Mali,
l'Africa più vera
La
Prima parte del racconto
30/12/2003 Paesi
Dogon
Inizia l'avventura
che aspettavo con più impazienza: la visita ai paesi Dogon.
Partiamo da Mopti in direzione di Bandiagara, una piccola cittadina
polverosa a circa 80 km ad est della città capoluogo. La
città non ha nulla di particolare e l'attraversiamo velocemente
senza neppure fermarci; alla periferia dell'abitato, appena dopo
il centro di medicina tradizionale, che tutti conoscono per la sua
architettura particolare a igloo, inizia la strada sterrata che
ci porterà a Sangha, vicino alla sommità della Falesia,
distante 45 km. Il bus inizia a ballare ed iniziano anche le prime
crisi di mal d'auto. La prima sosta ci introduce già al mondo
dei Dogon. La roccia dell'altopiano si tinge di verde e scopriamo
che il duro lavoro di questa gente ha utilizzato ogni lembo di terra
ricavandone piccolissime terrazze quadrate dove si coltivano miglio
e cipolle. Il popolo Dogon è tradizionalmente legato all'agricoltura
e tutti, sia uomini che donne, si danno da fare per ricavare nuovi
appezzamenti di terra, costruendo dighe sui corsi d'acqua e trasportando
la terra dalle zone pianeggianti. Il paesaggio che scopriamo è
verdissimo: una piccola valle racchiude un corso d'acqua, ingrossato
da uno sbarramento artificiale; le piccole terrazze degradano sulle
due sponde e decine di persone sono intente ad irrigarle attingendo
l'acqua con delle calabasse trasportate poi in testa. Le zone coltivate
sono delimitate da cumuli di canne secche raccolte a formare delle
specie di siepi, forse delle barriere per la polvere e la sabbia.
Siamo appena scesi e già accorrono i bambini; sbucano da
ogni lato della strada anche se nelle vicinanze non vediamo villaggi.
Nel giro di pochi minuti siamo già circondati. Eccoli il
futuro del misterioso popolo dei Dogon, fatto conoscere al mondo
poco più di cinquant'anni fa dall'etnologo francese Marcelle
Griaule. Lo studioso li studiò per circa quindici anni, e
riuscì a trascrivere la loro singolare cosmogonia, che tutto
spiega e tutto contiene della vita e del mondo, grazie alla fiducia
di un vecchio hogon (sacerdote) cieco. Il suo libro, “Il
dio d'acqua, incontri con Ogotemmeli”, è diventato famosissimo
ed il mondo ha così potuto conoscere questo popolo che conta
oggi circa 400.000 persone e che vive nei numerosi villaggi arroccati
all'enorme Falesia di Bandiagara, una aspra e spettacolare formazione
rocciosa. La falesia si sviluppa per circa 150 km con un'altezza
di circa 300 m e si presenta come un colossale gradino fra l'altopiano
e la pianura del Seno. La guida racconta che i primi abitanti della
zona furono i Tellem, che la tradizione Dogon vuole di pelle rossa
e di bassa statura. Dapprima i Tellem si sistemarono nelle grotte
naturali presenti sulla superficie della Falesia per sfuggire alle
scorrerie delle tribù della pianura. Poi svilupparono l'uso
del banko e costruirono case e granai a forma di cono tronco, che
vediamo ancora oggi incastonati nelle grotte della scarpata. Queste
costruzioni, sono raggiungibili solo utilizzando delle corde, calate
dalla sommità della scarpata e sono ancora oggi usate come
tombe dai Dogon. I Tellem si estinsero per assorbimento, mescolandosi
lentamente con un popolo di invasori di razza Mandino, forse Mossi
dal Burkina Faso, circa 600 anni fa. Secondo una teoria fu dall'incrocio
delle due etnie che nacquero i Dogon, che ereditarono le antiche
tecniche di costruzione ed iniziarono ad edificare i loro villaggi
sempre più in basso, fino nella pianura stessa.
Intanto abbiamo
ripreso la marcia, sballottati a destra e sinistra dalle asperità
della strada; dopo qualche chilometro serve un'altra sosta ed abbiamo
un'altra occasione per ammirare le verdi terrazze nelle valli dei
torrenti. Non conosco i nomi delle località e dei piccoli
villaggi che abbiamo visto lungo la strada, mi piace comunque ricordarne
uno, letto sulla cartina, ma impronunciabile: “Luogourougoumgou”
. Che ne dite?.
E' qui, nella
campagna anonima, dei villaggi dell'altopiano che un bambino mi
ha regalato il disegno della maschera che tengo come ricordo più
prezioso di questo viaggio; il bimbo è sparito subito con
la monetina che qualcuno del gruppo gli ha dato in cambio, così
ho saputo il nome del piccolo artista, forse Amodonbou, solo da
un altro ragazzino.
La strada si
snoda sull'altopiano roccioso ed arriva a Sangha e poi al villaggio
di Bongo, dove abbiamo sostato sulla spianata di fronte all'enorme
galleria naturale, tra le grida e le gare dei ragazzi che si offrono
come portatori. Iniziamo qui la nostra camminata, da ora in poi
visiteremo i villaggi a piedi, come consigliano tutti gli scrittori
sui Dogon, da Aime a Franchini. La sorpresa è ad ogni angolo,
ma bisogna stare attenti perché la complessa cosmologia ha
impregnato a tal punto la vita di questo popolo che ogni oggetto,
ogni pietra, ogni piccolo gesto quotidiano, per noi insignificante,
può essere un simbolo sacro (un omolo ), la cui
violazione può provocare una grave offesa. Ne fa le spese
Simona che fotografa alcune donne intente a macinare il miglio,
le ho fotografate anch'io, ma la sua macchina fa rumore ed è
subito rissa, fra noi, sbigottiti per la brusca reazione, le nostre
guide ed i portatori da una parte e le signore arrabbiatissime dall'altra.
La “rissa” si calma e possiamo goderci la vista spettacolare sulla
piana del Seno; sotto ai piedi della falesia i villaggi di Némi,
Banani-ama e Banani kokoro. Percorriamo le strade di Bongo ed abbiamo
la sorpresa di sentire i bambini che cantano un'allegra tiritera,
riesco anche a registrare alcuni secondi della canzone, un ricordo
davvero unico.
Ad un certo
punto il sentiero piega verso lo strapiombo e prosegue in discesa
in una spaccatura della roccia. Il sole di mezzogiorno è
caldo ma assolutamente sopportabile: incominciamo a scorgere le
prime cavità della rocce della falesia con le costruzioni
di banko dei Tellem; una cascata precipita dalla scarpata con un
effetto unico: chissà nella stagione delle piogge. I grigi
baobab e le verdi chiome delle acacie decorano la parete rocciosa,
mentre i villaggi con i granai dal tetto di paglia di forma conica
e le caratteristiche case di fango sembrano dei presepi aggrappati
alla roccia. Sostiamo a riposare sotto un baobab e vediamo un omolo
, un altare sacro, con tanto di galletto sacrificato per proteggere
il villaggio contro particolari pericoli: è un semplice cumulo
di sassi alto 50 cm, ma toccarlo sarebbe sacrilegio. Continuiamo
verso la tai , cioè la piazza, dove vediamo i primi
venditori di porte scolpite con i motivi elaborati, simboli della
religione dogon. Più in alto, in posizione dominante, sorge
il Togu-na , letteralmente il “riparo madre”, ma più
comunemente tradotto come “la casa della parola”. E' un riparo dal
tetto costituito da vari strati di fascine di paglia sorretto da
nove pilastri, di cui gli otto esterni sono decorati con i simboli
degli altrettanti antenati. Il togu-na è il luogo dove l'Hogon
e gli anziani del villaggio si ritrovano per prendere le decisioni
importanti o più semplicemente per stare assieme a fumare,
scherzare o riposare. La tettoia è molto bassa: nella casa
della parola si può stare solo seduti e calmi, chi si innervosisce,
finisce per sbattere la testa contro il soffitto. Saliamo al togu-na
e vi troviamo l'hogon ed alcuni anziani: è un momento emozionante.
Anche se la frequentazione turistica ha molto semplificato il cerimoniale,
il contatto con il sacerdote del villaggio va sempre fatto con molto
rispetto attraverso un intermediario (il kadana ) a cui
bisogna consegnare i doni o l'offerta per la birra di miglio. Sankum
parla direttamente con l'hogon che accetta anche di essere fotografato;
poi parliamo della complessa e raffinata religione. I Dogon dicono
di discendere dal dio Amma proveniente dalla stela P o-tolo,
che è anche il nome del seme del fonio, un cereale dai
grani piccolissimi, simbolo della forza vitale. La stella, bianca,
piccola e molto densa, come il fonio, è stata identificata
come Sirio B, una nana bianca, poco più grande della Terra,
ma con una massa pari a quella del Sole; gli astronomi occidentali
l'anno scoperta solo nel 1862 (e fotografata solo nel 1970) ed hanno
calcolato che descrive un'orbita attorno a Sirio di circa cinquant'anni.
I Dogon conoscono da sempre queste informazioni e le usano per determinare
il periodo della festa del Sigi, che si svolge appunto ogni, 50
o 60 anni circa per celebrare la comparsa della stella e della sua
forza fecondatrice in un punto preciso dell'orizzonte (il prossimo
appuntamento sarebbe per il 2020). Amma creò l'universo con
le stelle e le costellazioni e poi creò Tenga, cioè
la Terra, a forma di donna, con cui si accoppiò generando
i Nommo , due esseri mezzo uomo e mezzo serpente, identificati
come la forza vitale dell'acqua, e li inviò sulla terra a
portare la parola. Come prima cosa i Nommo circoncisero l'uomo e
la donna, perché creati da Amma con la doppia essenza maschile
e femminile (il prepuzio, detto nay, la lucertola, sarebbe
la parte femminile dell'uomo, il clitoride, cioè lo scorpione,
la parte maschile della donna) ed essi generarono otto figli, quattro
maschi e quattro femmine. Loro popolarono la terra ed impartirono,
attraverso la Parola, gli insegnamenti fondamentali, come la tessitura,
la metallurgia e l' agricoltura.
Ringraziamo
l'hogon di Banani ma ora noi abbiamo fame e in un attimo scendiamo
a Banani-kokoro dove sostiamo per il pranzo. Siamo sistemati su
di una terrazza, all'ombra delle stuoie: stiamo davvero bene. Il
menù è essenziale: riso, cuscus e pollo. Poi ci concediamo
un po' di tempo per l'acquisto della porta. Non posso astenermi
dall'avere la mia porta dogon: certo non pretendo una porta antica
ma non il solito souvenir. Così io, Fabrizio, Carlo, Simona
e Manuela, ci avventuriamo nei numerosi negozietti del villaggio,
che come dice la Lonely Placet, “brulica di venditori”. Anche il
ragazzino che mi ha accompagnato nella discesa dalla falesia, si
è già attivato per “aiutarmi” nell'acquisto, ma preferisco
scegliere. Dopo qualche negozio siamo catturati da un venditore
che ci porta nel suo laboratorio, in mezzo alle viuzze del villaggio.
Entriamo addirittura nella casa della sua famiglia: alcuni locali
si aprono su due cortili; nel primo donne e bambini stanno mangiando
da una calabasse, nel secondo vi sono due granai e vari locali.
E' qui il negozio-laboratorio di Siguenne. Gli oggetti sono più
curati che altrove e allora scelgo la mia porta: anzi due, una piccola
per l'ufficio con scolpito l'hogon e la sua donna e il serpente-nommo,
una più grande per casa raffigurante le quattro coppie degli
antenati. Anche Fabrizio acquista la sua porta e Carlo la serratura,
abbiamo ampiamente contribuito al bilancio della famiglia. Le porte
vengono confezionate in un sacco per le galline con tanto di piume
originali e portate sul fuoristrada di servizio. Nel frattempo sul
tai del villaggio inizia un ballo tradizionale, certo
è ad uso e consumo di noi turisti, ma l'atmosfera è
unica con il suono dei tamburi, i canti tradizionali, gli uomini
e le donne che danzano sotto i baobab e la falesia sullo sfondo.
Anche se costruito è un momento magico: forse ha ragione
Marco Aime, sono un turista che vede solo “il mondo fatto di simboli
cosmici, di misteriose astronomie, di gente che trascorre il tempo
a riordinare l'universo secondo mappe ancestrali armoniche e virtuose”.
Ma no, ho visto benissimo la miseria, gli sforzi ed il lavoro di
un popolo per recuperare nuove terre da coltivare, la voglia di
riscatto ed il conflitto generazionale: il venditore che richiede
il doppio del prezzo a noi che, per i nostri sensi di colpa, siamo
disposti a pagare molto di più del valore; il ragazzino che
mi ha accompagnato e che si è fatto comprare le ciabatte
facendosi dare la “cresta” dal venditore. Certo i paesi dogon non
sono più il mondo incantato descritto da Griaule, ma secondo
me è importante che questo popolo riesca a riscattarsi, a
migliorare il suo tenore di vita per sopravvivere e tramandare il
ricordo della sua cultura e della sua storia. Sono questi i miei
pensieri mentre il gruppo riprende la marcia ai piedi della falesia;
siamo nella pianura del Seno, a meno di 70 km dal confine con il
Burchina Faso: un tempo era una savana verdissima ora è una
arida distesa, con baobab, acacie e bassi arbusti, sopra le nostre
teste scorrono i villaggi di Bongo, Pegue, Saye e quindi anche Ireli
ed in fondo Yane. Arriviamo nel villaggio di Amadingue, due mesi
fa c'è stato il presidente Chirac che è stato anche
nominato “gran chef hogon”, ce lo vedo sotto al togu-na! Andiamo
è ora di montare le tende, ci aspetta una serata unica nell'infinito
della savana attorno al falò.
31/12/2003 Paesi
Dogon-Mopti
Certo non è
da tutti svegliarsi all'ultimo giorno dell'anno in una tenda, in
mezzo all'Africa; fuori c'è una vista mozzafiato sulla falesia.
Il sole sta sorgendo ed è ora di rimettersi in marcia. Oggi,
attraverso il villaggio di Ireli, risaliremo la roccia fino a Sangha
dove ci aspetta il pulmino. Passiamo ancora da Amadingue ed al suo
Togu-na “moderno”, poi iniziamo a salire il sentiero che porta a
Ireli. Vediamo in alto, in una spaccatura della falesia, un agglomerato
di costruzioni tellem, intorno a noi sorgono invece numerose case,
ognuna con il cortile, delimitato da muretti a secco ed il suo granaio.
Ad Ireli non troviamo venditori ed anche i bambini sono discreti
e schivi; attraversiamo la piazza con l'altare cumulo ed entriamo
nel vecchio quartiere attorno al togu-na, che, come di consueto,
è in posizione dominante. Su di un muro a lato sono state
modellate sul banko le immagini della religione dogon e poi dipinte
con colori brillanti: dal bianco al blu, dal rosso al nero. Riconosco
la maschera guinna, che rappresenta la casa dell'hogon;
il serpente Lebè , che tutte le notti va a leccare
l'hogon per infondergli la parola (per non eliminare le tracce della
parola l'hogon, può essere toccato solo dalla moglie, e non
può lavarsi più di una volta l'anno…) la maschera
kanaga, l'antilope, apportatrice di vita, la volpe e l'hogon stesso.
Un'altra rappresentazione ricorrente nelle decorazioni Dogon sono
le linee a zig-zag, che richiamano il moto perpetuo dell'universo.
L'urbanistica dogon vuole che il villaggio sia sempre disposto da
nord a sud e che la sua pianta sia simile alla figura di un uomo
sdraiato : il togu-na rappresenta la testa, le case con i granai
sono il tronco e gli arti, mentre il braccio destro è costituito
dallo yapunu guina , la casa dove le donne risiedono durante
il periodo mestruale, in quanto impure. La pietra usata per macinare
rappresenta l'organo genitale femminile, l'altare a forma fallica,
l'organo maschile.
Lasciamo l'hogon
di Ireli e continuiamo a risalire la falesia; siamo tutti attrezzati
con scarponcini e scarpe da trekking e dobbiamo stare attenti ad
alcuni passaggi; come faranno le donne dogon a risalire con un bambino
legato alla schiena, una calabasse colma d'acqua in testa e, sopra
a questa, un sacco pieno? Ce lo siamo chiesti quando una giovane
donna ci ha superato così carica: portava solo ciabattine
infradito. Il sentiero sale attraverso un profondo canalone eroso
dal vento e dall'acqua nel corso dei secoli; le rocce assumono strane
forme e le grotte mostrano le tracce delle abitazioni tellem. Piano
piano ritorniamo sull'altipiano di Sangha e già vediamo in
lontananza le prime case. Sangha è uno dei villaggi più
grandi e passiamo vicino alla scuola, alla biblioteca, all'ufficio
postale e arriviamo sulla piazza con l'antenna per telecomunicazioni
alimentata dai pannelli solari della cabina telefonica pubblica.
Vediamo le cipolle, anzi gli scalogni, a seccare al sole, le caratteristiche
scale ricavate da un tronco a forcella opportunamente sagomato,
e poi ritroviamo la vivacità dei bambini che ci corrono incontro
con la consueta allegria. Il tempo, sempre insufficiente, dedicato
alla visita dei paesi dogon sta per scadere; da una parte mi dispiace
che sia già finito ma dall'altra solo questi due giorni valevano
il viaggio intero: un popolo così semplice ma con una cultura
complessa e singolare di cui va' fiero.
Rientriamo a
Mopti nel primo pomeriggio: l'avventura continua sul fiume Niger.
Consumiamo il
nostro panino all'hotel e poi ci imbarchiamo su di una pinasse per
la navigazione fino a Konna. Viene caricato tutto il necessario
per la cena e per la notte; anche questa sera la passeremo sotto
le stelle. Le operazioni di carico si protraggono ma poi i primi
paesaggi ripagano l'attesa. Il Niger è il terzo fiume africano
e n asce dagli altipiani del Fouta Djalon; prima scorre verso nord-est
attraverso il Mali, poi piega a sud e, attraverso Niger e Nigeria,
si getta nel golfo di Guinea con un ampio delta. In tutto percorre
più di 4000 km di cui 1700 in Mali. Nel tratto a nord di
Mopti il letto è ampio e le sponde sono basse; passiamo poveri
villaggi, i cui abitanti, di etnia bozo e peul, vivono della presenza
del fiume. Sul fiume incontriamo piroghe di pescatori spinte a remi,
o anche a vela, ed altre pinasses di trasporto stracariche di persone
e merci. Filano tutte più veloci di noi, si vede che noi
stiamo facendo una crociera. In tre giorni di navigazione da Mopti
si raggiunge il porto di Timbuctu e la navigazione è sicuramente
il mezzo migliore per raggiungere la mitica porta del deserto. La
navigazione fra le due città viene usata soprattutto per
il trasporto delle lastre di sale che arrivano con le carovane (azalai)
dalle miniere di Taoudenni a 700 km a nord di Timbuctu. Queste miniere
sono costituite dai letti di antichi laghi salati prosciugati migliaia
di anni fa' ed il lavoro di estrazione avviene soprattutto nella
stagione più fresca da ottobre a marzo; le carovane di cammelli
si muovono solo di notte e impiegano 16 giorni per attraversare
il deserto. Leggo queste cose dalla guida ed intanto la pinasse
scorre sulle acque fino al tramonto. Quando il sole è una
palla infuocata sull'orizzonte la barca accosta e, sul fango del
fiume, indurito dal sole, rimontiamo le tende; la stanchezza inizia
a farsi sentire ed il morale del gruppo è basso. Dopo la
cena inizia l'attesa della mezzanotte: da quanto tempo sognavo un
capodanno senza luci, suoni e confusione. Sicuramente qui non ci
sarà nulla di tutto questo.
01/01/2004
Fiume Niger-Konna-Segou
Mai successo
che al primo dell'anno mi svegliassi alle 7 ed in una tenda, ma
la cosa più sorprendente è che sono riposato ed in
ottima forma, e la cosa mi spaventa per gli eventuali futuri sviluppi
che questa prova di adattabilità provocherà alla programmazione
dei prossimi viaggi. Il resto del gruppo non sta altrettanto bene:
ho fatto bene a stare leggero e concedermi per il cenone solo riso
bollito e carne in scatola della mia scorta personale (in questo
caso è proprio servita). Nonostante qualche malessere non
perdiamo tempo e, rifatti gli zaini, risaliamo sulla pinasse e ripartiamo
alla volta di Konna. Sankum e gli addetti della barca preparano
la colazione davvero abbondante in confronto alla cena: brioches,
frutta fresca ed anguria, caffè, te … insomma ogni ben di
dio se pensiamo di essere dove siamo. L'aria del mattino è
fresca e abbiamo indosso tutto quello che ci siamo portati nello
zaino, ben presto però i raggi del sole iniziano a farsi
più caldi e la giornata africana si preannuncia bella e calda
come sempre. I pescatori sono già all'opera sulle loro piroghe;
lanciano le reti, sistemano le nasse, qualcuno ha già un
carico di pesce fresco. Passiamo la cittadina di Wandiaka con la
sua bella moschea di fango che innalza due torri e numerosi pinnacoli
e raggiungiamo un villaggio di pescatori bozo. Sono nomadi e vivono
in povere capanne di paglia; attracchiamo e siamo subito circondati
da una nuvola di bambini. I colori che vediamo in questo villaggio
sono incredibili: gli uomini sono intenti a riparare le reti, le
donne puliscono e cucinano il pesce, il ciabattino sta lavorando
davanti alla sua capanna assistito da alcuni piccoli apprendisti.
Come al solito il nostro arrivo è una festa: Simona non resiste
alla tentazione ed ha già in braccio un neonato, Fabrizio
è già assediato dalla solita nidiata di bambini, ce
n'è persino uno con i riccioli biondi! Dopo aver attraversato
l'accampamento allineato alla sponda del fiume, risaliamo sulla
pinasse e salutiamo i nostri ospiti; siamo quasi arrivati. La barca
devia a sinistra e si infila in un canale laterale che porta al
porticciolo di Konna: è giorno di mercato ed il via vai di
piroghe e pinasses stracariche è superiore al normale. Arriviamo
così in vista della cittadina a metà mattina: il sole
è gia caldo ed illumina l'ampio spazio polveroso che separa
le case dal canale, decine e decine di imbarcazioni sono già
attraccate a riva e dobbiamo avvicinarci ad una pinasse già
ormeggiata per scendere dalla nostra. La navigazione è finita,
il nostro pulmino è già pronto, ma abbiamo il tempo
per fare un rapido giro per il mercato. La gente è tutta
attratta da un camion pubblicitario del dado Jumbo; spettacolo di
caraoche con le bambine invitate a salire ed esibirsi in canti e
balli: a giudicare dalla folla deve essere un avvenimento per la
città. Tutto intorno pastori peul e tuareg coperti dai caratteristici
taguelmoust variopinti contrattano l'acquisto di bestiame;
le vie della cittadina sono affollate di gente di ogni razza che
si aggira fra le bancarelle sistemate sotto le precarie tettoie
di legno, mentre decine di carri e carretti con cui i venditori
sono giunti in città da tutto il circondario sono parcheggiati,
con gli asinelli, davanti alla moschea. C'è un'atmosfera
strana a Konna; si sente già l'atmosfera del deserto: il
lago Debo è ad un giorno di navigazione, la mitica Timbuctu
a 230 km a nord.
Risaliamo sul
nostro bus e riprendiamo la strada per Mopti; Simona, Manuela, Andrea
e Silvia ritornano con noi fino in città, aspetteranno all'albergo
l'aereo per Timbuctu del giorno seguente. Noi proseguiremo per Segou
e pernotteremo ancora all'hotel de l'Indipendence.
02/01/2003
Il soggiorno
all'hotel è sempre confortevole, una doccia, una buona cena
ed una bella dormita in un letto ci hanno rimesso di buonumore anche
se oggi è l'ultimo giorno del nostro viaggio. Segou e la
seconda città del Mali per numero di abitanti; è la
sede del vasto progetto di irrigazione chiamato Office du Niger,
al centro della principale regione agricola del paese per la produzione
del riso. Si ritiene che l'esploratore inglese Mungo Park arrivò
sino qui è scoprì così che il fiume scorreva
verso est. Durante il dominio francese, la città fu un centro
amministrativo molto importante; i suoi ampi viali e i vari edifici
in stile coloniale danno l'idea di come doveva essere la città
a quell'epoca. Visitiamo il Gran Marchè ed un laboratorio
tessile; poi percorriamo il viale che costeggia il Niger e scattiamo
ancora qualche foto: le caratteristiche abitazioni bambara in banko
rossiccio, i pescatori intenti a gettare le reti, le donne che fanno
il bucato, un signore indaffarato a lavare la sua pecora. Sotto
agli alberi vi è un grande assortimento di terrecotte bambara
prodotte a Farako, un piccolo centro poco distante da Segou.
Lasciamo la
città e facciamo un'altra sosta a Segou Koro, centro dell'impero
bambara nel 18° secolo; per visitare il villaggio bisogna pagare
una tassa al capo-villaggio che ci accoglie sotto ad una tettoia,
usata anche come scuola; qui ci racconta i trascorsi storici della
sua gente con un' espressione ed un'enfasi davvero uniche.
Arriviamo a
Bamako nel primo pomeriggio, una sosta per il pranzo e poi un meritato
riposo all'hotel Salam.
Verso sera l'ultima
visita al centro della città. Passiamo davanti alla stazione
capolinea della ferrovia Dakar-Bamako; il viaggio fra le due città
si effettua due volte alla settimana, il viaggio dovrebbe durare
35 ore ma in genere se ne impiegano 40 o più. Il pullman
ci lascia a Place de la Republique, dietro alla sede dell'Assemblea
Nazionale. Qui c'è il mercato dei feticci. Non fotografiamo
niente: la macabra varietà di ossa, pelli, camaleonti secchi,
teste di scimmia marcescenti ci lascia sgomenti. Preferiamo la Moison
des Artisans, dove spendere gli ultimi franchi. Più che artigiani
dovremmo dire venditori, ma se ci si spinge un po' oltre il perimetro
del cortile interno del mercato, effettivamente si trova qualche
artigiano che intaglia il legno o lavora il cuoio. Purtroppo l'inquinamento
nella Rue de Sobuta, una delle principali direttrici della città,
è insopportabile e ci costringe a ritornare nella zona più
turistica.
Rientriamo in
hotel, il programma della serata prevede una cena con musica tipica
al ristorante San Toro; purtroppo siamo sistemati in giardino e
alle notizie che non servono birra e che hanno finito il pesce decidiamo
di tornare in hotel. Così ceniamo nel tranquillo ed elegante
ristorante del Salam dove sembra di essere già tornati in
occidente.
Domani mattina
saremo già in Italia.
Elisabetta
Pincione - Directrice
AZIMUT TRAVEL BP 2963
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