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La prima parte del racconto

07/11 ore 7:00 : da Mandalay partiamo in direzione Bagan. Lungo la strada e dopo più di quattro ore infernali di auto, attraverso villaggi e fiumi superati a guado, ci fermiamo al Monte Popa , Questo monte è la dimora dei Nat, gli invisibili spiriti che controllano la natura e i sentimenti degli esseri umani. Animismo del passato si è fuso con il buddismo e regola così la vita dell’intero popolo. Per i birmani il “mondo invisibile” è una realtà viva quanto quella materiale, più vera e più importante dell’illusione terrena. Eccoci ancora senza scarpe che saliamo verso la cima. Per non offendere i Nat non proferiamo troppe imprecazioni e dopo una mezz’ora di ripidissime scale siamo in cima al monte. Possiamo ammirare un bel panorama e suggestivi riti dei fedeli nei variegati templi dedicati a questi spiriti temuti e onorati.
Scendiamo per pranzare al ridente villaggio e proseguiamo fino a Bagan. Breve sosta all’hotel per poi iniziare la visita alla zona archeologica forse più straordinaria del mondo. Nessuna città forse può vantare la moltitudine di templi, la abbondanza di fregi e le decorazioni che rendono meravigliosa questa capitale abbandonata sull’Irrawaddy. In questa vasta pianura furono costruiti 13.000 templi, pagode e altri edifici religiosi. Oggi dopo sette secoli ne possiamo ammirare 2.217 di identificabili (4000 visibili!). Paghiamo 10$ poco, prima di arrivare al paese, con la speranza che possano servire per mantenere nei secoli tanta ricchezza.
Giriamo a piedi per i templi più grandi, immersi nella campagna circostante, dove custodi improvvisati ci guidano nei punti più segreti e bui. Aspettiamo il tramonto sul tempio più alto della pianura ed è incantevole e magico vedere le forme delle pagode che si colorano all’orizzonte….
Alla sera ceniamo in un ristorante e anche se c’è un menù in inglese (incomprensibile non per noi ma per la cameriera!) mangiamo il solito myanmar food.

08/11. Sveglia alle 8:00 e seconda scorrazzata per i templi. Siamo riusciti a vederne circa 40……i restanti li ammiriamo in cartolina!
Un buon pasto in un ristorante e tutto ci sembra squisito, anche se è il solito riso bollito. Torniamo in paese e decidiamo di addentrarci per le vie laterali. Gli edifici lungo la via principale e gli hotel per i turisti coprono le abitazioni del villaggio vero e proprio, fatto di capanne tra stalle improvvisate e fango. La sensazione è di tornare indietro nel tempo in un istante.
Proseguendo una folla di persone tra cui moltissimi bambini aspettano per strada una delle tante feste locali e poco dopo una colorata sfilata di donne e bambini rallegra il paese.

09/11 partenza alle 7:00 in direzione Kalaw. La strada che percorriamo non è eccessiva, ma le 7 ore che impieghiamo per farla si! Se le strade principali sono un inferno immaginate quelle di montagna come devono essere! Comunque arriviamo anche qua e prendiamo alloggio in un modesto hotel. Incontriamo la guida per il trekking che ci illustra i vari percorsi. Naturalmente optiamo per il giro più lungo che impegna un intera giornata. Intanto in paese dalla pagoda si sente una specie di preghiera amplificata e vista oramai l’ora tarda chiediamo alla guida:< ma quanto dura ancora la preghiera?> , risposta:< oggi è il primo giorno, quindi altri sei giorni >. Ecco a cosa servono i tappi per le orecchie: qua per la preghiera dei sette giorni. Alla sera andiamo alla ricerca di una chiesa cattolica e in particolare del sacerdote italiano che ha più di 90 anni. Purtroppo scopriamo che il sacerdote, che viveva dal 1931 in questo paese, è morto pochi mesi prima e la lapide davanti alla chiesa ce lo conferma.

10/11 ore 8:00 iniziamo il trekking in compagnia della guida eccentrica e di una simpatica quanto stravagante giapponese che si è unita a noi. Il percorso descritto come lungo ma facile si rileva già da subito tutt’altra cosa. Sentieri fangosi e arrampicate a volte rischiose sono accompagnati da serpenti che attraversano la strada. Ci rallegrano e ci danno speranza le simpatiche persone che incontriamo lungo il percorso, contadini, bambini e monaci tutti naturalmente sorridenti e divertiti nel vederci. Attraversiamo alcuni villaggi Pao e davvero siamo in un altro tempo. Pranziamo in un “ristorante” nepalese e proseguiamo fino al villaggio di Pein Ne Pin, dove siamo accolti dai pochi contadini che non sono al lavoro. Ci offrono tè e banane e volendo anche riso. Dopo le presentazioni e prima di ripartire regaliamo per la loro scuola il nostro zaino pieno di penne, matite e quaderni. Ci salutiamo e riprendiamo il cammino. Visitiamo una scuola di giovani monaci in mezzo le montagne che ci accolgono festosamente e scendiamo fino alla strada principale. La nostra guida è molto soddisfatta e noi un po’ meno quando ci annuncia che abbiamo percorso un giro di 10 ore in 8 ore! Stanchi ma felici per la giornata aspettiamo in una baracca affollata di personaggi curiosi quello che chiamano bus da queste parti: ci aggrappiamo letteralmente ad un pick-up stracarico di persone e dopo mezz’ora di tornanti mozzafiato arriviamo salvi in paese. Naturalmente c’è una festa e colorata con la processione di donne e bambini che composti sfilano, sfoggiano i loro più bei vestiti. Tornando il “hotel” Marco sale le scale in compagnia di un grosso ratto e …forse è meglio cambiare albergo. Tra lo stupore di Fuji, la turista giapponese, che non capiva il problema e Silvia che minimizzava, rifacciamo i bagagli e ci spostiamo in un posto molto più decente e all’apparenza pulito. Alla sera siamo ospiti e ceniamo a casa della guida. Il posto dove vive con sua madre è meno di 20 mt quadrati su due piani, e non c’è né luce né altro. Solo una candela ci illumina i piatti che riempiono il piccolo tavolo della stanza. Pensiamo per un attimo al nostro mondo e quante cose ora ci sembrano inutili. Tutto però sembra più umano e vero.

11/11 partiamo con un giorno di anticipo, visto che il trekking ci ha disabilitati un po’ e viaggiamo verso il lago Inle. Lungo la strada sostiamo a Pindaya e visitiamo le grotte che ospitano 8000 statue di Buddha. Impressionante anche il bosco di piante millenarie con rami giganteschi che si può ammirare lungo il percorso. Visitiamo gli artigiani che costruiscono ombrelli di carta ed è curioso osservare con quanta abilità maneggiano i pochi e poveri attrezzi di lavoro. Sostiamo spesso per la strada e ci addentriamo per i campi di riso coltivato all’asciutto. Tutto viene raccolto e lavorato a mano da colorati e sempre sorridenti contadini: le donne raccolgono il riso e gli uomini in cerchio battono le fascine su dei sassi sopra una tela, dove cadono i chicchi. Alla sera arriviamo al lago Inle, incredibilmente pittoresco, con acque calmissime punteggiate da chiazze di vegetazione galleggiante e canoe per la pesca. Gli abitanti, per lo più Intha, sono grandi lavoratori ed è curioso il modo con cui spingono le loro barche, dal fondo piatto, sulle acque del lago: stando in piedi a poppa si reggono su una gamba mentre con l’altra tengono e spingono il remo. Prendiamo una stanza a Teakwood Guest House e, nonostante sia in una zona centrale, davanti pascolano i bufali in mezzo ad una palude. Ci stupisce che non volino zanzare, nonostante il posto estremamente acquitrinoso. Probabilmente siamo nella stagione fredda (per loro) e le medicine antimalariche che non abbiamo più preso per troppi effetti collaterali possiamo anche buttarle via. In paese esiste un ristorante che ha perfino un televisore e per la prima volta da quando siamo partiti abbiamo notizie della guerra in Afganistan e quello che succede nel resto del mondo.

12/11 alle 8:00 iniziamo il giro del lago noleggiando una barca a motore che ci porterà prima al mercato dei 5 giorni, a sud del lago, poi a visitare le case e laboratori di argento, artigiani del ferro, tessitrici di stoffe e lavoratrici di sigari. Visitiamo Phaung Daw U Paya e il mercato del paese, dove incontriamo diverse etnie, pranziamo per poi andare al monastero Nga Phe Kyaung. Posto proprio in mezzo al lago, è costruito su palafitte e qua i monaci hanno addestrato alcuni gatti a saltare attraverso piccoli cerchi. I visitatori sono accolti con il solito tè e biscottini ; seduti davanti alle molteplici rappresentazioni di Buddha osserviamo i birmani e i loro bambini che festosamente pregano e mangiano.

13/11 questa volta scegliamo, per il giro del lago, la più rilassante canoa. Una dolce ragazza ci accompagna per i canali e possiamo così vedere le case, le scuole, i monasteri e interi villaggi su palafitte. E’ incredibile vedere con quanta facilità spostano nel lago le strisce di terra da coltivare. La nostra simpatica guida ci porta a visitare artigiani di stoffe e sigari : qua Silvia cerca di mimetizzarsi e si fa mettere il tanaka sul viso. Il giro continua per tutta la mattinata e ci stupisce che, malgrado l’acqua bassa e le molte palafitte abitate, gli odori che si sentono sono solo delle tante ninfee sulla superficie cristallina.

14/11 Escursione in auto a Taunggyi, dove visitiamo il mercato che c’è tutti i giorni. Oltre non possiamo spingerci, in quanto andremo a finire nel “triangolo d’oro” e per i turisti è vietato, oltre che rischioso. In mattinata torniamo al lago e noleggiamo una barca a motore e andiamo a ovest, in un’altra zona poco frequentata dai turisti. Dopo un’ora di corsa tra canali in mezzo ad una fitta vegetazione (sembra di essere in Amazzonia), arriviamo in un villaggio dove, camminando tra templi in rovina e attraversando un assurdo e immenso colonnato in mezzo alla foresta, si arriva ad un vecchio monastero. Al villaggio sostiamo per acquistare oggettini in argento, e ripartiamo per il monastero di Nga Phe Kyaung, per riuscire a vedere i monaci che fanno saltare i gatti. Non si sa se lo fanno per i turisti e ricevere le conseguenti offerte o se ha qualche significato ben più serio. Comunque fotografiamo anche questo prima di tornare al villaggio.

15/11 partenza dall’aeroporto di Heho per tornare a Yangon. Altro record che registriamo è questo aeroporto, il più piccolo del mondo e la nostra partenza delle 10:00 viene anticipata di 10 min. Forse i passeggeri erano tutti presenti. E’ interessante vedere come i birmani fanno uso dell’aereo e come il bagaglio, soprattutto quello a mano, sia considerato da queste parti. Scatole e borsoni pieni di qualsiasi cosa legati in qualche modo vengono caricati con i passeggeri delle linee aeree statali. Con un record di 9 aerei caduti in un anno, preferiamo vivere e scegliamo la più costosa compagnia privata.
Arriviamo a Yangon e ripartiamo in auto con Ton Ton, la nostra terza guida, per dirigerci a Pathein. Questa città si trova sul delta del grande fiume Ayeyarwady e per arrivarci percorriamo i 190 Km in 7 ore di strada infernale. Saltando per l’abitacolo per le continue voragini stradali, attraversiamo guadi e continui pedaggi stradali (!!!). La città è un porto molto importante e girando per le vie siamo osservati curiosamente dagli abitanti; non vedono molti turisti da queste parti. Alla sera, visitando la Shwemokhtaw Paya, facciamo conoscenza con alcuni monaci ; qua dell’Italia conoscono principalmente Baggio, la Roma come squadra di calcio e….vagamente Firenze. Nessuna delle persone incontrate conosceva Venezia o altri simboli del nostro paese. E noi che pensavamo di essere al centro del mondo!
16/11 torniamo a Yangon rifacendo la strada infernale e al pomeriggio torniamo a visitare per l’ultima volta la Shwedagon Paya. Aspettiamo il tramonto e dopo cena torniamo al lussuoso hotel che ci offre l’agenzia di Soe, tanto bello quanto curioso: per salire ai piani superiori bisogna togliersi le scarpe!!!

17/11 ultimo giorno in Myanmar: Ton Ton al mattino ci porta a visitare il monastero dell’ Elefante Bianco, i templi di Me La Mu Paya e altri dintorni di Yangon. La nostra guida ci offre il pranzo e ci ospita a casa sua: tra una fitta vegetazione appena fuori la capitale abita con la moglie e dieci figli in una capanna di legno. Ci spiega che questa è la vera birmania , quella nascosta ai turisti, e ci fa accomodare in “giardino”. Trascorriamo un bel po’ di tempo rilassandoci e giocando con i bambini incuriositi dai buffi ospiti. Alle 16:00 un po’ a malincuore salutiamo tutti e Ton Ton ci accompagna verso l’aeroporto. A metà strada l’auto si ferma perché la benzina è finita, l’autista con un dolce “don’t worry” prende una tanica e sale su un bus in direzione opposta dicendo di tornare presto. Intanto la provvidenziale calma di Marco compensava l’escandescenza del vulcano Silvia che vedeva già perso il nostro aereo. Dopo dieci minuti eccolo di ritorno, rifornimento al volo e arriviamo all’ aeroporto che, come solito per chi è in anticipo, era chiuso.
Ore 19:30 partenza per Bangkok e rientro a Venezia senza intoppi e senza tanti controlli in Italia (avevamo smontato lo zaino, il quale aveva all’interno due sbarre di ferro non rivelate ai raggi X…)
Un ringraziamento a Chiara e Mauro Morelli che ci hanno aiutato e permesso di conoscere Soe e la sua agenzia.

Marco & Silvia

La prima parte del racconto

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