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Gennaio 2003
Il passo più lungo
E' cominciato il 2003, un anno che si apre con la minaccia
di un conflitto nel Medio Oriente, di un disastro ambientale
nel Canale della Manica, di una nuova minaccia nucleare dalla
Corea del Nord, di eruzioni vulcaniche sempre più cruente,
di sconvolgimenti meteorologici sempre più violenti.
Cominciamo bene
Tuttavia questo editoriale, il primo del 2003, vuole andare
controcorrente e guardare alla speranza e alla pace, come
invocato da molti.
Mentre assisto a questi eventi è emerso un pensiero
dal profondo di quella che credo sia la mia anima o semplicemente
un dubbio ancestrale che mi attanaglia ogni volta che siamo
all'inizio di qualcosa di importante.
Non so cosa pensava mio nonno nel 1903, ed è ormai
tardi per chiederglielo, quando sembrava che l'operato dell'uomo
potesse garantire prosperità all'inizio di un nuovo
secolo.
Quando sembrava che il futuro celasse solo scoperte straordinarie
ed avventure mozzafiato. Quando sembrava che tutti volessero
mettere la parola fine alle continue guerre in Europa.
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Di li a poco, con grande dolore, gli uomini hanno scoperto
quanto si sbagliavano. Hanno scoperto che alla barbarie non
c'è fine.
E' una strana sensazione che mi pervade, forse un dejà-vu,
ma qualcosa nel buio futuro mi inquieta.
La speranza di un era migliore e raggiante, che mi aveva sfiorato
nell'entrata del 2000 si è spenta dopo soli 3 anni.
Tuttavia forse ero accecato o semplicemente ignoravo che non
basta la speranza per raggiungere la pace. Bisogna agire,
muoversi. E questo lo si fa anche nella vita di tutti i giorni,
parlando con persone che stanno peggio di noi, aiutando chi
soffre, tendendo la mano a chi ce l'ha di un altro colore
o professa un'altra religione. Di barbari ce ne sono troppi
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