Devo ammetterlo: è stata dura! E’ stato veramente un compito difficile la scelta tra le numerose e bellissime fotografie che ci sono state inviate. Speriamo seriamente di aver scelto bene. Siamo restati colpiti dai volti e dalla fierezza e serentià che traspariva dai loro sguardi.

Un racconto ricco di emozione alla scoperta di un paese che per decenni è stato martoriato da continui conflitti. Benvenuti in questa avventura in terra Afgana!

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VIAGGIO IN AFGANISTAN


VENERDI 30 LUGLIO 2004

E’ alle 3.30 del mattino che lo squillo della sveglia mi fa sobbalzare dal letto ed iniziare così questa nuova avventura. Avrei per la verità un po’ di sonno. I preparativi degli ultimi giorni mi hanno impegnato molto. I controlli dei materiali fatti più volte, i problemi con i pesi che alla fine risultano sempre eccessivi: cosa togliere, cosa aggiungere. Alla fine poi chiudo tutto e sarà poi all’arrivo che verificherò se nulla è stato dimenticato. Ciò che manca sarà comperato sul posto. La corsa in macchina fino a Schio per prendere Gianni e Daniela. Mustafà che arriva alle 4.00 per accompagnarci fino a Verona e riportare la macchina a Bassano. La strada per Schio è veloce e in meno di mezz’ora siamo a casa dei compagni di viaggio. E’ cambiata parecchio quella strada che tante volte avevo percorso per andare lavoro. Le indicazioni che Gianni mi aveva dato il giorno precedente non sono sufficienti per portarmi a destinazione devo ricorrere alle moderne attrezzature che la tecnologia mi mette a disposizione (cellulare) per farmi guidare nell’oscurità di Schio. Si caricano i voluminosi bagagli dei compagni di viaggio. Si sposta, si spinge si modificano le sistemazioni ed alla fine, un po’ sulle ginocchia, un po’ sotto ai piedi riusciamo a caricare il tutto. Poi via una veloce corsa fino a Verona. Benché sia il giorno d’inizio delle vacanze estive il traffico è contenuto e sonnolento. Non si è ancora mosso il grande flusso dei vacanzieri. Arriviamo perciò velocemente all’aeroporto e procediamo subito al disbrigo delle pratiche per l’imbarco. Come prevedevo superiamo di parecchio il peso che ci è concesso portare (33 KG) ma una gentile ragazza del check in ci fa pagare un sovrappeso di soli 7 kg. Imbarchiamo il tutto con destinazione Istanbul. Non possiamo fare l’imbarco diretto per Kabul non essendo in possesso dei biglietti per tale destinazione perché dobbiamo ritirarli alla Ariana di Istanbul. Al nostro arrivo ad Istanbul, per il ritiro dei bagagli ed il loro reimbarco , dobbiamo pagare il visto di ingresso in Turchia di 10 € a testa. Sarà la prima delle probabili gabelle che dovremo certamente pagare anche in futuro. Finalmente riusciamo a ritirare i bagagli ed i biglietti, ed alle ore 21.30 siamo i primi a fare il check in ed a ritirare le carte di imbarco. Con sorpresa notiamo che il volo anziché partire all’1.30 come previsto, parte alle 23.45, di conseguenza anche l’arrivo a Kabul sarà anticipato. La vettura della cooperazione Italiana con Falcone sarà all’aeroporto alle 9.00. Dovremo aspettare. Il viaggio si svolge regolarmente con un dignitoso aereo della compagnia di bandiera Afgana. Non è pieno , parecchi sono i posti vuoti. Ciò che colpisce maggiormente è la totale assenza di personale di servizio femminile. Le poche donne a bordo sono delle occidentali e qualche afgana tra i passeggeri. Tutte all’approssimarsi dell’arrivo provvedono a coprirsi il capo con veli e fazzoletti.


SABATO 31 LUGLIO 2004

E’ l’alba del sabato (ore 6.00) quando tocchiamo il suolo Afgano e confesso con una certa emozione. E’ la prima volta che mi succede. Certamente le notizie che ho acquisito in tutti questi anni dalla stampa e dalla televisione hanno condizionato il mio stato d’animo al momento dell’arrivo. Mi sento in una condizione di vigile attenzione nello spostarmi anche all’interno dell’aeroporto. Al contatto poi con la realtà locale tutto si tranquillizza. Mi sembra di essere in uno dei tanti aeroporti del terzo mondo già altre volte utilizzati. E’ vero che qui si nota una maggiore presenza di velivoli militari. Ciò che colpisce invece è la non rara presenza di occidentali che molto spesso sono accompagnati in auto per la partenza con la scorta di guardie del corpo in pieno assetto di guerra, protetti da giubbetti antiproiettile ed armati con i mezzi più moderni. Non so se sbaglio ma ciò mi da l’impressione di un eccesso di prudenza e solo una esibizione di forza e potenza militare. A me sembra tutto tranquillo. Le persone sono cordiali e gentili. Se posso fare un paragone mi sono sembrati più duri ed arcigni i poliziotti turchi che non quelli Afgani. Al nostro arrivo come immaginavo non abbiamo trovato la macchina a riceverci. Siamo arrivati con circa 3 ore di anticipo. Decidiamo di attendere l’ora stabilita per l’appuntamento. Nell’attesa giro un po’ per l’aerostazione. Esploro questo primo angolo di Afganistan e subito noto i primi segni di quella tipica incuria e cattiva manutenzione che caratterizzano questi poveri paesi. Gli arredi malconci, i muri sbrecciati, soffitti che portano ancora i segni dei vecchi scontri che ci sono stati in questi luoghi, serramenti sconnessi con sozze vetrate con attaccata ancora la polvere di chissà quanti mesi. Ad una di queste stanno lavorando due individui armati di luridi stracci che intingono in una bacinella di acqua color fango. Non riesco a capire se il loro compito sia quello di pulire la vetrata o spalmare la polvere ad essa attaccata impregnandola del lerciume dei loro stracci. Nell’indifferenza generale continuano a svolgere imperterriti il loro lavoro. Tra il via vai continuo di chi arriva e parte, tra i saluti e le lacrime della gente scruto in continuazione il piazzale antistante gli arrivi alla ricerca della nostra macchina. All’ora stabilita non è arrivato ancora nessuno. Chiamo più volte col telefono l’Ambasciata Italiana ma il funzionario che avevamo contattato dall’Italia risulta irreperibile. Durante uno di questi tentativi, vengo fermato da una signore che parla la mia lingua e si presenta come colonnello dell’esercito italiano, il quale sentendomi parlare nel suo stesso idioma ed intuendo che stavo colloquiando con l’Ambasciata Italiana, si offre di portarci con la sua vettura alla sede dell’Ambasciata. Nel ringraziarlo per la sua cortesia gli spiego che sto cercando di contattare Falcone della Cooperazione Italiana perché con lui eravamo d’accordo di incontrarci all’arrivo. Fortunatamente il colonnello conosce il numero del suo cellulare ed in pochi minuti lo contattiamo. Finalmente riesco a parlargli e mi avvisa che sarebbe giunto da noi entro pochi minuti. Scopro poi al suo arrivo che era già venuto all’aeroporto all’ora stabilita ed avendo saputo che il volo era arrivato con tre ore di anticipo ha pensato che fossimo già andati all’hotel e quindi è ritornato in città. E pensare che quando è arrivato ci aveva anche notato ma non aveva pensato di contattarci!!!. Arriviamo finalmente al nostro hotel Kabul Inn dove troviamo la macchina prenotata per noi e dove dopo una breve chiacchierata e bevuta di the decidiamo di riposarci un po’ fino alle 17.00. Andremo poi al suo ufficio per concordare assieme i piani futuri e per organizzare la cena per la sera in compagnia di alcuni suoi amici italiani e con Alberto Cairo della Croce Rossa Internazionale. All’ora stabilita ( 17.00 ) ci troviamo con Gianni e Daniela per andare presso l’ufficio della Cooperazione a trovare Fabrizio Falcone. Rimaniamo li fino alle 19.30. Ci presenta alcuni suoi collaboratori locali ed italiani. Programmiamo il nostro itinerario di visite ed incontri per i giorni seguenti. Ci fissa l’appuntamento con i responsabili dell’AKDN ( Aga Kan Development Network) e si stabilisce per domani sera la cena con Cairo ed amici. Con un suo collaboratore del Panjir si programma un incontro per il nostro rientro a Kabul con i famigliari di Massud ed una visita alla vicina valle del Panjir. Siamo un po’ stanchi per viaggio e decidiamo di rientrare in albergo. Daniela corre direttamente a dormire mentre io Gianni consumiamo una breve cena al ristorante dell’albergo. Rimaniamo a chiacchierare del nostro progetto di viaggio e delle idee per il futuro. Delle necessità che i nostri attuali e futuri progetti abbiano tutti delle finalità di carattere umanitario. Che il viaggio non sia fine a se stesso, che abbia un proseguo anche con possibili sviluppi in un rapporto futuro. Commentiamo anche le notizie avute da Fabrizio sulla gente locale e sugli interventi umanitari. In loco si parla di interventi notturni fatti dagli aerei americani diffondendo pesticidi sui campi di papaveri rendendo non più coltivabile tutto il territorio per un lungo periodo. Di notte si sentono gli aerei volare sulle campagne ed una sottile pioggia cade su tutto. Il terreno risulterà poi inquinato e non solo per i papaveri sarà impossibile la coltivazione. Parliamo e commentiamo queste ed altre notizie. Alla fine la stanchezza prende il sopravvento e decidiamo di andare a dormire.
DOMENICA 01 AGOSTO 2004
Come in tutti i paesi islamici non è giorno di festa qui alla domenica e possiamo procedere ai preparativi per la nostra partenza per il corridoi del Wakan. Passiamo col mezzo che abbiamo a disposizione alla sede della Ariana per l’acquisto dei biglietti del volo per Faizabad. Giriamo per i fatiscenti uffici della compagnia aerea ed alla fine riusciamo ad individuare quello che può emettere i biglietti. Non esistono sistemi computerizzati ma solo il vecchio metodo della penna. Ci sono due tavoli vecchi ed instabili nella piccola stanza. In uno un gruppo di donne chiacchiera alacremente mentre nell’altro il funzionario della compagnia ci fa accomodare per la compilazione dei biglietti. Un viavai continuo di varie persone. Una di queste porta anche dei viveri che posa sul tavolo di lavoro. Finalmente in mezzo a questo caos riusciamo ad avere i nostri biglietti. L’andata è fissata per il giorno 4 mentre il ritorno viene lasciato aperto. Stabiliamo di rientrare a Kabul il giorno 7 settembre. Espletate queste pratiche ci facciamo accompagnare dall’autista all’Università dove abbiamo appuntamento per le ore 10.30 col professore responsabile della cattedra di lettere. Sono molto gentili ed interessati al progetto di visita e ricerca nella zona del Wakan ed ad una eventuale collaborazione con l’Università Italiana per un iterscambio culturale. Giriamo un po’ per l’Università ed osserviamo gli studenti nelle pause delle lezioni. Ci sono più donne di quanto potessi pensare che frequentano i corsi universitari sembra che siano veramente passati i tempi del restrittivo regime Talebano. Certo, gli edifici portano ancora i segni dell’incuria e delle battaglie che si sono svolte in questi luoghi anche durante gli scontri tra le varie fazioni dopo il ritiro delle truppe di occupazione russe. Il traffico caotico della città ci prende ancora quando ci spostiamo per andare all’altro appuntamento presso gli uffici dell’AKDN. Il funzionario con cui parliamo non si dimostra subito interessato ai nostri problemi. Alla fine però ci fornisce alcune indicazioni che potrebbero tornarci utili. Siamo già a metà pomeriggio e passiamo le ultime ore in attesa di incontrarci con Fabrizio Falcone girando per il mercato alla ricerca di un abito per Daniela. Alla fine acquisterà anche un burka. Passiamo un paio di ore girando tra i negozi suscitando la curiosità delle tante persone presenti. Non ci sono altri stranieri in giro, ed è ovvio che si diventi subito oggetto di attenzione da parte di tutti i locali. Girando tra i vari negozi incontriamo un conoscente della nostra guida che parla molto bene l’italiano essendo vissuto alcuni mesi in Italia. Ci accompagna in giro ed alla fine ci scambiamo gli indirizzi con l’intenzione di ritrovarci al nostro rientro dal Wakan. Il mercato, contrariamente a quanto potevo immaginare, e pieno di ogni sorta di mercanzia che i commercianti esibiscono con i tradizionale metodi dei mercati asiatici. A Kabul si trova di tutto. Me lo confermano anche gli italiani della cooperazione e dell’Ambasciata Italiana con cui siamo in contatto. Siamo veramente molto lontani dalla realtà che potevo immaginare e da quanto descritto e riportato dalla nostra stampa. Esiste, e mi confermano esisteva anche durante il periodo Talebano, un mercato ricco e fiorente come in qualsiasi altro paese asiatico. Forse un tempo per alcune merci si svolgeva in un modo più clandestino ma i prodotti frivoli dell’occidente arrivavano anche durante il proibizionismo dei talebani. Scatto alcune fotografie. Le persone non sono per nulla restie a farsi riprendere. Unica eccezione le donne che alla vista dell’obbiettivo corrono a coprirsi. Oramai siamo nel tardo pomeriggio e dobbiamo rientrare per prepararci per la cena. Siamo ospiti di Fabrizio Falcone che ha invitato alcuni suoi amici italiani tra cui Alberto Cairo della Croce Rossa Internazionale. La cena si svolge allegramente con cibi italiani che si possono trovare facilmente in città. Esiste un negozio gestito da un italiano che fornisce anche tutti i prodotti all’esercito italiano in tutte le zone di guerra dove operano i nostri militari. Questa persona sembra sia bene introdotta a livello ministeriale. Cairo ci racconta del suo lavoro e dei problemi che quotidianamente sono da risolvere in queste zone. Ci fornisce inoltre alcune importanti notizie per il nostro viaggio e si attiva subito per contattare alcune persone che collaborano con lui in quelle zone. Ci accordiamo inoltre per un incontro e per una più approfondita visita all’ospedale della Croce Rossa di Kabul al nostro rientro.
• LUNEDI 02 AGOSTO 2004
Dall’hotel ci dirigiamo di buonora all’ufficio della Cooperazione Italiana ( sfruttiamo la cortesia di Fabrizio Falcone) per inviare alcune e mail ai corrispondenti dell’AKDN in Badakshan affinché ci organizzino alcuni servizi in loco prima del nostro arrivo. Passiamo quindi all’Ambasciata Italiana per l’incontro stabilito con Batori. Gentilmente si sottopone alla raffica di quesiti di Gianni. E’ la persona che dispone delle notizie più attendibili essendo stato recentemente nella zona che noi dovremo percorrere. Ha risalito il corridoio di Wakan circa 20 gg. fa fino a Sarhad de Wakan e poi ha attraversato il confine scendendo in Pakistan dal passo di Boroghil per rientrare in Italia. Sono queste le più recenti notizie che riusciamo ad ottenere. Poi sarà nostra cura verificare il tutto. Toccherà a noi decidere nelle varie situazioni. Le notizie sono tuttavia rassicuranti. I Waki ed i Kirghisi sono persone a quanto risulta molto cordiali ed ospitali anche se talvolta esistono degli attriti tra di loro per l’utilizzo dei pascoli da come ci informano agli uffici dell’AKDN. La partenza per il Badakshan si prospetta sotto i migliori auspici. Cerchiamo di raccogliere più notizie possibili. A tale scopo fissiamo un appuntamento per domani sera a cena nel nostro albergo assieme a Falcone. Partiamo dall’Ambasciata Italiana per la visita del palazzo di Babur. La strada per giungervi attraversa il sempre caotico centro. L’aria mi sembra sempre più irrespirabile per la cappa di smog che copre la città e penetra anche nei più reconditi angoli degli alveoli polmonari. Mi sembra che oggi sia più irrespirabile dei giorni precedenti. Forse la situazione è peggiorata a causa del vento forte che spira. Quando arriviamo al palazzo ci rendiamo subito conto della situazione disastrosa in cui si trova. Gli anni di guerre e combattimenti tra le varie fazioni in lotta hanno lasciato una traccia indelebile sull’edificio che ora a malapena lascia trasparire le ricchezze ed i fasti di un tempo. La zona è stata teatro di forti scontri. I segni dei proiettili sono molto evidenti su ciò che rimane delle mura del palazzo. L’AKDN sta lavorando alla sua ricostruzione cercando di renderlo allo splendore di un tempo con ingenti finanziamenti ed un numero elevato di tecnici ed operai. Raccolgo un’abbondante quantità di immagini per documentare quanto resta. Il pomeriggio passa a casa della nostra guida che vuole presentarci il padre, ex professore di letteratura. Con orgoglio ci mostra la dimora appena ricostruita: in parte con i soldi ed i finanziamenti per i profughi ed in parte con quanto guadagnato lavorando per la Cooperazione Italiana. Prima di entrare in casa ci fa attendere alcuni minuti che gli servono per allontanare le donne della famiglia. Quando tutto è pronto siamo invitati ad entrare in una modesta stanza dove fanno mostra gli unici poveri arredi costituiti da un letto/divano ricoperto da un tappeto che funge da copriletto, ed un altro tappeto disteso a terra sul quale sono gettati alcuni cuscini e dove sta seduto in lettura l’anziano padre. Sono tutti di etnia Pastun. Hanno vissuto molto tempo come profughi nella città di Paschawar in Pakistan e sono rientrati in Afganistan solamente da un paio di anni dopo la resa dei Talebani. I pochi soldi raggranellati lavorando con gli italiani e gli aiuti per i profughi hanno permesso la ricostruzione della loro casa. Sul retro di essa sono ancora evidenti i resti di quanto rimane del vecchio edificio distrutto dalla guerra. Il pomeriggio passa tra disquisizioni letterarie e raffronti linguistici tra Daniela e l’anziano professore. Il solito the servito alla maniera Afgana accompagna la conversazione: tutti seduti a terra attingendo dalla comune teiera. Quando il the finisce viene rimpiazzato con altro preparato dalle donne di famiglia che, bussando senza farsi vedere, danno il segnale che è pronto. Alla nostra conversazione partecipano solo i maschi di famiglia. Anche per i bambini vale la stessa regola: sono ammessi solo quelli di sesso maschile. La curiosità non impedisce alle bimbe di far capolino furtivamente dalla porta per scomparire poi velocemente quando qualcuno di noi volge verso di loro l’attenzione. E’ molto radicata anche qui a Kabul nella capitale la concezione che la donna non deve apparire in pubblico. Siamo assieme a persone che vivono in città, a contato con occidentali, che lavorano da parecchio tempo con italiani, con un grado di istruzione elevato ( la nostra guida è laureata in lettere ed il padre un ex professore di scuola superiore) eppure la donna è mantenuta in uno stato di segregazione anche presso i ceti più colti. Cosa ci aspetterà quando incontreremo i pastori che vivono sulle montagne!!!! Prima dei saluti Daniela viene invitata a fermarsi per conoscere le donne di famiglia. Noi siamo esclusi dall’incontro. Il volto scoperto delle donne di famiglia, anche se queste non indossano abitualmente il burka, può essere visto dagli estranei solo se di sesso femminile .Avevo potuto constatare che non indossavano il burka poiché le avevo intraviste transitare davanti alla vetrata della stanza in cui eravamo accomodati per il the. Stiamo forse iniziando a verificare la reale condizione femminile in questo paese. Quanto ci sia da scoprire ancora non posso immaginare; quanto sia lontana da ciò che supponevo la realtà di questo paese. Non ho trovato scenari di guerra come possono far supporre le descrizioni dei nostri giornali e mezzi televisivi. E’ si una città che porta evidenti i segni di tanti anni di scontri. Le case hanno ancora evidenti sulle facciate le ferite lasciate dai proiettili sparati senza risparmio. Parecchie sono ancora le zone con macerie e rottami bellici. La luce elettrica può ancora mancare alla sera e gli hotel sono costretti a ricorrere ai gruppi elettrogeni per garantire l’illuminazione. Le zone di possibili attentati sono ancora protette da abbondanti apparati difensivi. Malgrado questo è una città che vive la sua vita normale. Col suo traffico caotico, i suoi commerci nel bazar, la gente che lavora regolarmente. Nessuno pensa più alla guerra. Dà l’impressione di una città che vuole vivere la sua vita dimenticando prima possibile quanto ha vissuto negli ultimi anni.
MARTEDI 03 AGOST0 2004
Ultimo giorno di permanenza a Kabul prima di partire per il Badakhshan. Si passa la mattinata girovagando per il mercato cittadino alla ricerca di pubblicazioni che parlino del paese. Saliamo con l’auto su di una collina dalla quale si ha una visione panoramica della città. Incontriamo anche tre fuori strada con militari francesi che salgono sullo stesso punto per ammirare il panorama. Purtroppo la costante coltre di polvere e smog che copre sempre la città ci impedisce di avere una visione nitida. L’agglomerato si estende a perdita d’occhio verso le montagne circostanti. Sono brulle, non un filo d’erba le copre. Le difficili condizioni economiche ed il freddo intenso invernale hanno portato la popolazione a compiere un radicale disboscamento delle colline che circondano la città. A ciò ha contribuito anche la forte siccità. Un progetto della cooperazione italiana sta cercando di effettuare il rimboschimento di alcune di queste colline. Fabrizio, che segue il lavoro, manifesta molte perplessità sulla riuscita di un tale progetto in particolar modo nel momento in cui tutto sarà lasciato nelle mani dei locali. Ci perdiamo fino alle 13.00 per le strade del mercato e quindi rientriamo all’hotel per il pranzo assieme al nostro autista. Saldiamo il conto con lui e lo congediamo fissando l’appuntamento per il nostro rientro. Salgo in camera dopo aver saldato il conto dell’albergo ed inizio a preparare i bagagli per la partenza di domani mattina all’alba. Questa sera come programmato avremo ospiti per cena Batori e Fabrizio. Spero che lassù, tra le montagne del Pamir, la vita sia più tranquilla che in città. Il traffico caotico ti stordisce. Lo smog generato dagli scarichi delle auto ti entra nelle narici infiammando le vie respiratorie. La polvere completa il tutto entrando in ogni dove. Qua e la si scorgono ancora i segni della guerra ma l’impressione è che la città si stia avviando verso la normalizzazione. Quello che si nota è una immagine completamente diversa da quanto la nostra stampa e televisione presentano. Quanto sia diversa lo si sente parlando con gli operatori che lavorano in queste zone. La scorsa sera, a cena, parlando con Alberto Cairo vengo a sapere che la situazione degli approvvigionamenti dei prodotti sanitari è completamente diversa da quanto immaginavo. Non c’è assolutamente mancanza di medicinali in queste zone. Capita talvolta che arrivino addirittura delle eccedenze e non si sappia come distribuirle. Secondo il suo parere non esiste coordinamento per i materiali che vengono inviati. Un’altra critica che si sente fare riguarda il fatto che i militari provvedano talvolta ad interventi umanitari provocando confusione tra la popolazione la quale non distingue più le associazioni umanitarie dai militari. Entrambi vengono identificati come un’unica entità e ciò provoca talvolta delle situazioni pericolose per gli operatori. Mi spiega inoltre la situazione che ha provocato il ritiro dei Medici Senza Frontiere dal paese. Avevo letto di questo nei quotidiani italiani e non nego che mi aveva causato una certa apprensione anche in previsione del nostro viaggio. Ho pensato, da come veniva presentata la faccenda, ad uno stato di belligeranza ancora in atto. La realtà a quanto mi racconta Cairo è completamente diversa. Sembra certo che siano state vittime di una faida interna alla locale polizia della zona dove operano e non di un attacco contro le associazioni umanitarie e gli occidentali. Il vecchio capo della polizia locale, destituito per incapacità, ha ordinato l’esecuzione dei membri di MSF per dimostrare l’incapacità del suo successore a mantenere l’ordine. La cosa è stata subito scoperta ma il regime di omertà e collusione che vige in quelle zone ha finora impedito che fossero presi dei provvedimenti nei confronti dello stesso. A seguito dell’indecisione delle autorità nell’applicare la giustizia l’associazione MSF ha deciso di ritirare tutto il suo personale dal paese finche non sarà perseguito il colpevole di cui è ben nota l’identità. Non si tratta quindi di un attacco contro occidentali o associazioni di volontariato ma di un comune atto di criminalità.

MERCOLEDI 04 AGOSTO 2004
Oggi è stata una giornata abbastanza dura. La levataccia alle 4.30 del mattino per partire col volo per Fayzabad alle 6.30. Durante la notte ho dormito poco per la preoccupazione di non svegliarmi in tempo essendo andato a riposare piuttosto tardi. Inoltre il raffreddore che si era preannunciato ieri è scoppiato rabbiosamente in nottata. Partiamo regolarmente malgrado le preoccupazioni. All’aeroporto di Fayzabad, troviamo come stabilito la vettura dell’AKDN ad accoglierci e per portarci nei loro uffici in città. Passiamo tutta la mattinata a raccogliere notizie e per cercare l’auto che ci accompagnerà fino alla fine della pista che entra nel corridoio di Wakan. Passiamo anche dall’ospedale della Croce Rossa dove ci accordiamo per una visita che faremo al nostro ritorno. Partiamo quindi per Barak dove arriviamo dopo circa 4.00 ore e siamo accolti nella guest house dell’AKDN ( 20 $ a testa pensione completa). Abbiamo attraversato posti incantevoli ma per tutta la strada il raffreddore non mi da tregua ed appena arrivo, dopo aver preso dei medicinali, vado a dormire. Speriamo che domani vada meglio.

• GIOVEDI 05 AGOSTO 2004
Ho passato la notte abbastanza bene ed al mattino quando mi alzo mi sento ristabilito ed in forma. Accompagnati da un incaricato dell’AKDN che ci guida, andiamo al mercato per acquistare i viveri che ci serviranno durante il percorso nel Wakan. E’ questo infatti l’ultimo posto dove si può trovare di tutto. Oltre alle vettovaglie acquistiamo anche delle pentole necessarie per cucinare. Partiamo verso le 13.30. il paesaggio nel primo tratto risulta abbastanza simile a quello già percorso da Faizabad poi la vallata cambia improvvisamente ed appare in tutta la sua bellezza. I colori ricordano quelli già visti nelle vicine zone del Pakistan. L’ocra intenso macchiato talvolta di azzurro e marrone colora i pendii sassosi e ripidi dei versanti che precipitano nella valle in cui scorre il fiume Warduj che nasce nelle vicinanze di Iskaschem. La pista sconnessa segue il fondovalle costeggiando il fiume ora sulla destra ora sulla sinistra orografica ed attraversandolo su fragili ponti o, dove questi sono crollati, su guadi ove è richiesta molta perizia per trovare il cammino. Il fiume accompagna la strada per tutto il suo percorso scendendo impetuoso quando la valle si restringe e diventa più ripida, quando invece si allarga e la sua pendenza diminuisce esso trova la possibilità di correre più placido e calmo disegnando sul greto sassoso i suoi meandri. Attraversiamo durante il tragitto ampie distese coltivate a papaveri. E’ da questa zona che proviene la maggior quantità di oppio nei mercati dell’occidente. L’Afganistan è il maggior produttore al mondo e questa sostanza arriva nei mercati europei ed americani attraverso i trafficanti Russi che qui hanno il monopolio dell’acquisto. Le luci del tramonto che ci accompagnano nell’ultimo tratto incendiano le montagne e quando arriviamo in vista della nostra meta incomincia già a fare buio. Abbiamo impiegato 7 ore per compiere il tragitto. Siamo ancora una volta ospiti della guest house dell’AKDN. Daniela viene messa a dormire in una stanza separata per le donne e trova come compagna una canadese di origine Tagika mentre io e Gianni ci sistemiamo in una camerata per uomini. Si dorme su alcuni cuscini gettati a terra. Anche la cena viene servita in ambienti separati: gli uomini vengono divisi ancora una volta dalle donne. Incontriamo un ragazzo francese ed uno belga arrivato dal Tagikistan. Mi conferma che la strada meridionale del Pamir è percorribile senza problemi. Quante notizie diverse da quanto riportato da guide e giornali si raccolgono sul posto durante il viaggio. A quanto afferma questo ragazzo belga il Tagikistan è un paese tranquillo e percorribile in auto. Sulle guide avevo letto che questo itinerario non era sicuro. In particolar modo si consigliava di evitare la strada meridionale che percorre il Pamir parallela ai confini con l’Afganistan. E’ solo direttamente sul posto che si raccolgono notizie attendibili. Alla guest house ritroviamo anche dei tagiki che lavorano per conto dell’AKDN che avevamo incontrato la sera precedente.

VENERDI 06 AGOSTO 2004
La partenza è prevista presto in mattinata. Come sempre ci sono imprevisti. Il primo inizia con un ritardo dovuto al nostro autista che sta cambiando la gomma dell’auto che già il giorno precedente aveva iniziato a sgonfiarsi leggermente. Poi la ricerca del carburante, essendo questo l’ultima località dove è possibile trovarne, ci fa perdere ancora una mezzora. Finalmente partiamo. Sono oramai già le 8.30 del mattino. La partenza di buonora era richiesta poiché era necessario arrivare al villaggio di Khandud prima delle ore 14.00. Un impegnativo guado si trova infatti alcuni chilometri dopo questo villaggio e le acque che scendono dai ghiacciai sovrastanti ingrossano il fiume nel pomeriggio rendendo più difficoltoso il passaggio. Iniziamo a percorrere la valle del Wakan. La strada, talvolta con uno sterrato agevole altre volte con fondo più impegnativo corre parallela al mitico fiume Pamir ( Oxus, Amu Daria). La valle si snoda ampia a formare il bacino del fiume. Esso funge da confine tra l’Afganistan ed il Tagikistan. Nel versante opposto si nota la strada che corre parallela in territorio Tagiko. Frequenti sono i villaggi sulla riva opposta. Si ha l’impressione che in territorio Tagiko l’ex Unione Sovietica abbia fatto maggiori investimenti di quanto invece fatto in Afganistan dai locali governi. Esistono molti più insediamenti agricoli che si arrampicano sulle pendici dei monti che non sul territorio Afgano. La strada stessa che percorre il lato opposto del confine Tagiko è asfaltata ed inoltre si nota una palificazione che porta energia elettrica a tutti i villaggi. Sul versante Afgano invece la strada è una pista spesso anche in pessime condizioni. Non noto nessuna palificazione ne segnali di insediamenti per la fornitura di energia elettrica. Il paesaggio è meraviglioso. La valle percorsa circa 700 anni fa da Marco Polo e prima ancora da Alessandro Magno si propone in tutta la sua bellezza. La strada corre talvolta vicina e strapiombante sul fiume. Altre volte si allontana per cercare un passaggio più agevole tra le pietraie del fondovalle. Arriviamo al villaggio di Khandud dove veniamo registrati all’ufficio di polizia e siamo ricevuto dal capo del villaggio il quale inizialmente ci comunica che non è più possibile effettuare il guado. In un secondo tempo cambia idea e decide di accompagnarci lui stesso fino al punto di attraversamento. Il guado dista circa 5 chilometri e lungo la strada raccogliamo altre tre persone esperte del luogo che ci indicano il passaggio. Dopo alcuni tentativi troviamo la giusta via e con qualche difficoltà riusciamo a transitare e ad oltrepassare la zona dove l’acqua è più impetuosa. Passato il guado la pista riprende ben visibile e facilmente identificabile. Una corsa ancora di un’ora e arriviamo al villaggio di Qala Panja. Siamo ricevuti anche qui dai notabili del paese. Incontriamo il capo villaggio ( un principe locale) ed anche la persona che dovrebbe fornirci i cavalli per la salita nei pascoli del Pamir. Incontriamo anche il medico inglese di cui ci aveva parlato Alberto Cairo. Siamo ricevuti nella sua casa. Ci sono anche la moglie ed i tre figli piccoli. All’interno della casa regna il disordine più totale. Passiamo anche qui un paio d’ore a conversare ed a raccogliere notizie. I bimbi si dimostrano subito molto socievoli con noi. Con molta probabilità è la curiosità per i nuovi venuti. Vivono qui da parecchi anni ma ci comunicano che rientreranno in Europa il prossimo anno. Mi danno l’impressione di una famiglia hippy più che la famiglia di un medico occidentale. Quando incomincia a fare buio rientriamo nella casa del capo villaggio dove ceniamo seduti sul pavimento, usando le mani ed attingendo dall’unico piatto. Passiamo la notte. Dormiamo in una spoglia stanza su materassini a terra disposti attorno alle pareti. Il padrone di casa, che ci aveva ricevuti all’arrivo, viene a trovarci e si sofferma a chiacchierare fino alle 22.00. Domani staremo tutto il giorno in questo villaggio.

• SABATO 07 AGOSTO 2004
Passo la notte abbastanza bene. I sintomi del raffreddore sono quasi completamente scomparsi. Certo questo ambiente polveroso non favorisce una rapida guarigione. La luce filtra presto dalle finestre che sono prive di imposte. Incomincia ad albeggiare alle 4.00 del mattino ed il paese con le prime luci dell’alba incomincia ad animarsi. E’ questa la stagione di maggior attività del villaggio. In inverno le temperature possono arrivare per un lungo periodo a –20° C e tutte le attività si fermano. I collegamenti diventano difficili e talvolta le popolazioni nomadi arrivano alla fine del periodo freddo con scarsa disponibilità di viveri. Alle 8.00 andiamo col medico inglese dal comandante della polizia di frontiera per l’ottenimento del visto per risalire la valle fino ai laghi di Chaqmaqtin. Qui nascono i primi problemi. Il nuovo comandante, insediatosi solo da alcuni giorni, ci comunica che è necessario un visto che rilasciano a Faizabad. Ritornare indietro significherebbe, tra andata e ritorno, perdere circa una settimana. Il colloquio, condotto dal medico inglese che contribuisce alla traduzione, si svolge in un’atmosfera surreale. Il capo della polizia che con aria di superiorità ascolta e sentenzia separando gli interventi con lunghissimi silenzi e sguardi nel vuoto. I subalterni che dispensano consigli. Prendono i passaporti che vengono registrati in un vecchio quaderno. Fanno alcuni commenti sul mio in quanto le fotografie risultano prive di barba che in questi giorni ho lasciato crescere incolta. Il capo inoltre è incuriosito dai visti dei miei precedenti viaggi. Alla fine, quando pensiamo che tutto sia risolto ed i documenti siano in regola, arriva come una doccia fredda la richiesta del visto rilasciato a Faizabad. Decidiamo di chiamare l’ambasciata italiana col telefono satellitare e Batori si dimostra subito disponibile ad intervenire. Chiede di richiamarlo e di metterlo in comunicazione col capo della polizia. I due per mezzo dell’interprete dell’Ambasciata Italiana si parlano ed alla fine tutto è risolto. Possiamo partire. Nel pomeriggio Daniela partecipa ad una riunione delle donne del villaggio a cui noi uomini non siamo ammessi. Mentre Gianni passa il pomeriggio a sistemare carte io mi faccio una passeggiata per il paese accompagnato da due figli del capo villaggio. Scatto molte fotografie ed un filmato che poi rivisto in serata sullo schermo della telecamera suscita la curiosità di tutti presenti.

• DOMENICA 08 AGOSTO 2004
Altra giornata di trasferimento in auto. Partiamo al mattino di buonora ( ore 6.00 ) sperando di arrivare prima di mezzogiorno. Le notizie avute parlavano di un viaggio di circa 4.00 ore. Ancora una volta le indicazioni risultano sbagliate. Il tragitto risulta essere di 8 ore con i soliti guadi ed il solito fondo sconnesso. Impieghiamo anche più tempo perché perdiamo la ruota di scorta a dobbiamo ritornare sulla strada percorsa per cercarla. Se non sbaglio è la quinta volta che si stacca dalla sua sede sul fondo della macchina. Mentre le altre volte c’eravamo accorti subito questa volta nessuno aveva notato la mancanza o sentito il rumore al momento del distacco. Dobbiamo ripercorrere il cammino già fatto. Dopo circa mezzora di ricerca a ritroso per la strada, decidiamo di scendere presso alcune case di un villaggio e aspettare che l’autista ripercorra la strada fatta. Approfittiamo di questa sosta per visitare il villaggio e scattare alcune fotografie. Siamo ricevuti in una casa dove viene offerto il solito the col pane. Dopo circa un’ora arriva anche il nostro autista felice per aver ritrovato la ruota smarrita. Riprendiamo finalmente la strada nella speranza di non avere più inconvenienti simili. Il percorso è veramente mozzafiato. La pista corre sempre parallela al fiume Wakan abbiamo lasciato la valle dell’ Amu Daria subito fuori dal paese di Qala Panja. Il Wakan è un affluente del Pamir che contribuisce con le sue acque ad ingrossare questo storico fiume. Nasce nelle alte montagne ai confini con la Cina, ed alimentato durante il suo viaggio dai molti affluenti che scendono dai grossi bacini glaciali che incombono sulla valle, confluisce nell’Amu Daria circa 5 chilometri prima di arrivare a Quala Panjia. La vallata che percorre è veramente maestosa. A volte si restringe costringendo le acque in vortici tumultuosi e spumeggianti. In queste zone il fiume è costretto tra le ripide pareti scavate nelle antiche morene e la strada si inerpica per gli instabili pendii a cercare il passaggio nei punti più alti dove la valle si allarga. In questi tratti la pista passa su precipizi incombenti sul fiume che si vede scorrere tumultuosamente nel fondovalle. E’ in questi luoghi richiesta all’autista la massima perizia ed attenzione. A volte la valle si allarga. Il fiume corre più calmo distendendo le sue acque tra le ghiaie dove talvolta si notano ampie distese verdi di prati alimentati dall’acqua e dove pascolano le mandrie dei pastori Waki. Dai lati della vallata scendono rigogliosi torrenti alimentati dai ghiacciai sovrastanti. Alla nostra destra abbiamo il confine Pakistano, verso sud, non molto lontano e possiamo osservare le cime più alte ricoperte da grandiosi ghiacciai. Sono i versanti settentrionali delle montagne. Dietro queste cime corre la Karakorun Hight Way che ho già percorso parecchi anni fa. La meta dove dobbiamo arrivare, il paese di Sarhad de Baroghil, lo raggiungeremo dopo un percorso durato 8 ore. Il paese costituito solo da alcune case sparse dove vivono trenta famiglie ( Circa 300 persone) si adagia su di una piana immensa alla confluenza di due vallate. Una sale verso il confine del Pakistan al passo di Baroghil in direzione nord mentre l’altra conduce alle sorgenti del fiume Wakan ed ai laghi di Chaqmaqtin dove si trovano i pascoli dei pastori Waki e Kirghisi. Il tramonto alla sera è indescrivibile. Le montagne si infiammano di un’ocra ancora più intenso mentre le cime coperte di neve si stagliano in cielo in tutta la loro imponenza. La luce radente del sole evidenzia maggiormente le rughe e le crepe delle calotte glaciali. Il verde della piana assume un colore più marcato mentre gli animali pascolano tranquillamente con le ultime luci della giornata. Alla sera incontriamo il capo della polizia che alloggia nel nostro stesso stabile messoci a disposizione da Tashi Bay, il rais locale.

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