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La prima parte del racconto
Abbiamo
girato tra le viuzze, visto il famoso Palazzo dei Venti (interessante
solo la facciata) e il giorno dopo siamo state con i ragazzi all'Amber
Fort, da cui si gode una vista bellissima sul panorama molto arido.
La cosa che mi ha colpito di più, è la lunga muraglia
che scorre attorno alle montagne desertiche, simile a quella cinese,
anche se in dimensioni molto ridotte.
Anche il paesaggio mi ha conquistata; ora a distanza di due anni,
il paesaggio a cui posso paragonare questo di Jaipur è quello
che spesso abbiamo visto in tv dell'Afghanistan, molto arido, e
abbastanza montagnoso.
La
nostra successiva meta è stata Varanasi. Abbiamo deciso di
continuare a farci del male, per modo di dire, e viaggiare in terza
classe da Jaipur a Varanasi, per ben 27 ore di treno.
Il treno indiano è davvero un'esperienza indimenticabile,
quella è uno spaccato di vita della vera India. E' sul treno
che riesci a cogliere gli sguardi della popolazione, la loro vita
di tutti i giorni ed è attraverso il treno che compi quello
che Forster chiamava "A Passage to India". Sul treno,
in terza classe, ti trovi a dover dividere quasi tutto con i tuoi
compagni di viaggio, dalla frutta secca, alla musica incessante
di musicisti vaganti nei corridoi, al contatto notturno con la polizia
che fa controlli anti-terrorismo dovuti alla questione del Kashmir.
Alle fermate delle stazioni, tastiamo personalmente le indegne condizioni
di viaggio alle quali sono costretti i passeggeri della terza classe.
Visti da lontano, quei vagoni sembrano carichi di bestiame. Avvicinandoli,
l'aria si fa irrespirabile. I finestrini hanno sbarre di ferro al
posto dei vetri e la confusione e il chiasso al loro interno si
possono solo immaginare. La pioggia, l'elevato tasso d'umidità
e il caldo soffocante fanno il resto. Non credo di esagerare se
affermo che mi è sembrato di vedere un documentario sui deportati
della seconda guerra mondiale.
Quando,
ad una stazione, la nostra carrozza si ferma proprio in corrispondenza
di un altro vagone di terza classe di un altro treno, non abbiamo
neppure il coraggio di guardare le tristi facce delle donne e dei
bambini, accalcati l'uno sull'altro... ma un momento
facciamo
anche io e Barbara parte di questo viaggio
I campi sono spesso allagati per causa del monsone e rallentano
ulteriormente il flemmatico avanzare del treno. Distese di banani
si alternano a pianure verdi brillanti; grossi e disordinati centri
urbani si intervallano a piccoli e desolati villaggi di campagna.
Da questi ultimi, frotte di bambini, in maggioranza scalzi e nudi,
di corsa, si precipitano a salutare il passaggio del treno, correndovi
dietro fin quando resistono. Tra i campi, facendo attenzione, si
riescono a scorgere in mezzo al verde i colori sgargianti, al confronto
fosforescenti, di rossi, blu, gialli e tanti altri dei sari delle
donne indiane intente al loro lavoro di raccolta. Di tanto in tanto
si materializza una scena di altri tempi di uomini che portano l'aratro
trainato da una coppia di buoi. Sovente il treno sembra fermarsi
in mezzo alla campagna, ma in realtà basta sporgersi da uno
dei due lati per accorgersi della presenza di una minuscola e sperduta
stazione, senza neppure la banchina. La gente ne approfitta per
scendere dal treno. 
Tutte queste scene le vediamo restando comodamente seduti sulle
scale del treno. Avete letto bene. E' un po' come essere in un safari
fotografico dove non sono gli animali, ma la vita quotidiana dell'India
e il suo paesaggio, ad essere immortalati. Nel frattempo, sopraggiunge
la sera e quindi anche l'ora della cena, che dividiamo anche con
i vicini di "cuccetta", se si può chiamare così
questa panca di legno.
Il
treno non arriva mai puntuale. In realtà bisogna mettere
in conto, ad essere ottimisti, almeno due ore di ritardo che il
treno inevitabilmente accumula durante il lento procedere e il lungo
tragitto. Quanti riescono ad arrivare a Varanasi dopo ventisette
ore e rotte di viaggio, così com'è capitato a noi,
all'invidiabile media di trentacinque chilometri l'ora, devono considerarsi
ben fortunati.
Finalmente, dopo 27 ore di treno, siamo arrivate a Varanasi, Utter
Pradesh, periodo del Kumbh Mela, per questo avevamo deciso di andare
nella zona di Varanasi, proprio per vedere "questa sorta di
giubileo degli Hindu", il cui culmine si celebra a Allahabad.
Il
Kumbh Mela è la più grande festa dell'induismo. Dura
fino a tre mesi e include tutte le cerimonie e le celebrazioni del
periodo primaverile. E' una sorta di "concilio ecumenico"
durante il quale gli asceti e i rappresentanti delle varie scuole
filosofiche si riuniscono per discutere le tendenze di una religione
priva di un unico capo e di un'ortodossia comune a tutte le sette.
Per i milioni di pellegrini che vi affluiscono, è soprattutto
l'occasione di vedere con i propri occhi i grandi maestri e gli
anacoreti abitualmente nascosti nei loro eremi.
Kumbh Mela vuol dire Festa del Vaso o della Brocca. Il nome trae
origine da un racconto mitologico alla cui base si trova il concetto
di equilibrio degli opposti, simboleggiati dalle forze delle tenebre
e da quelle della luce. I Deva, o divinità minori benefiche,
disturbarono un eremita in meditazione e furono colpiti dalla sua
maledizione. Avendo
così perso le forze, chiesero aiuto a Vishnu, il dio preservatore,
che ordinò loro di unirsi agli Asura, le divinità
minori malefiche, per mescolare l'Oceano Primordiale dal quale avrebbero
ottenuto l'amrit, il nettare dell'immortalità che avrebbe
ridato loro i poteri sovrannaturali. Seguendo le direttive del Preservatore,
gettarono nell'Oceano di Latte tutte le erbe esistenti e usarono
la mitica montagna Mandara come mescolatore, il serpente Vasuki
come corda e lo stesso Vishnu, nel suo aspetto di tartaruga, come
perno. Durante il mescolamento presero forma i Nava Ratna, i Nove
Gioielli donati dagli dèi. Per ultimo apparve il medico celeste
Danwantari che portava in mano l'amrit kumbh, la brocca dell'immortalità.
Vishnu prese il recipiente e lo donò ai deboli Deva. Gli
Asura, vedendo sfumare il loro sogno di supremazia, cercarono di
rubare la bevanda ai rivali. Durante la battaglia, che durò
12 giorni celesti corrispondenti a 12 anni terrestri, caddero quattro
gocce di amrit sulla Terra. In quei luoghi sorsero Prayaga (l'odierna
Allahabad), Haridwar, Nasik e Ujjain, le città sante che
tuttora ospitano a turno il Maha Kumbh Mela, la grande festa che
ha luogo ogni 12 anni, e l'Ardh e Hina Kumbh Mela, la mezza e piccola
festa celebrate ogni 6 e 3 anni.
La
leggenda racconta che la brocca non si ruppe grazie all'intervento
del Sole e di Giove, che la riconsegnarono ai Deva restituendo loro
le forze. Questo spiega perché la data di inizio, la durata
e i giorni propizi della celebrazione vengono stabiliti dagli astrologi
in base alla posizione del luminare (che impiega 12 mesi ad attraversare
i 12 segni dello zodiaco) e del pianeta (che rimane circa 12 mesi
in ogni segno).
Bisogna essere pazzi, fedeli o curiosi per immergersi in quell'oceano
di pellegrini, animali, santi e faccendieri che inonda l'India per
la celebrazione del Kumbh Mela. Lo spirituale e il grottesco si
incrociano come la folla nelle stradine del bazar. In vendita sono
i paradossi e le contraddizioni che il Paese del Caos lascia convivere
da secoli. Le città che ospitano a turni triennali la festa
sono Haridwar, Allahabad (l'antica Prayag), Nasik e Ujjain. Almeno
settanta degli ottocento milioni di fedeli induisti si son recati
quest'anno ad Allahabad, una delle città più sacre
dell'India settentrionale. A questa sorta di Concilio ecumenico,
che è durato 42 giorni a partire dall'8 gennaio 2001, hanno
preso parte i maestri e gli anacoreti di 66 scuole (sampradaya)
raggruppate in 12 congregazioni ascetiche (akhara).
Osservando i loro differenti tipi di vestiario, si capisce che i
pellegrini provengono da ogni parte dell'India: hanno l'aria un
po' sperduta di chi si trova in terra straniera. Non tutti, infatti,
parlano la lingua del nord e spesso comunicano in inglese o, alla
peggio, a gesti. L'imposizione dello hindi come lingua nazionale,
voluta da Indira Gandhi, non ha dato buoni risultati. In fondo,
si tratta di un idioma parlato soltanto nel minuscolo stato di Delhi
e in quello dell'Uttar Pradesh, al di fuori dei quali esistono ben
13 lingue ufficiali e oltre 400 dialetti riconosciuti. Per capirsi,
non rimane altro che parlare l'inglese degli ex-colonialisti.
Questa
marea di persone si riversa in una cittadina che abitualmente conta
860.000 abitanti, rendendo necessaria la costruzione di enormi tendopoli
lungo le rive dei fiumi sacri. In un'area appartata di questi accampamenti
risiedono i maestri e i santi induisti. Le loro tende sono ordinate
come in un campo militare, suddivise per corporazioni (akhara) e,
soprattutto, separate in due settori: quello degli Shaiva e quello
dei Vaishnava. Questo perché, nell'antichità, le corporazioni
di asceti erano un vero e proprio esercito organizzato a difesa
dell'induismo, come dimostrano ancora oggi i simboli che le contraddistinguono:
tridenti, spade, alabarde, lance, ecc. Come dire, la violenza per
proteggere la non violenza. Inoltre, bisogna tener presente che
non si trattava solamente di allontanare il pericolo costituito
dalle invasioni o dalla nascita di nuove fedi, ma anche di rivalità
all'interno dell'induismo stesso. La più forte e mai sopita
rimane ancora quella tra gli Shaiva, devoti del dio Shiva chiamato
anche il Distruttore o il Terribile, e i Vaishnava, fedeli di Vishnu
detto il Preservatore dell'ordine.
La supremazia di un gruppo sull'altro è stata sempre messa
in discussione e l'ordine di priorità nello svolgimento delle
Shahi Sawari, le processioni delle varie corporazioni che hanno
luogo durante i Kumbh Mela, ha causato cruenti battaglie tra le
due fazioni. Ad esempio, lo scontro per decidere quale akhara dovesse
aprire la processione del Mela di Haridwar nel 1807 costò
la vita a circa 1.800 asceti. La gravità di questi incidenti
indusse il governo britannico a imporre una regolamentazione, tuttora
in vigore, per determinare l'ordine di precedenza nelle abluzioni
e nelle processioni, stabilendo così dei "turni"
fissi per ogni Mela. Ciò nonostante, i contrasti tra le due
principali correnti non si sono ancora attenuati. Sembrerebbe quasi
la rappresentazione terrena della lotta narrata nella leggenda del
Kumbh Mela: le tenebre contro la luce e viceversa, ma nessuna potrebbe
esistere senza l'altra.
L'aspetto
più affascinante della festa è il caos che tutto avvolge
e miscela. La città santa diventa un tappeto umano, vastissimo
e in movimento perpetuo. I fedeli recano offerte ai tapasin, mistici
che tentano di ottenere la liberazione compiendo dure pratiche ascetiche
come giacere su un letto di chiodi, rimanere in piedi 24 ore al
giorno o tenere sempre un braccio alzato per periodi lunghi fino
ai 12 anni che intercorrono tra una grande festa e l'altra. Le bancarelle
espongono immagini sacre, collane, libri, cibi prelibati, mentre
gli ambulanti vendono ciò che hanno: anche le sei zampe di
due mucche nate siamesi sono un miracolo che vale un'offerta. Negli
accampamenti che sorgono nei pressi della Triveni, la confluenza
del Gange e dello Yamuna con il mitico fiume sotterraneo Saraswati,
i profumi delle cucine si mischiano a quelli degli incensi che bruciano
durante una cerimonia all'aperto. C'è un clima di felicità
tra i partecipanti alla festa, a volte l'unica di un'intera vita.
C'è posto e tempo per tutti. In alcuni giorni particolari
ogni attività si arresta e i pellegrini si affrettano verso
il fiume sacro: stanno sfilando i Naga, gli uomini serpente così
chiamati perché vivono nudi e cambiano simbolicamente pelle
ogni giorno quando si cospargono il corpo di cenere dopo le abluzioni.
Il semplice vederli, il darshan, è considerato una benedizione
liberatrice.
I fiumi, che in India hanno sempre carattere femminile, sono il
centro della vita sociale e religiosa. In essi i credenti purificano
i corpi e le anime, gli allevatori lavano gli animali, le donne
puliscono la biancheria, gli addetti alle cremazioni gettano le
ceneri dei defunti. Al fiume vengono affidati i cadaveri degli asceti
e dei bambini che, essendo considerati senza macchia, non abbisognano
della purificazione del fuoco.
Tutto
va al fiume e proviene da esso: l'acqua per bere, quella per irrigare
i campi e per officiare le cerimonie. Il corso d'acqua più
amato è il Gange, Madre Ganga, lungo il quale sono state
costruite le città di Haridwar, Allahabad, Benares, tutte
sulla sponda opposta a quella del sole nascente.......Per rassicurarsi
ogni mattina! Ma se la sola cittadina di Haridwar, la più
vicina alla sorgente, ha due industrie farmaceutiche e una centrale
elettrica (oltre a un pessimo sistema fognario) che producono circa
18 milioni di litri d'acqua inquinata al giorno, sarà veramente
sacro e potabile quel fiume? E qui ci ritroviamo alla lotta tra
gli opposti: se è sacro, è potabile e, se non è
potabile, come potrebbe essere sacro? I fedeli continuano a berne
l'acqua e a portarla ai parenti malati che non sono potuti giungere
fin lì, mentre il governo ha stanziato ingenti finanziamenti
per un progetto di disinquinamento chiamato Ganga Action Plan. Ne
è nata un'interminabile contesa a colpi di analisi di laboratorio
e indignazione religiosa, ma il momento centrale della festa rimane
sempre lo Shai Snan: l'abluzione 'imperiale' compiuta dai santi
dell'induismo.
La terza parte del racconto
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