sembra una “folle tavolozza di un pittore” posata su uno sfondo bianco-azzurro (il colore delle case di Pushkar). Accanto ad alcuni sadhu (mendicanti religiosi coperti solo di cenere che hanno rinunciato a tutto), rimaniamo in silenzio ad ammirare lo spettacolo della vita indiana. Quanta differenza rispetto al grigio puritanesimo e alle false trasgressioni della nostra cultura e delle nostre città!

Il giorno prosegue rapidamente in mezzo a questo continuo stordimento, mentre la sera, dopo una cena tutt’altro che soddisfacente (Pushkar è città sacra e quindi sono proibite la carne e le uova…praticamente si mangiano solo verdure speziate e zuppette piccanti…), ci sediamo attorno al fuoco e osserviamo le agili movenze di alcune ballerine locali che poi ci invitano a ballare…ma gentilmente muovo lateralmente il capo a causa…del vulcano che mi ritrovo al posto dell’intestino…

La mattina successiva siamo tutti in forze per l’ascesa al Tempio di Savitri che, dall’alto della collina, domina la città di Pushkar. La leggenda narra che Brahma per poter celebrare una cerimonia avesse bisogno di una donna, ma purtroppo la moglie Savitri era introvabile. Stanco di aspettare, pensò quindi di sposare una ragazza di Pushkar. Quando Savitri seppe cosa era successo, si arrabbiò a tal punto da giurare che il suo culto non si sarebbe celebrato in nessun’altra parte dell’India. E in effetti l’unico Tempio di Brahma oggi presente in India è a Pushkar…Ah le donne…

La salita al tempio su ripidi e alti gradoni non è particolarmente impegnativa. Dall’alto si può ammirare la città stretta attorno al lago e l’immenso territorio circostante stracolmo di cammelli e carovane ormai in partenza. Quando inizio la discesa, il resto del gruppo giunge, arrancando, a destinazione. Mi perdo nuovamente per il bazar principale e quindi al Mela Ground (il campo delle esibizioni) assisto a uno spettacolo di danza di cavalli e cammelli. Il pomeriggio è dedicato agli acquisti, d’altronde è difficile resistere per chiunque alle infinite tentazioni, e poi io dovevo scrupolosamente rispettare una copiosa lista di regali commissionatami prima della partenza…

Il tramonto (dal momento che sono gratis, albe e tramonti non mancano mai nei viaggi di Avventure…) decido di vederlo, da solo, dalla cima di un’altra collina (comunque più bassa rispetto a quella del mattino). Per raggiungere la cima, vista la totale assenza di indicazioni (se c’erano, ma dubito, erano in hindi e quindi per me non fa differenza) mi perdo per i bassifondi di Pushkar, catapecchie, spazzatura, immondezzai, molta gente povera, qualcuno mi saluta, altri mi ignorano, nessuno comunque mostra diffidenza e questo per me significa molto. Dal tempio che sorge sulla collina attendo che si compia il disegno del sole da questa parte del mondo. Si alza una leggera brezza (io sono in maglietta) e penso che in Italia a quest’ora saranno tutti vestiti con abiti e giacche pesanti. Scendo quindi nuovamente in città e cerco un cammello-navetta per tornare al Royal Camp.

Dopo i due fantastici e indimenticabili giorni trascorsi a Pushkar, siamo di nuovo in marcia (al mattino c’è sempre da lottare con le zanzare che durante la notte hanno letteralmente invaso il pullman). La tappa è lunga, direzione sud (Udaipur) con sosta a Chittorghar. Di questa città fortificata ricordo soprattutto le scimmie, che ignare delle nostra presenza, compivano le loro abituali operazioni di pulizia “avvinghiate” alle colonne e in ogni altro possibile anfratto che i molti templi offrivano loro (la presenza di scimmie costringeva inoltre gli “occhialuti” del gruppo a nascondere i loro preziosi strumenti da vista, dal momento che le già citate scimmie hanno una certa predisposizione a sottrarli impunemente). Qui Giuseppe (parmense di Lecce), deciso come non mai a fare un’escursione sulle mura, nonostante il tentativo di dissuasione della guida, parte con decisione per la sua impresa tornando poco dopo tutto trafelato per l’incontro con un serpente…

Ripartiti alla volta di Udaipur ci rifermiamo quasi subito perché…abbiamo bucato. Dunque sosta forzata in uno dei tanti “autogrill” locali (baracca in muratura più o meno stabile che funge da negozietto-ristorantino) e ci gustiamo, chi seduto, chi in piedi, chi in ginocchio (non c’è volontà di masochismo, è che le sedie sono poche) il solito dal con ciapati. In certi momenti ci si accontenta di poco. Dopo aver osservato Sandokan e socio sostituire il pneumatico con uno che non avrebbe passato la revisione neanche in Burundi, ripartiamo per arrivare in tarda serata a Udaipur. Raggiungiamo con difficoltà l’albergo, dopo manovre inenarrabili su strade nelle quali sarebbe stato difficile transitare con una bicicletta (noi eravamo su un pullman…), scoprendo che questa parte del Rajasthan è totalmente sconosciuta a Sandokan! Andiamo bene! Ceniamo infine su una bellissima terrazza con vista Lake Palace (quello di Octopussy, che infatti qui viene proiettato in continuazione in ogni locale) parlando dei viaggi passati, di quelli futuri, delle varie professioni, su chi guadagna di più e scopro quindi che l’insospettabile Loreta (si con una sola t) è addirittura direttore di banca ai massimi livelli (con relativo stipendio a cinque stelle). Per fortuna vengo risparmiato dalla classifica contraria perché avrei avuto pochi dubbi sul più “povero” del gruppo…

La visita di Udaipur inizia dalle rive del lago, che raggiungiamo con i soliti, ormai insostituibili, tuc tuc. Di prima mattina i ghat sono occupati dalle lavandaie, che con colpi sonori e continui, assestati con una mazza simile a quelle usate nel cricket, insaponano, lavano, sciacquano, strizzano e infine stendono al sole i sari e gli altri vestiti. Nella stessa acqua poi si laveranno loro stesse. E’ proprio vero che l’acqua (dei fiumi e dei laghi spesso considerati sacri) è l’elemento aggregante della vita indiana. Peccato che spesso questi bacini siano ormai completamente deturpati e rovinati, quasi delle discariche a cielo aperto. Invidioso dei loro anticorpi, ammiro ancora una volta la laboriosità delle donne indiane, che qui come altrove sono in perenne movimento e attività. Sovente mi è capitato di osservare donne, vestite nei tradizionali sari, svolgere attività tipicamente maschili nei numerosi cantieri che incontravamo lungo le strade. Il contrasto (ancora questa parola!) tra il “loro colore” e la polvere e la sporcizia circostante fa sicuramente riflettere e un poco commuove. Forse sono proprio il degrado e la precarietà dell’India (precarietà eterna o eternità precaria?) a “esaltare” ancor più i movimenti leggeri, gli sguardi intensi e l’eleganza delle infaticabili donne indiane.

A qualche metro dal lago, sopra i ghat, altre donne preparano offerte di incensi, fiori e dolcetti che vengono poi letteralmente divorati dalle vacche sacre nei paraggi, che almeno ogni tanto, possono variare la loro poverissima dieta fatta di bucce e spazzatura nel migliore dei casi, carta e plastica (non sto scherzando) in tutti gli altri. Per le tortuose vie del centro (completamente bloccate da moto, vacche e tuc tuc…) raggiungiamo lo Jagdish Temple. Alla base della sua altissima scalinata siedono, come di consueto, due o tre donne che vendono i profumatissimi fiori necessari per le offerte agli dei locali. Lì accanto siede pure un mendicante con il volto completamente deturpato. Non è il primo e non sarà neppure l’ultimo di questi “ultimi degli ultimi” che vedremo in questi giorni. Molti hanno problemi agli arti inferiori, alcuni addirittura si trascinano solo grazie all’aiuto delle braccia come dei tristi “ragnetti”. Difficile capire quale possa essere il futuro di queste persone nella nostra società. Probabilmente il loro unico obbiettivo è rivedere la luce del sole giorno dopo giorno. E’ comunque da ammirare la capacità tipicamente indiana di accettare “serenamente” la realtà non cercando di nascondere difetti, mancanze e in alcuni casi mostruosità. Credo che ci sia molto da imparare.

Continuando a vagare per le strettissime vie del centro, io, Marco e Arturo siamo catturati da un negozio di miniature dal nome molto evocativo: Art Palace. Siamo accolti da un giovane ragazzo che poi scopriremo essere l’autore di molte delle bellissime opere su seta, marmo o carta qui esposte. Sorseggiando con calma il chai gentilmente offertoci, iniziamo a scegliere le opere che più ci interessano. Segue quindi l’animata trattativa (ormai conosciamo tutti i trucchi del mestiere) e trovato finalmente l’accordo il venditore conclude con il rituale: “Are you happy? – Yes – Ok, if you are happy, I’m happy” e felice ci abbraccia, spiegandoci che oggi è il giorno del suo compleanno e può quindi concedersi “addirittura” della birra, piacere che per il resto dell’anno gli è negato vista la sua appartenenza alla casta dei brahmani.

Nagda e ad Eklingi…

Nel pomeriggio visitiamo a Nagda e ad Eklingi due bellissimi templi. Nel primo attirano la nostra attenzione alcuni pannelli decorativi con sculture decisamente erotiche (si potrebbero traquillamente definire pornografiche…). Per quanto agli occhi di noi occidentali queste rappresentazioni sembrino stonare in un luogo sacro (Sergio ci racconta che a Khajuraho, lungo il medio corso del Gange, esiste un intero sito archeologico costituito da parecchi templi quasi interamente ricoperti da sculture a “luci rosse”. Inutile dire che qui i voyeur (opps…turisti) occidentali abbondano), dobbiamo ricordare che tra le finalità dell’induismo è fondamentale quella del “kama”, cioè il piacere erotico e la procreazione (il Kamasutra e il Tantrismo non arrivano forse da qui?). Tralasciando le inevitabili battute che queste scene suscitano, cambiamo completamente tono e nel Tempio di Eklingi assistiamo, poco prima del tramonto, a bellissime cerimonie di offerte (puja) da parte dei devoti (in questo tempio oltre alle scarpe abbiamo dovuto toglierci pure le calze…no comment su dove abbiamo camminato).

Dopo cena altro momento da incorniciare. In 4, 5 entriamo in un piccolissimo negozio (4 metri x 2 o forse meno) di musica e strumenti musicali “indigeni”. Il proprietario, come al solito molto diponibile e capace di tutto pur di attirare l’attenzione, chiama rapidamente due amici con i quali improvvisa, solo per noi, uno “spettacolino” di canti e suoni, dando prova di grande poliedricità. Ancora oggi, chiudendo gli occhi, ripenso a quel momento che avrei voluto, nella mia immaginazione, prolungare in eterno. Le note e le vibrazioni che echeggiavano in quel locale angusto e soffocante, impossibilitate a librarsi in spazi convenientemente ampi e costrette a “rimbalzare” sulle pareti e su di noi, contribuivano a creare un’atmosfera di epoche lontane e forse perdute per sempre…

Stanchi ma soddisfatti, il giorno successivo raggiungiamo Ranakpur, straordinario complesso templare giainista. Al di la’ delle differenze filosofico-dottrinali tra giainismo e induismo (credo interessino a pochi), ciò che balza agli occhi nell’osservare i religiosi giainisti è la mascherina che indossano davanti alla bocca (come quella dei chirurghi). Professando una religione che reputa tutte le creature viventi degne dello stesso rispetto, la mascherina serve per non uccidere neanche un…moscerino. Per lo stesso motivo scopano sempre davanti a sé per evitare di schiacciare inavvertitamente un qualsiasi insetto. Chiaramente sono vegetariani.

Tempio di Adinath…

All’interno del Tempio di Adinath ammiro commosso la sollecitudine delle loro attività (preparano infatti una miscela di zafferano e legno di sandalo per decorare le loro divinità) e la serenità delle loro preghiere. La cosa più straordinaria (so che ho usato questo aggettivo solo qualche riga fa, ma credo sarebbe inutile cercarne altri sul dizionario) di questo tempio sono le colonne. 1444 colonne tutte diversamente e riccamente decorate e scolpite. Una di questa però è leggermente storta. Perché? Perché la perfezione appartiene a Dio, non agli uomini…

Che i Tirthankara (i profeti giainisti) proteggano sempre questi uomini fuori dal comune…

Percorrendo quindi una strada di montagna (se non ci siamo ammazzati significa che Shiva era con noi…) si arriva a Mount Abu, a pochi chilometri dal confine con il Gujarat. Anche qui visita di un importante complesso giainista (i Templi di Dilwara). Vi risparmio comunque della descrizione degli elaboratissimi ed elegantissimi soffitti, fregi e colonne. No, non piangete!

La cosa che più mi colpisce a Mount Abu è la sua dimensione “vacanziera”. Siamo infatti circa a mille metri di altezza, almeno così riporta la guida, e qui vengono a respirare aria buona gli indiani “che possono”. Molte sono anche le coppie in viaggio di nozze e quasi tutti sono vestiti all’occidentale. Appare evidente che le donne indiane in jeans e maglietta sono tanto ridicole quanto le “frikkettone” occidentali con i sari. A ognuno il suo, please.

India ?!?!#*!?!

Illuminati dalla luna piena (oggi è l’8 novembre e finisce la Fiera di Pushkar) in 5, capeggiati dal ribelle Giuseppe che quasi mai ha mangiato col resto del gruppo lamentando i troppo lunghi tempi di attesa, ci dirigiamo verso un ristorante che sappiamo cucina anche carne, lasciando il resto del gruppo a “gustarsi” il solito poverissimo thali vegetariano. Letteralmente sbranato il mio half tandoori chicken accompagnato da un fenomenale cheese nan (una specie di pane focaccia con formaggio) torniamo in camera e prima di spegnere la luce non riesco a trattenere le risate ascoltando il mio compagno di stanza Marco leggere alcuni resoconti di viaggio sul Rajasthan scaricati da internet (spero che non capiti così col mio). Ma d’altronde le vicissitudini di queste “sensibilissime ragazze” che passeggiando tra le vie dell’India si sentivano come ricoperte di miele erano veramente troppo. Il fatto è che parlare o scrivere dell’India è effettivamente un problema. Da un lato si rischia di cadere nel patetico e nel melodrammatico, dall’altro diventa comunque difficile raccontare “concretamente” la globalità delle esperienze vissute. Ogni singolo secondo trascorso in terra indiana dovrebbe essere scomposto in ciò che si è visto, ascoltato, toccato, mangiato e respirato. Alla fine si finisce tutti (me compreso) nel banale e nel già detto. Questa è la condanna e l’anatema che pesa su tutti i viaggi (non solo quelli in India): l’impossibilità di comunicare ad altri le emozioni e le sensazioni provate. Il viaggio è un’esperienza personale.

Il giorno dopo lasciamo rapidamente la montagna e l’aria salubre di Mount Abu per dirigerci decisamente verso nord. La nostra metà è Rohet, poco a sud di Jodhpur. L’albergo (sarebbe meglio dire palazzo dal momento che è di proprietà del maharaja locale) è stupendo. La camera che attende me, Arturo e Maurizio è praticamente un quadrilocale (il solo bagno è profondo una decina di metri…), tanto che Daniele, l’hippy del gruppo, scatta foto a ripetizione, con la speranza che una volta tornato in Italia possa mettersi alla ricerca di un appartamento simile. A proposito di Daniele (sempre con l’immancabile beedie in bocca) voglio ricordare la prima volta che lo vidi a Linate. Giacca di velluto (?!) verde, calzoni chiari di cotone e ciabattine infradito…Dario che viaggia con lui da quasi dieci anni ci racconterà che non l’ha mai visto indossare altre calzature che non fossero le mitiche ciabattine. Aggiungerei che i piedi, onde evitare probabili infezioni, erano completamente rossi per il mercurio cromo. Peccato solo non avergli fatto una foto. Chiuso l’inciso ritorniamo al Rohet Garh.

Le prime ore del pomeriggio le trascorriamo addirittura in piscina (non siamo forse in vacanza?). Chi prende il sole, chi si tuffa (io volendo dimostrare la mia antica abilità natatoria prendo una decisa rincorsa ignorando il bordo umido della piscina…tanto che per poco non rischio una clamorosa “spanciata”), chi per entrare in acqua (fredda) impiega almeno 5 minuti con movenze degne di un bradipo (Maurizio, ma non abiti a 20 metri dal mare?).

Vihnoi…

Dopo questa pausa rigenerante (effettivamente ci voleva) prendiamo possesso delle nostre jeep per la visita dei villaggi Vishnoi (altra derivazione dell’induismo così come gianisti e sikh). Il fatto che la loro filosofia di vita (vecchia di almeno 500 anni) sia improntata al più totale ecologismo e rispetto della natura fa si che nel loro territorio vivano liberamente animali come gazzelle, volpi e le rarissime antilopi nere. Questo inaspettato safari, fatto di avvistamenti e doveroso silenzio, mi riporta alla memoria i fantastici tre giorni trascorsi lo scorso anno ad Etosha. Quali che siano gli animali, poterli osservare da vicino nel loro ambiente naturale, suscita sempre emozioni particolari. Soprattutto ci ricorda che noi uomini non siamo gli unici ospiti di questo nostro amatissimo pianeta azzurro.

In lontananza scorgiamo anche semplici momenti di vita quotidiana, alcune donne lavorano nei campi, altre raccolgono l’acqua in contenitori che poi trasporteranno con estrema naturalezza sul capo. La calda luce del tramonto rende ancora più magico il tutto. Nell’ultimo villaggio la scena più bella: una anziana donna col volto completamente segnato dalle rughe (ma per me era comunque bellissima) siede per terra muovendo dolcemente col braccio sinistro la culla di legno in cui riposa probabilmente il piccolo nipote e una bambina (avrà avuto 5 o 6 anni) gioca nelle immediate vicinanze. La donna si schermisce, giustamente, solo dopo i nostri prolungati flash. Siamo alle solite. L’incontro con altre culture dovrebbe sempre andare al di là di quel muro costituito dai nostri mostruosi teleobbiettivi. A volte un vecchio taccuino sarebbe più comodo e meno invasivo.

Per concludere l’escursione partecipiamo, invitati da tre uomini del villaggio, alla cerimonia dell’oppio che qui non viene fumato ma più semplicemente bevuto o mangiato. Noi optiamo per la prima ipotesi e dopo aver assistito alla filtrazione, lo beviamo direttamente dalle mani (ma le avrà lavate?) dell’officiante la cerimonia (tre sorsate rigorosamente rumorose), facendolo seguire da un piccolo cristallo di zucchero grezzo per bilanciarne il sapore decisamente amaro. Nessuno avrà comunque visioni o allucinazioni. Il povero Giuseppe è invece scosso da brividi di febbre ed è costretto a farsi prestare da Antonietta una felpa di tre o quattro misure più piccole di quanto in realtà avrebbe bisogno. La vista di questo ragazzone barbuto, con calzoncini corti verde pistacchio, felpa viola striminzita con cappuccio, tremante per la febbre, riesce a strapparmi una sonora risata (very bastard inside).

La sera, assistendo a uno spettacolo in costume, nascono le inevitabili discussioni se quanto visto e vissuto in giornata sia effettivamente “autentico”. Molti sostengono che ormai anche questi villaggi sono contaminati dalla vita “civile” e che molto sia mantenuto ad esclusivo uso e consumo dei turisti. Io (avendo letto molto saggi sull’argomento) penso invece che se da un lato i turisti debbano mantenere un “basso profilo” nei confronti di queste comunità, possano anche svolgere un ruolo positivo nel mantenimento di tradizioni che altrimenti andrebbero irrimediabilmente perse. Inoltre ritengo ridicolo porsi il problema dell’autenticità. Paradossalmente la realtà che vediamo e viviamo è sempre autentica, così come lo era vent’anni fa e come lo sarà fra trent’anni. Non possiamo pensare che ci siano angoli di mondo che rimangono immobili mentre altri avanzano sempre più rapidamente. Questa situazione può non corrispondere completamente ai nostri canoni di “esotismo” ma è la realtà e così dobbiamo accettarla. Che ci piaccia o no.

Concludo la serata guardando la luna piena dall’immensa terrazza che domina la piscina. La candida e splendente luna si staglia perfetta appena sopra il profilo delle mura ed il mio pensiero corre a Chatwin (si il mitico Bruce!) che proprio qui scrisse “Le Vie dei Canti”, alle mille emozioni provate in questi giorni indiani e a quello che ancora potrà succedere ……suona fratello…è la luna piena…perché la notte è una candela……

Jodhpur…Città Azzurra…

Cielo limpidissimo e temperatura perfetta. Così si presenta ai nostri occhi Jodhpur, la città azzurra. La visita del Mehrangarh Fort, che imponente domina dall’alto la città, occupa gran parte della mattina. Questa si rivelerà una delle visite più interessanti, sia per la straordinaria architettura del forte e la ricchezza dei suoi musei, sia perché al posto della solita guida (e dei suoi umori) a ognuno di noi era stato consegnato un piccolo registratore con cuffie, che guidandoci singolarmente nella visita, ha permesso a tutti di seguire solo i propri ritmi. E questo non è poco. La vista di Jodhpur dai bastioni del forte è da far trattenere il respiro: un’immensa distesa di case color azzurro che si perde a vista d’occhio e trascolora nel deserto circostante. Qui il colore azzurro non indica come in tutte le altre città dell’India l’appartenenza alla casta dei brahmani ma più semplicemente viene usato come…deterrente per le zanzare. Al termine della visita la nostra attenzione è rivolta alle opere (tutte acquistabili of course) contenute nel fornitissimo Museum Shop. Soprattutto le miniature e le sciarpe, prodotte dai maestri e dalle numerose scuole d’arte locali, sono assolutamente notevoli. Deciso a comprare un’ultima sciarpa mi accingo, ormai sono un fuoriclasse, alla solita sceneggiata dell’acquisto: il venditore che spara un prezzo esorbitante, tu che rilanci con una sciocchezza, fai finta di andartene, lui ti richiama e cosi via fino a un vantaggioso affare per entrambi. E invece no! Qui i prezzi sono fissi e mi fanno pure la ricevuta!, la prima e l’unica dell’intero viaggio. All’uscita vedo Marco che perplesso osserva il portafoglio tristemente vuoto. Anch’io faccio lo stesso e mi rendo conto di avere solo 700 rupie (14 euro). Dunque oggi è lunedì, noi ripartiamo sabato, quindi lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì, sabato. Si dovrei farcela. Considerato, a malincuore, chiuso il capitolo acquisti e valutando una dieta giornaliera a base di ciapati, banane e chai (le cene sono comunque in cassa comune…) non dovrei avere problemi.

La terza parte del racconto

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