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Ah.. il Venezuela che bei ricordi...Fantastico ed esautiente avventura di questo gruppo di amici alla scoprte delle fantastico Paese. Un Venezuela immerso nella natura.
Ciao ragazzi, scrivo per conto di quattro viaggiatori , Massimo, chi scrive, Marina , la mia ragazza , Mariangela e Sergio, due amici incontrati per caso con i quali abbiamo condiviso circa un mese di esperienze in un affascinante paese, la piccola Venezia come è stata battezzata 500 anni fa, Venezuela come la conosciamo oggi. Scrivo in quanto chi lo ha fatto prima di me mi ha dato l’opportunità, con le proprie esperienze, di fornirmi preziose informazioni per organizzare al meglio il viaggio. Inizierò con delle premesse per poi continuare con la didascalica cronaca del tragitto effettuato, dei prezzi che questo hanno accompagnato e le considerazioni che ovviamente non possono che essere personali.
- Denaro: La moneta ufficiale è il Bolivar, che per scelta di politica economica dell’attuale governo, è stata forzosamente agganciata ad un cambio fisso di 2150 Bolivares per Dollaro americano. Credo sia una mossa per contenere un alto tasso di inflazione, problema comune a molti paesi “ ad economie deboli”, che trova però in disaccordo molti economisti e buona parte dei venezuelani. E’ possibile, nelle Casse di Cambio, convertire in Bolivares, Dollari ed Euro ma non il contrario per evitare che fiumi di denaro lascino il paese in cerca di sicurezza o presunta tale. Tutto questo ha fatto si che si formasse un mercato parallelo (nero) di compravendita di Dollari ed Euro soggetto alle leggi non scritte dell’economia di mercato. Più ti serve e più sei disposto a pagare. Meno ce n’è e più costa. Mi asterrò dal giudicare, perché lo farei per simpatie politiche, materia quest’ultima che mi appassiona, o per sommi capi un paese che conosco relativamente poco. Chi volesse approfondire troverebbe fiumi di libri sulla sociostoriaeconomica dell’america latina nella quale il Venezuela si inserisce a pieno titolo ( …ma si mi sbilancio e vi suggerisco qualche autore, Sepulveda, Allende, Rifkin, Chomsky, Galeano…). Le quotazioni del Dollaro americano e dell’Euro, al nero, sono ( alla data 30/08/2006) rispettivamente di circa 2400/2500 e 2900/3000, queste quotazioni diminuiscono notevolmente, per la presenza di molti turisti, a Caracas e Los Roques dove i cambi si avvicinano molto a quelli ufficiali. I pagamenti con carta di credito sono diffusamente possibili ma malvolentieri accettati per le alte commissioni ai quali sono sottoposti (questa la spiegazione avanzataci). Travel Cheques difficilmente cambiabili se non al costo di lunghe file in banca.
- Einstein non era un genio!: C’è chi non si spiega come il noto fisico sia potuto arrivare a tanto,
per me la cosa è molto più semplice. E’ stato in Venezuela! Ha sicuramente chiesto i tempi di percorrenza di un qualsiasi tragitto in autobus, sicuramente al conducente, al co-conducente , a qualche passeggero, ed ha tratto le somme. Il tempo è relativo. Quanto vale un’ora in Venezuela? Dipende. Va dai 50 minuti all’ora e 30. Fantastico!
- La birra: La birra in Venezuela è buonissima, molto apprezzata e venduta in formati incredibili, c’è la bottiglietta da 222 cc, 265, 328, 355, 387,4 e 413 per radice di 3. .. e non saprete mai quella che vi capiterà.
- Indicazioni: Se chiedete indicazioni vale la regola di cui sopra, lo stesso posto può essere avanti 2 quadre sulla sinistra oppure indietro 3 sulla destra, poi scegliete voi quello più comodo.
- I Puri-Puri: Il Puri-Puri, credo che al singolare faccia così, è qualcosa che punge ma non esiste, è una leggenda metropolitana, è una favola, è un racconto tramandato, è una credenza un refolo di vento, ma punge. I Puri-Puri hanno pasteggiato abbondantemente con il mio sangue ma non li ho mai visti. Chi mi porta un Puri-Puri, anche in foto, ha la cena pagata.
- Benzina: La benzina costa 95 bolivares al litro il gasolio la metà. Ciò sta a significare che con un Euro e cinquanta/ uno e sessanta faccio il pieno alla mia Punto ( non commento mi verrebbe una parolaccia, mettete voi quella che preferite). Qualche rapporto; 1 litro d’acqua = 18 litri di benzina, una coca in lattina = 11 litri di benzina, un panino con prosciutto = 40 litri di gasolio. Alla faccia di Moratti e tutti gli interisti ( che tra l’altro di questi tempi gongolano).
- Toilettes: In Venezuela, come in tutti i paesi centroamericani che ho visitato, non c’è un sistema fognario per le acque nere, questo è sostituito dai pozzi neri. Il pozzo nero è una fossa interrata dove confluiscono tutte le arepas e le impanadas ormai elaborate da quel fantastico insieme di organi che chiamiamo apparato digerente. Questo fa si che sia sconsigliato gettare carta perché intaserebbe, essendo di difficile decomposizione, il pozzo ed il lavoro di tutti gli organismi che vi abitano.
Ciò che non gradisce il pozzo va messo ( debitamente piegato ) in un cestino posto appositamente nell’angolo del bagno. Se il vostro turno è immediatamente successivo ad un esemplare di Homo Sapiens colto, cosa piuttosto frequente, da dissenteria del viaggiatore, credetemi, non è bello.
Per i venezuelani la geografia è un opinione! Viaggiando a braccio e macinando molti chilometri in autobus, spesso capita di passare in zone o cittadine sconosciute e la curiosità del viaggiatore deve essere soddisfatta. Essendo in possesso di una dettagliata cartina stradale, vien da sé chieder lumi a chi in quella cittadina ci abita ( probabilmente da generazioni). Sbagliato! Scendendo dall’autobus a cartina spiegata, palese è che cerchiamo informazioni. A piazza piena il fuggi-fuggi è generale e di li a poco il vuoto. La musica in sottofondo è quella di Mezzogiorno di fuoco, il vento che fischia e alza la polvere, i covoni che rotolano, qualcuno è restato. Solitamente le domande si fanno agli zoppi od ai fornai. I primi non possono scappare, i secondi se scappano gli fregano il pane. La mappa è distesa nella polvere ed alla domanda, “ Scusi mi sa indicare dove siamo?”. L’espressione è la stessa della mucca che guarda il treno passare, poi la mano passa sulla fronte e lo sguardo si fissa sulla cartina. Dopo alcuni minuti la mano, palmo in basso, rotea sulla cartina disegnando ampi cerchi ( non concentrici) e sorvolando una zona grande più o meno quanto l’Antartide, senza fermar la mano, la risposta… ” Siamo qui!”. Al che scartiamo senza ombra di dubbio di essere in Uruguay e ritorniamo sull’autobus.
Con le premesse ho cercato di dare punti fissi, di introdurre non il paese ma la sua caricatura, ed in quanto tale l’esasperazione di ciò che per noi sono comportamenti curiosi e diffusi. Molto abbiamo letto sulla pericolosità del paese ed anche se la nostra esperienza non ci permette di perorare la causa, indubbia è l’insicurezza che si respira soprattutto dopo il tramonto. Tramonto dicevo, l’ultimo atto del giorno che ci era permesso assistere dopo di che, branda! Mai dopo le nove, per manifesto e non espresso bisogno delle due donne, e che il nostro paternalistico, protettivo ed accondiscendente carattere di uomini maturi non ci permetteva di non attendere..
Nel resoconto che segue riporterò tutti i costi in Dollari americani, per agevolare chi legge, ad un cambio di 2500 bolivares per dollaro.Il primo giorno proprio con questo rapporto ho cambiato 2000 dollari con i quali ho coperto buona parte del viaggio.
26 luglio 2006 ore 15,00, dopo una lunga fila al controllo passaporti di Linate ed un panino all’aeroporto di Lisbona, Caracas. In 20 minuti usciamo dall’aeroporto. Credevamo di trovare un caldo impossibile ma Cremona delle ultime tre settimane, non invidiava nulla. La nostra meta è Maracay, lì abbiamo prenotato per telefono la prima notte. Ligi nell’ascoltare chi in Venezuela ci era già stato, “ Solo taxi ufficiali, solo Land Cruiser neri, nessun altro!” chiediamo ad un signore che ci cercava con lo sguardo se fosse un tassista, la pronta risposta “ Se mi paghi ti porto dove vuoi”…... bè, mi son detto, allora è un tassista! Contrattiamo per 85 dollari, la distanza è di circa 110 km che percorriamo in 3 ore ½. La distanza non giustifica il prezzo, ci spiega Juan, ma il crollo di un ponte, che costringe ad attraversare Caracas con le inevitabili code e rallentamenti, si.
Dopo una doccia in hotel ( hotel Caroni av. Ayacucho norte 19, (0243) 5544465, 25 dollari la stanza), cena da Mina con pollo alla parrilla e churrasco per 11 dollari , poi a nanna.
Dopo la sveglia ci rechiamo in un bacalino per la colazione ( “bacalino” è un espressione in vernacolo cremonese per indicare un bacalino)e dopo due cappucci fatti meglio che in molti bar nostrani ed un bombolone che non siamo riusciti a finirlo in due ( 2 dollari) ci incamminiamo verso la fermata (parada) dell’autobus. Si ferma un bus completamente colorato, metà rosso , metà blu, avvolto in ragnatele nere e la scritta “Spiderman” sul fianco, ed alla domanda “ Scusi passa per il Terminal?”, “ No, non ci passo ma se dovete andarci vi ci porto!”…e ci ha portati!!!! Un grande!!!!
Al terminal per 80 cent prendiamo un autobus direzione Ocumare de la Costa e scendiamo a Rancho Grande. Ci troviamo nel Parco Nazionale Henry Pittier, precisamente in una stazione biologica presidiata da un canuto signore che per 2 dollari ci accompagna nella visita. Henry Pittier era un ricercatore svizzero morto misteriosamente proprio in questa stazione. Dopo un giro nel parco ed dopo aver ammirato numerosi ed imponenti esemplari di “Gigantesca Caribensis” una pianta con grandi radici triangolari, ci fermiamo in una stanza al secondo piano dell’edificio dove si trova un grande masso di roccia con la particolarità di essere sempre umido, cosa, a detta della guida, non ancora spiegata. Effettivamente un po’ misterioso è, se non altro per le dimensioni, impossibile avercelo portato dopo la costruzione, non passa dalle porte, e per il notevole peso, una roccia di circa 1 metro e ½ di diametro posta al secondo piano. Snocciolando improbabili cause ultraterrene, il biondo, strusciava il proprio machete sulla roccia come per affilarlo.”E’ il mio miglior amico, non me ne separo mai”, ci diceva abbassando il tono di voce, al che, guardandoci, io e Marina, nello stesso istante abbiamo capito che fine aveva fatto Henry Pittier.
Uscendo da Rancho Grande incontriamo due studenti del posto che per arrotondare accompagnano i turisti per il parco e si offrono di darci un passaggio fino a Maracay. Sulla strada ci fermiamo in un posto nel quale è in corso un progetto di conservazione dell’area, dove ai bordi di un ruscello possiamo ammirare delle bellissime mini-rane e grandi ragni d’acqua grossi quanto una mano.
Nel mentre ci coglie impreparati un acquazzone e decidiamo di tornare a Maracay. Per ricambiare il favore offriamo loro una cena in un improbabile ristorante, “El Cachapero”. Il nome è ispirato dal piatto tipico, la Cachapa. La cachapa è una specie di polentina fatta con una pasta di mais non ancora maturo e frullato, zucchero, sale ed un aroma che non ci ha voluto dire. Il tutto fatto cuocere su una piastra a mò di piadina e condito con formaggio o carne. Non avendo la licenza per gli alcolici ceniamo con una bevanda chiamata “ Malta”, una sorta di birra analcolica al forte gusto di malto.
Salutiamo Paulo e Lourdes ( per chi servisse una guida lascio il numero di Lourdes 0412 4382387) e dopo una capatina ad un centro internet, tra l’altro molto diffusi, torniamo in albergo.
Prima di rincasare ci fermiamo per un digestivo in una cantina stile Wyoming proprio sotto il nostro hotel. Sorseggiamo un Rum Santa Teresa, il miglior rum venezuelano ( 4 dollari), due chiacchiere con un avventore e poi a letto.
L’indomani, colazione con succo di melone e guayaba e con un “por puesto” ci rechiamo a Cata una spiaggia vicino alla cittadina di Ocumare. Non ho mai capito la differenza tra “por puesto” ed un taxi, L’unica cosa che ho notato è che i “por puesto” li trovi nei terminal. Dividiamo il “por puesto” con tre ragazze ed un bambino alto più o meno come una bottiglia di rum. Per 4 dollari a testa e circa 1 ora e ½ di strada siamo in spiaggia. La spiaggia ed il mare sono belli, certo il confronto con Los Roques non regge, contornati di palme, poco affollati e puliti. Dopo un bagno ci spostiamo in un baracchino dove pranziamo con “ tostones”, un hamburger di platano fritto con sopra di tutto, “empanadas”, forse la cosa più diffusa in Venezuela, molto simile ad un piccolo calzone fatto con farina di grano, fritto e riempito con qualsiasi cosa, calamari e gamberoni. Dopo aver ordinato ci accorgiamo che le porzioni sono esagerate e chiamiamo le nostre compagne di viaggio per farci aiutare. L’invito è accettato di buon grado. Il conto è di 24 dollari, 7 i gamberoni, 7 i calamari, i tostones 2 dollari( una porzione sono 4 tostones), le empanadas 50 cents l’una ed il resto birra. Dopo un bagno ed aver salutato le nostre amiche prendiamo un autobus per ritornare a Maracay. L’Henry Pittier è un parco ricco di una vegetazione lussureggiante, tagliato da sentieri che portano in piccoli e caratteristici villaggi. Nel parco trovano spazio molte piantagioni di cacao che in questa zona è il migliore del paese. La pianta è di ridotte dimensione ed i frutti grandi quanto meloni, ed hanno la caratteristica di crescere sul tronco e sui rami principali. Ciò che diventerà Nutella non è il frutto ma i suoi semi, grandi quanto un’oliva taggiasca, che debitamente fatti fermentare ed essiccati saranno poi lavorati per la gioia di molti.
Al ritorno in albergo siamo raggiunti da Sergio e Mariangela, freschi dall’Italia e partiti 2 giorni dopo di noi. Entrambi molto sportivi e kayachisti estremi. In questo molto diversi da me amante da sempre del surf sul divano ed i tuffi sotto il piumone. Con Sergio e la Mari ci siamo conosciuti un paio di giorni prima di partire, tramite amici comuni, potevamo essere incompatibili ma così non è stato. Ci siamo trovati bene, gli alloggi, i tempi, i luoghi, non riesco a trovare un che di negativo. Sforzandomi, in verità, qualcosa c’è ed è il dopobarba di Sergio, sarà pur francese, sarà pur costoso, sarà pur raffinato, ma ragazzi, se le zanzare ci pedinavano un motivo c’era.
29 luglio 2006 Sveglia all’alba e dopo una veloce colazione siamo al terminal diretti al parco di Morrocoy. In un ora arriviamo a Valencia ( 2 dollari) cambiamo, ed in un autobus strapieno di ragazzi diretti alle spiagge, raggiungiamo Chichirivice in meno di 3 ore . Due sono le porte principali per accedere al parco marino, Tucacas, città grande ed anonima e Chichirivice anonima allo stesso modo, ma più piccola. Scegliamo “ Villa Gregoria” una posada con giardino interno e due amache sotto i portici, che per 32 dollari ci affitta una stanza per quattro persone con aria condizionata ( Villa Gregoria, Calle Marino, Chichirivice 0259 8186359). Dopo aver preso possesso usciamo ed in taxi ci facciamo portare alla laguna. La laguna è una vasta depressione alle porte di Chichirivice, tendenzialmente arida, ma vari laghetti, più o meno grandi, a macchia di leopardo punteggiano un bel paesaggio. Molta è l’avifauna presente, della quale i fenicotteri rosa (Phoenicopterus Ruber) ne sono i portabandiera. Dopo alcune fotografie ed un elegante volo proprio sopra le nostre teste ritorniamo nella cittadina pronti per la cena.
Per cena pesce, chi Pargo, un pesce rosso molto diffuso in centro-sudamerica ( Aratus Lutjanus) chi Mero, grande carnivoro dei fondali con carne molto simile alla cernia, il tutto condito da tostones, insalata ed arepa. L’arepa è il “pane” tipico del Venezuela. E’una tortina di farina di mais non lievitata, alta circa 2 centimetri per un diametro di 10 fritta o fatta alla piastra. L’arepa accompagna praticamente tutto dal cappuccino al Chupa Chups.
Paghiamo il conto, 35 dollari, e dopo un buon caffè in una gelateria italiana torniamo in posada.
Verso mezzanotte quando la fase R.E.M impera (Rapid Eye Movement) lascio il letto per gustarmi un violento acquazzone tropicale e con me, decine di rane escono a ringraziare.
Sveglia all’alba e subito ci rechiamo al porto per prendere l’imbarcazione che ci porterà a Cayo Sombrero. In quattro contrattiamo ed arriviamo ad un prezzo di 60 dollari, andata, giro panoramico e ritorno. Il giro ci permette di vedere una bella foresta di mangrovie ( Rhizophora Mangle) una delle poche piante terrestri in grado di sopportare alte concentrazioni saline e distinguibili dalle vistose e ricurve radici aeree, ed alcune grotte formatisi nelle fragili scogliere a falesia. Alle nove siamo in spiaggia. La spiaggia è molto bella, il mare limpido e di contorno file di palme da cocco con cui faremo lo spuntino a metà giornata ( con i cocchi non con le palme). La barriera corallina è povera, ma sufficiente per un principiante che vuole fare snorkeling. Principiante ho detto??? Noooo, non parlavo certo di Marina, che con maschera e pinne da sopra la barca, avete capito bene aveva le pinne ma era sulla barca, saldamente attaccata ad un salvagente grande come una “Panda”, scrutava il fondale immergendo di due centimetri la maschera per periodi che potevano arrivare anche a tre secondi. Nel mentre si era formato sulla spiaggia un capannello di gente che applaudiva ogni volta che svuotava i polmoni per poi riprendere fiato. Lascio libera la mia bella di sbizzarrirsi nelle sue immersioni estreme e mi lancio sotto una palma per un pisolino.
Alle quattro in punto, come da accordi, arriva il pescatore per riportarci sul continente. La sera ceniamo sul lungomare, niente pesce ma carne, io e Marina lomito, Sergio e Mari churrasco, che confrontandoli, il gustometro piegherà inevitabilmente verso quest’ultimo, paghiamo i dovuti 44 dollari e torniamo a casa. Facendo i conti come li faceva la serva, ora, posso dire che Chichirivice è notevolmente più cara che altri posti, Los Roques a parte.
31 luglio 2006 Al canto del gallo prepariamo gli zaini e nella piazza principale prendiamo l’autobus che ci porterà al “ cruce de Sanare” per poi prendere al volo la coincidenza del Valencia-Coro che ci porterà in città in 3 ore e 6 dollari a testa.
Coro è una piacevole cittadina coloniale, piacevole relativamente alle altre città del Venezuela, in senso assoluto sinceramente dice poco. Riporto il giudizio di un Web-wraighter; “ …proprio non capisco per quale motivo il Signor Unesco abbia dichiarato Coro patrimonio dell’umanità”, pensiero del quale mi trova complice. Non vorrei risultare irrispettoso, ma è rendere giustizia a ciò che è il vero spettacolo di questo paese, la Naturaleza. Per la notte abbiamo scelto la posada “ El Gallo” che per 16 dollari ci affitta una stanza con doccia calda e ventilatore. La posada riproduce un’antica abitazione coloniale con colonne che fanno da guardie al patio centrale, le stanze sono tutte comunicanti nella parte del sottotetto per permettere la ventilazione e così renderle più fresche. Postmetto che la storia della ventilazione del sottotetto non funziona. Alla posada siamo arrivati in taxi guidato da uno scaltro, brizzolato signore sulla sessantina, che ad ogni incrocio ci chiedeva se doveva girare a destra o a sinistra, alchè dopo avergli ricordato che era lui il tassista e noi i turisti non ci ha più fatto domande.
Verso sera ci facciamo accompagnare nel posto più caratteristico della zona che fa si che meriti la deviazione verso questa città, i Medanos de Coro (letteralmente le Dune di Coro), un angolo di deserto a dieci minuti dal centro. La loro formazione è molto antica, ricordo del mare, che ora da li si è ritirato, e del clima molto secco e poco piovoso che contraddistingue tutta la costa venezuelana.
Sinceramente consiglio questo posto soprattutto all’alba od al tramonto, quando i colori ti parlano e ti rendono la quiete e la tranquillità che “volontariamente” abbiamo dimenticato. Dopo una profonda meditazione, dall’alto di una duna, sull’origine del cosmo e come ragionano le donne ( in entrambi i casi senza arrivare a nulla) reintegriamo gli zuccheri e le proteine in un interessante cantina sul paseo Talavera, nella zona coloniale, con un abbondante “parrillada” di carne mista e 12 Polar Light per soli 16 dollari. Una cosa che molto mi piace dei paesi sudamericani, è la facilità di parola e disponibilità verso gli altri, la naturalezza di scambiare due parole con il primo che ti si siede a fianco e con la stessa confidenza che hai con chi conosci da una vita. Manco a dirlo ci intortiamo con due signori sulla cinquantina, un giro lo pago io, uno lo paghi tu, prima l’hai pagato tu adesso tocca a me, e dopo la quinta birra gli argomenti spaziavano dalle unghie del Bradipo ai merletti di Micene il tutto in perfetto italianspanigh. Prima di correre il rischio di tornare in posada al passo del ghepardo salutiamo i nostri amici ed a piedi torniamo a casa. Il centro di Coro è comunque ben tenuto e molti sono i lavori in essere per la sua conservazione. Due chiacchiere in amaca e poi a letto.
L’indomani dopo un buon cappuccio, con un por puesto, ci dirigiamo ad Adicora capoluogo della penisola di Paraguanà. La penisola è collegata alla terraferma da un sottile istmo percorso da un'unica strada asfaltata che in un’ora ci conduce alla meta. Il paesaggio è brullo, arido e molto afoso, caratterizzato da una vegetazione predesertica, molti cactus, bassi arbusti ed una flora di tipo arboreo quasi assente. La fauna si riassume in asini allo stato brado, volpi, piccoli roditori, avvoltoi e falchi che solcano il cielo in cerca di prede. Dopo una breve pausa ad Adicora ,in autobus, decidiamo di tornare percorrendo la costa occidentale. Il paesaggio non cambia e per cena, dopo aver passato Pueblo Nuevo,ci fermiamo a Puerto Fijo nel sud della penisola. Ai confini della città molti sono gli impianti di raffinazione del petrolio, del quale il Venezuela è uno dei maggiori produttori mondiali, ed il territorio intorno ad esse è molto sporco e punteggiato da discariche a cielo aperto. La cittadina dice poco, positivo, invece, il fatto di poter fare acquisti esentasse in quanto duty-free. Approfittiamo dell’occasione e dopo aver acquistato pane, salumi e frutta, ceniamo al sacco come si faceva in gita a Firenze. Giunti a Coro e dopo una sospirata doccia, ci rechiamo al terminal cittadino, ed al banco dell’Expresos Merida, per 17 dollari cadauno, acquistiamo il diritto di occupare 4 posti su una delle più belle invenzioni venezuelane, il Bus-Cama. Il bus-cama (bus-letto) è un autobus granturismo, solitamente a due piani, che viaggia di notte e collega le più importanti città venezuelane. Troverete bus-cama che da qualsiasi terminal ne collegano un qualsiasi altro e con il vantaggio di una relativa comoda dormita in quanto gli schienali dei sedili sono completamente reclinabili. Il tragitto medio è di circa 600/700 chilometri con un paio di tappe intermedie. Molto comodi, in quanto viaggiando di notte, ed essendo riposati, ti permette di sfruttare al massimo il giorno ed annullare i tempi morti dovuti alle grandi distanze. Unica nota negativa; sui bus-cama ci sono temperature antartiche. L’aria condizionata viene tenuta costantemente accesa mantenendo una temperatura di 12/13 gradi Celsius che fa a botte con i 35 esterni. E’ un mezzo di trasporto molto usato dai venezuelani che, sapendo, si presentano tutti indistintamente, con coperta di lana e cuscino. Solo un pirla ho visto salire in pantaloncini e maglietta, era di Cremona e sta scrivendo questo diario.
02 agosto 2006, ore 06,30, dopo 9 ore e 700 chilometri, lasciamo Coro ed arriviamo a Merida. A prima vista più che il Venezuela ci sembra la Svizzera, molto pulita, in ordine e ben tenuta, dovuto forse al fatto che questa città è meta di molti appassionati di sport estremi, siamo sulle Ande dove i posti per il parapendio, rafting e trekking si sprecano, dunque ricca dei proventi del turismo e sede di molte università della quale è seconda solo a Caracas. Cerchiamo casa e la troviamo proprio vicino al “ Teleferico de Merida”, una stanza con quattro letti per 18 dollari al giorno(4,5 a testa).
La teleferica è la più alta al mondo, raggiunge la quota di 4765 metri in circa 2 ore. Decidiamo di salirci l’indomani e preferiamo tornare al terminal per prenotare il bus-cama per Ciudad Bolivar per la notte successiva. L’intenzione era quella di raggiungere Puerto la Cruz ed il giorno seguente Ciudad Bolivar ma l’autobus per quella destinazione era full, forzatamente ripieghiamo sul Merida-Valencia per poi l’indomani prendere un diurno per Ciudad Bolivar, rispettivamente le due tratte costeranno 17 e 20 dollari a testa. Volutamente, per la tratta Valencia-Ciudad Bolivar è stato scelto un diurno in quanto la strada costeggia le grandi pianure venezuelane, i Los Llanos (che poi illustrerò), regalando splendidi paesaggi. Sulla via del ritorno scegliamo “El Paso” per il pranzo, un piccolissimo ristorante posto al secondo piano di un palazzo raggiungibile tramite una stretta scala in legno. Il menù è “ejecutivo” cioè a prezzo fisso e per 2,5 dollari, tutti e quattro ci pappiamo un bell’ejecutivo alla bolognese, una scodellazza di minestrone ed un piatto di pasta ( o almeno sembrava tale) annegata in ragù, formaggio ed un arcobaleno di altri ingredienti. Sinceramente oltre che aver speso poco abbiamo anche mangiato bene. Di ritorno al teleferico ci dicono che per domani è tutto “sold out” e l’unica è prenotare per il giorno successivo, cosa impossibile in quanto saremo già in viaggio per Ciudad. Persa la possibilità dell’escursione rientriamo a rilassarci in camera. Nel centro della casa c’è un piccolo atrio in comune dove facciamo la conoscenza del proprietario. Di origine Boliviana vanta un passato da calciatore ed anche diversi incontri contro “o rey” Pelè, buon parlatore, simpatico, ci illustra con qualche aneddoto le bellezze del suo paese.
Dopo una doccia usciamo per due passi in centro, una sbirciatina per qualche regalo, telefonata a casa e per cena scegliamo un ristorante con un bella balconata che da sulla piazza principale. El Andinito, situato in una grande casa coloniale e gestito da una signora colombiana che, nel mentre, ci consiglia la sua terra per il prossimo viaggio. Il menù è vario ma optiamo tutti per la bistecca, chi alla griglia, Marina e Mari, chi a cavallo, credo perché sormontata da un uovo fritto, è il caso di Sergio, ed io alla Cubana perché su di un letto di yucca bollita. Contorno di riso e platano fritto per tutti e per finire dividiamo due dolci in quattro, uno ai fichi, buonissimo, e l’altro con Guayaba entrambi fatti in casa. Di ritorno il proprietario della posada, saltata la teleferica, ci consiglia il Paramo., a circa tre ore da Merida. La visita al Paramo è un escursione che organizzano tutte le agenzie, ma semplice ed economico è raggiungerla con i mezzi pubblici.E così facciamo. Il Paramo è un habitat andino presente in soli tre paesi dell’america meridionale, Ecuador, Perù e Venezuela ed in ridotte dimensioni, si sviluppa tra i 3000 e i 4000 metri, clima freddo ed umido, terreno spugnoso, nero, molto acido, permeabile ed una vegetazione di alta quota tra la quale, molto particolari sono delle piante con foglie vellutate e morbidissime. Tutto questo, assieme ad un bosco nebbioso, che è il più alto al mondo, circondano una laguna, la laguna di Mucubay, situata a 3550 metri sul livello del mare. L’autobus parte alle 09,00 dal terminal e dopo aver passato Cucute, Mucuruba e S.Rafael arriviamo al crocevia di Apartadero dove da li una buseta ci porta all’entrata del parco in soli 5 minuti.
Il clima è quello della pianura padana di fine gennaio ma i colori pastello ben si sposano con la diradata foschia rendendo piacevolissimo l’insieme. Per pranzo pane, prosciutto, uva e guayaba, il tutto acquistato al mattino in città. Al pomeriggio ci sorprende una leggera pioggia e decidiamo di ritornare. Sull’autobus conosciamo un ragazzo cubano, studente in medicina, piuttosto belloccio, a detta dalle ragazze, con il quale scambiamo due chiacchiere su Cuba e la sua recente storia.
Tornati a Merida e dopo una veloce doccia siamo al terminal pronti per raggiungere Valencia dove, dopo 525 chilometri, arriveremo alle 05,30.
La seconda parte del Racconto |