Mali,
l'Africa più vera
Ci sono
viaggi e Viaggi, questo lo è con la V maiuscola. Elisabetta
ci racconta un'avventura nel cuore dell'Africa, nel Mali. Un Viaggio
ricco di emozioni e veramente unico da lasciare il Segno...Un segno
talmente evidente e profondo che la stessa Elisabetta ha deciso
di portare altre persone a conoscere questo magnifico paese. E'
infatti direttrice del Tour Operator Azimut Travel che appunto porta
i viaggiatori alla scoperta della ormai quasi scomparsa Africa Vera.
Buona Lettura!
27/12/2003
Bamako-Segou
Il suono del
telefono mi ha fatto saltare dal letto; sono passato di botto dal
pranzo di Natale, che stavo sognando, al comodo letto dell'hotel
Salam di Bamako. Il viaggio non è stato uno scherzo: da Milano
a Casablanca, poi sei ore di attesa e quindi l'aereo per Bamako
dove siamo arrivati alle 3 di notte. Sono poche ore ma mi sembrano
un'eternità, un abisso, come il mondo che sta fuori al confronto
alla vita a cui siamo abituati. Qualche secondo per rendermi conto
poi mi raccapezzo: sono ancora in Africa, in Mali, a due anni dal
bellissimo viaggio in Senegal; proprio li mi era venuta l'idea del
Mali, dei Dogon, quel mitico popolo che vive su una sperduta scarpata
ai confini del deserto e che conosce perfettamente tutto l'universo.
Come è tardi: devo pigiare tutti i vestiti pesanti nella
borsa e prepararmi all'avventura; balzo dal letto, che avrei ben
presto rimpianto, ed eccomi nella hall dell'hotel in mega ritardo.
I miei compagni di viaggio Fabrizio e Carlo, sono già in
pista, hanno già cambiato il denaro e fatto colazione; c'è
anche Simona. Chi è Simona? Ricordate in Senegal … bene,
per la serie “non ci posso credere” , l'abbiamo ritrovata per caso
nel nostro stesso gruppo in Mali! Antonella la “capa” ci sta cercando:
si parte.
Il nostro pulmino,
stracarico di bagagli, parte alla volta del Museo Nazionale. Per
noi è un fuori programma ma lo consiglio a tutti come prima
tappa: nel museo è conservata una ricca collezione di maschere,
statuette, suppellettili funerarie ed armi di tutte le etnie del
paese. In mezz'ora saprete districarvi fra nomi come Bambara, Bozo,
Peul (detti anche Fulani), Dogon, Malinke, Songhai un ventaglio
di etnie che convivono pacificamente in Mali e che ben presto avrei
imparato a distinguere. Un consiglio: non approfittate della spiegazione
di una guida che non avete pagato; ne hanno fatto le spese due francesi
che si erano “confusi” nel nostro gruppo: ma alle guide del museo
non sfugge niente e nessuno. Non hai pagato non devi sentire.
Ecco la maschera
Chi Wara, riconosco la testa di antilope; ho letto che viene indossata
dai Bambara durante i riti associati alla semina e al raccolto in
onore proprio di Chi Wara che secondo la mitologia di quel popolo
sarebbe l'inventore dell'agricoltura. E poi vedo la mia prima maschera
Kanaga, una maschera molto comune nelle danze Dogon, a forma di
doppia croce, che dovrebbe rappresentare i tre elementi naturali:
cielo, acqua e terra , e gli oggetti Tellem, un popolo che abitava
la falesia prima dell'arrivo dei Dogon; numerosi sono i reperti
legati alla storia delle mitica Djenné, ma la guida dice
che molte antichità sono ancora oggetto del mercato nero.
Una sezione del museo è dedicata ai tessuti: è un
tripudio di disegni e colori; sono persino troppi da distinguere
ed ammirare in una sola volta.
Sankum, la nostra
guida Songhai, ci ricorda che è ora di andare, ci aspetta
un giro per il mercato. Ma Bamako, il cui nome significa “Il fiume
del coccodrillo”, è tutta un mercato, ogni strada è
piena di gente che vende e compra di tutto, a volte si ritrova l'ordine
dei mercati arabi: tutti i prodotti alimentari da una parte, i dolci
dall'altra, le scarpe di qua ed i vestiti di là, la benzina
(in bottiglia) su un banchetto ed i ricambi di motori sparsi per
terra. Ma spesso c'è un po' di confusione e fra il traffico
caotico di auto, pullman, motorini e biciclette trovi di tutto e
tutto assieme; passiamo davanti al Gran Marché ricostruito
in parte dopo l'incendio del 1993, e scendiamo lungo una larga via
dedicata al riciclaggio. Nulla si butta, da auto e camion in demolizione
si ricavano, carriole, contenitori, bracieri, recipienti per il
mangime degli animali ed un sacco di altre cose. Sul lato opposto
troviamo montagne di materassi, e subito dopo il settore delle macellerie,
tutte “moderne”, nel senso che un vetro divide le mosche interne
da quelle esterne. Poi iniziano le bancarelle delle verdure, colori
a non finire; e non ci fanno mancare il pesce secco, misto anche
a serpentelli secchi, e proprio di fianco un banchetto di casalinghi
(mestoli, grattugie per il formaggio e … perette per il clistere).
Una “gran mama” prepara la crema di arachidi ed uno stuolo di ragazzini
ci seguono incuriositi dalle nostre attrezzature da perfetto turista
che “spreca fotografie” sul pesce secco. Il primo bagno di colori,
odori e varia umanità che sono i mercati africani sta per
finire: dobbiamo andare a pranzo.
Al ristorante
il personale di sicurezza tiene a bada i venditori; che favola essere
in pantaloncini e maglietta il 27 dicembre e mangiare all'aperto
con le ventole che ti rinfrescano un po' dai 30 gradi dell'aria.
Per fortuna il caldo è secco e quasi non si sente. Faccio
il mio primo incontro con “le capitain”, uno dei pesci più
comuni nel Niger: mi servono un piatto proprio buono con pesce fritto
guarnito di una certa salsina e con patate fritte di contorno. Se
i pranzi saranno così, le scorte alimentari portate dall'Italia
non serviranno: troppo presto per dirlo.
Ripartiamo,
anzi partiamo da Bamako, alla volta di Segou. La città è
a circa 220 km a nord-est della capitale, sulla riva destra del
Niger.
La strada prosegue
diritta nella campagna sconfinata; in Africa sono le distanze a
colpirti, le strade che continuano dritte per chilometri e non ne
vedi la fine. Ogni tanto un piccolo villaggio, case basse, baracche
e capanne, anche se enormi cartelli annunciano, cabine telefoniche,
negozi di alimentari e posti di ristoro. Ma quello che colpisce
è sempre la gente e soprattutto sono i bambini che, in particolare
nelle zone rurali, hanno nell'arrivo dei turisti una vera e propria
festa. Quante cose portano questa gente strana: biro, matite e caramelle,
ma anche fazzolettini di carta e salviettine profumate che si buttano
dopo averli usati! E' troppo per chi è abituato a non sprecare
niente ed a riutilizzare qualsiasi cosa.
Ci fermiamo
in un villaggio bambara dove le donne lavorano le noci dell'albero
del Karitè, detto anche albero del burro, perché dai
suoi frutti si ricava un grasso vegetale, simile al burro di cacao,
usato sia come grasso alimentare che come prodotto di bellezza.
Il villaggio
sorge lungo la strada, attorno alla moschea di banko, un impasto
di fango e paglia usato proprio per le costruzioni; anche le povere
case circostanti sono di fango ed i primi granai, simili ai più
noti granai dei Dogon. Ne troviamo tre costruiti all'interno di
un recinto appartenente alla stessa famiglia, hanno forma circolare,
sono sollevati dal suolo e hanno il tetto conico; una piccola porta
di legno è l'unica apertura. Qui le porte sono di assi di
legno liscio, ma i Dogon hanno l'usanza di scolpirle e renderle
uniche.
Dove vedi una
nuvola di bambini al centro ci sono Fabrizio e Simona; solo loro
hanno il potere di conquistare la loro attenzione, certo con i regali
che portano in abbondanza, ma anche con tanti giochi che li divertono
tanto; io non ci riesco mi ci vuole qualche giorno per abituarmi
alla miseria di questa gente, ai bambini scalzi e malvestiti, alla
loro semplice felicità di fronte a noi “ricchi bianchi curiosi”.
Qualche bimbo ha il ventre gonfio, ci dicono non per malnutrizione
ma per le varie infezioni intestinali, altri hanno infezioni agli
occhi e al naso; qualcuno più sfortunato porta i segni della
poliomielite: in Mali c'è un medico ogni trentamila persone
e sicuramente la situazione diventa più difficile nelle zone
lontane dalla città.
Partiamo dal
villaggio e maciniamo ancora un po' di strada, siamo un po' in ritardo;
in Africa è meglio non muoversi col buio, non tutti conoscono
alla perfezione le regole stradali e quindi diventa pericoloso circolare
dopo il tramonto. Facciamo solo una breve sosta per bere qualcosa
in un altro villaggio e rincontriamo i variopinti pulmini del trasposto
che avevamo già visto in Senegal. Incredibilmente pieni di
gente sono anche stracarichi di merce e di animali: dei giovani
stanno scaricando alcuni agnelli legati sul portapacchi fra cumuli
di mercanzia, sembrano morti. No, sono solo svenuti dal caldo ed
una volta a terra si riprendono, ma è meglio preoccuparsi
delle persone…
Arriviamo all'hotel
de l'Indipendance dopo il tramonto; l'albergo nella sua semplicità
è accogliente. Lo gestisce una famiglia libanese e non è
certo il grandhotel, ma lo consiglio a chi passa da Segou: è
essenziale, ben curato e pulito; anche la cena che consumiamo in
giardino è ben cucinata. Poi la stanchezza vince sulla curiosità
e sulla voglia di conoscere meglio i compagni di viaggio: ci siamo
meritati una bella dormita.
28/12/2003 Segou-San-Mopti
Si parte all'alba,
si non proprio ma comunque presto; facciamo colazione in giardino
e poi controlliamo che vengano caricati i bagagli; Salif, il nostro
autista, Sankum e Baya, un giovane studente peul che parla italiano
e sta imparando il mestiere di guida, sono indaffarati. Hanno dormito
in una sala per le conferenze nel cortile posteriore. Sbircio fuori
dal recinto dell'hotel dove riprende a poco a poco il movimento
e la vivacità di tutti i giorni ma visiteremo la città
al ritorno ed ora dobbiamo riprendere la strada per Mopti. La prima
tappa sono un gruppo di grossi baobab: una mandria pascola nelle
vicinanze e, non si sa da dove, ma sbucano presto alcuni bambini
a cercare il cadeau. Il baobab è l'albero simbolo dell'Africa,
anche se mi sembra di aver letto che è originario del Madagascar;
è un albero che raggiunge grandi dimensioni e può
vivere anche 400 anni. La leggenda dice che l'albero in tempi antichi
offese un dio che, come punizione, lo sradicò e lo ripiantò
nel terreno a testa in giù; così si spiegano i suoi
rami deformi simili a radici. Proseguiamo il viaggio e sostiamo
ancora in un villaggio bambara; l'etnia costituisce il 30 % circa
della popolazione del Mali e vive sopratutto nelle regioni di Bamako
e Segou. La sua omogeneità è dovuta principalmente
alla lingua, facilmente assimilabile, che è divenuta nel
corso degli anni una delle più diffuse in Africa Occidentale.
Riprendiamo la marcia e ben presto arriviamo al ponte sul fiume
Bani , il più importante affluente del Niger, in cui confluisce
a Mopti. Si forma 160 km ad est di Bamako dalla confluenza fra i
fiumi Baoulé e Bagoé, provenienti dall'alta Costa
d'Avorio. Il fiume lungo quasi 1100 km, è ricco di acque
e forma col Niger un ampio delta interno dove, grazie all'irrigazione
ed alle piene stagionali, ci sono ampie coltivazioni di miglio,
riso, sorgo, mais destinati al fabbisogno alimentare della popolazione.
Sul fiume abbiamo visto i pescatori Bozo all'opera e le loro donne,
provenienti del vicino villaggio, intente a fare il bucato. La giornata
è proprio bella, la luce giusta per le fotografie. Ne sto
scattando davvero tante ma saranno, assieme al ricordo, l'unica
traccia del mio passaggio da qui e la testimonianza del viaggio.
Al villaggio alcune signore stanno attendendo con grandi ceste colme
di pesce appena pescato; non vogliono essere fotografate; poi arriva
un pulmino e tutto viene caricato fra le urla e le imprecazioni
delle signore che vedono cadere un po' di pesce dalle ceste mentre
vengono issate sul portapacchi. Il pulmino parte con una fumata
nera e la mia attenzione viene attirata dal clamore dei bambini
che fanno a botte per le biro, ma una gran mama sequestra tutti
i regali, li ridistribuisce e tutto si calma.
Partiamo alla
volta di San dove sosteremo per il pranzo; la guida scrive che il
ristorante Teriya, dove siamo diretti, offre la migliore cucina
della città. Speriamo. Ci fermiamo per ordinare pollo arrosto
e patatine fritte e, mentre i cuochi lavorano andiamo a vistare
la moschea di banko. Sono in corso lavori di restauro: tutte le
costruzioni di fango dopo la stagione delle piogge devono essere
riparate; l'impasto di fango e paglia è tenuto assieme da
travi di legno che sporgono dal muro, un po' per ornamento ma anche
come appoggio delle impalcature durante i restauri. La moschea è
grande con guglie e piccoli minareti, l'ingresso è vietato
ai non mussulmani così possiamo vederla solo dall'esterno.
Dopo la moschea visitiamo un laboratorio artigianale di tessuti
bogolan, o stoffe di fango. La stoffa è tessuta in strisce
di cotone poi cucite assieme e tinte di giallo usando sostanze vegetali.
Sulla stoffa vengono poi disegnati dei motivi con diversi tipi di
fango colorato, dal rosso all'arancio, fino al grigio e al nero.
I bogolan sono poi asciugati al sole e ripuliti dal fango che lascia
però i suoi brillanti colori: i tessuti creati con questa
tecnica sono davvero sorprendenti. Qualcuno compra, ma io, per non
caricarmi fin dai primi giorni, mi trattengo; e poi me ne pento;
non ne trovo più di così belli. Pazienza!
Al ritorno il
ristorante Teriya è strapieno di turisti; anche se abbiamo
ordinato e ci hanno riservato un tavolo, aspettiamo un bel po' prima
di mangiare o meglio di piluccare qualcosa: il povero pollo doveva
essere davvero magro e le patate hanno un colore tutt'altro che
invitante, ma non è il caso di lamentarsi. Saremo più
leggeri per i viaggio del pomeriggio: per arrivare a Mopti ci mancano
200 km e non vogliamo fare l'errore del giorno precedente, dobbiamo
arrivare prima del tramonto.
La strada si
snoda nella pianura infinita la brusse, cioè la savana di
arbusti, attraversa piccoli villaggi sonnacchiosi, qua e là
case, capanne e qualche baobab. Incontriamo grossi camion e pullman
di linea, qualcuno in bicicletta e qualcun altro in motorino. A
circa metà strada ci fermiamo nel villaggio di Ganga. Gli
abitanti sono di etnia Bobo, in prevalenza agricoltori. La loro
attività prevalente è rivelata dal gran numero di
granai; a Ganga i granai sono a pianta quadrata, sempre sollevati
da terra per proteggerli da topi e termiti; il tetto di paglia a
forma di cono. La particolarità sta nei disegni ricavati
a rilievo sul fango. I granai hanno diverse dimensioni: più
il granaio è grande, più la famiglia è ricca.
Siamo circondati come al solito da una nuvola di bambini che ci
accompagnano nel villaggio. Troviamo tre donne che macinano il miglio
ed un granaio è aperto da un giovane uomo che ne estrae un
po' di pannocchie, poi rimette a posto la porta e la sigilla con
del fango fresco. Simona distribuisce le candele e riscuote un grande
successo, mentre noi continuiamo la visita agli orti cintati che
sorgono verdissimi di fianco al villaggio.
La sosta successiva
è Somadogou; è giorno di mercato ed il piccolo villaggio,
che sorge sui due lati della strada, brulica di gente e venditori;
i colori e gli odori sono i soliti, anche se le bancarelle che cuociono
gli spiedini attirano la nostra attenzione. Lasciamo la strada e
ci infiliamo nel cuore del mercato: non ci sono i settori, è
un susseguirsi di friggitorie, bancarelle di verdura, di scarpe,
di vestiti, di pentole e stoviglie. Qualcuno non vuole essere fotografato
altri si mettono addirittura in posa. Poi sulla strada passano due
camion e devono faticare non poco per far spostare la folla. Tutti
comprano e vendono; i ragazzini offrono i loro ghiaccioli: piccoli
sacchetti di plastica con un liquido ghiacciato che poi succhiano
da un piccolo foro. Decliniamo l'offerta di assaggiarne uno e risaliamo
sul pulmino.
Nessuna altra
sosta fino a Mopti dove ci aspettano le comode camere dell'hotel
Kanaga che si trova proprio sul viale dell'Indipendenza sulla riva
destra del Niger, nella città nuova.
Le informazioni
della guida circa la cucina “non sempre all'altezza”, diventano
profezia, quando finalmente riusciamo a sederci a tavola il bel
bouffet è desolatamente vuoto; è destino di oggi stare
leggeri. Ma il gruppo ormai è affiatato e anche questa sventura
è motivo di scherzi e risate. Dopo cena facciamo una piccola
passeggiata in riva al Niger, la luna con la “gobba” rivolta verso
il basso, illumina l'acqua del fiume, le pinasses sono ancorate
alla riva e qualcuno ancora traffica fra le reti o sistema il carico
con il sottofondo musicale di Salif Keità: Moffou è
la colonna sonora di questo viaggio; domani dobbiamo procurarci
il cd.
29/12/2003
Djenné
La strada per
Djenné non è lunga: per un po' ripercorriamo la carrozzabile
fatta ieri in direzione opposta, poi deviamo verso ovest e il corso
del Bani. La regione che attraversiamo è detta la Macina,
un ampio delta, formato dai fiumi Bani e Niger. Il terreno è
ricco di acqua ed in alcuni casi paludoso, quindi viene coltivato
il riso; niente a che vedere con le nostre risaie, queste sono stabili
e probabilmente il riso viene coltivato a ciclo continuo. Djenné
si trova su un'isola e per raggiungerla bisogna attraversare il
corso del Bani su delle chiatte; ho letto tutto nel libro “Le radici
nella sabbia” di Marco Aime. Ma quando è venuto l'autore?
Ieri? La scena è la stessa: la fila dei fuoristrada e dei
minibus, i bambini che vendono piccoli modellini di macchinine fatti
con la latta; le due chiatte arrugginite che caricano e scaricano
in continuazione centinaia di persone e mezzi arrivati per il mercato
del lunedì. Per non perdere tempo il nostro bus non guaderà
il fiume: dall'altra parte ci aspettano alcuni fuoristrada che ci
porteranno in città. Sull'isola troviamo la stessa venditrice
di pesce fritto che ha incontrato Aime; l'ho detto che è
venuto ieri!
A Djenné
poco è cambiato nel corso dei secoli. La città fu
fondata nel IX secolo ed è così una delle città
più antiche dell'Africa occidentale. Conobbe il suo periodo
più fiorente nei secoli XIV e XV, durante i quali al pari
di Timbuctu trasse profitto dai commerci transahariani. La sua prosperità
si protrasse per molti secoli: quando l'esploratore francese René
Caillé visitò la città all'inizio del XIX secolo,
riferì che gli abitanti godevano di un buon tenore di vita,
si nutrivano in abbondanza, quasi tutti sapevano leggere, nessuno
girava scalzo e tutti sembravano svolgere un ruolo utile alla comunità.
Le attrattive
principali della mitica “città delle undici porte” sono la
grande moschea ed il Gran Marchè del Lunedì che si
svolge nello spiazzo e nelle vie circostanti la moschea. Entriamo
per una delle porte rigorosamente di fango e troviamo uno spettacolo
che difficilmente dimenticheremo. La piazza fra le Poste ed il Tribunale
brulica di venditori e clienti, dalla strada alla nostra sinistra
arrivano in continuazione vecchi carri trainati da buoi, stracolmi
di merce. Sicuramente qualcuno ha fatto decine di chilometri per
venire a vendere la propria merce al mercato e sotto le tettoie
di legno c'è proprio di tutto: verdure, vasi, cesti e contenitori
di plastica (va di moda il bicolore giallo e blu), pesce secco,
pesce fritto, pesce fresco ed anche pesce in uno stato indefinibile;
animali di ogni tipo e taglia, riso, miglio … Noi cerchiamo di farci
strada tra la folla in direzione della moschea: ed eccola la più
grande costruzione al mondo interamente di banko. E' davvero incredibile
che un edificio tanto grande sia costruito con fango e paglia, e
si capisce perché ogni anno, alla fine della stagione delle
piogge, centinaia di volontari (la guida Lonely planet dice fino
a 4000) lavorano per la sua manutenzione. Sempre dalla guida leggiamo
che la costruzione attuale risale al 1907 e fu riedificata sulla
precedente moschea voluta nel 1280 dal 26° re di Djenné,
chiamato Koi Komboro convertitosi alla nuova religione arrivata
dalle regioni saheliane “a dorso di cammello” assieme ai mercanti
sarakollè che commerciavano con l'oriente. Lasciamo la folla
del mercato per inoltrarci nelle viuzze che circondano la moschea;
qui, oltre il muretto, che delimita l'area “vietata ai non mussulmani”,
conosciamo il guardiano della moschea, che ci sorride e saluta cordialmente.
Per le strade non interessate dal mercato, troviamo solo i bambini,
loro sono molto più interessati da noi che dalle tante cose
che non possono comprare; così scattiamo qualche foto con
loro ed intanto raggiungiamo nuovamente la piazza del mercato dal
lato meridionale. Ci ributtiamo nella folla variopinta e rumorosa
del mercato e cerchiamo di raggiungere il lato opposto della piazza:
dalle terrazze delle case la vista sulla moschea è splendida:
le tre torri volte ad oriente svettano illuminate dal sole di mezzogiorno
in un gioco di luci ed ombre creato dalle decine di pinnacoli e
dalle travi sporgenti dal muro; sotto il mercato, un formicaio di
gente intenta a vendere e comprare di tutto. Ma anche noi vogliamo
partecipare al “bagno di folla” ed eccoci di nuovo fra le bancarelle
a curiosare fra le cose per noi più strane. Ci sono anche
i giornali a fumetti: più della metà della popolazione
del Mali non sa leggere e scrivere così le notizie ed i fatti
sono raccontate con immagini e brevissime didascalie che qualcuno
legge agli altri. Sono stato colpito da questo angolo del mercato:
decine di persone, soprattutto i giovani, erano intente a vedere
le vicende della guerra in Iraq, la cattura di Saddam, ma anche
i risultati di calcio e, con ampio spazio, la boxe, la lotta ed
i campionati di culturismo. La strada mi ha poi riportato nella
piazza delle poste e così ne approfitto per comprare i francobolli
per un mio amico collezionista. L'ufficio postale è costituito
da un bancone e un addetto che mi passa i fogli interi da cui mi
strappo i francobolli; un francese mi consiglia sulla scelta pensando
che io lo comprenda, poi capisco che sta aspettando che io paghi
i francobolli per avere il suo resto dal postino. Ritrovo gli altri
davanti al ristorante Chez Baba: lo ricordo perché ho letto
che ospita le tende anche sul tetto: una cosa che lì per
lì mi ha stupito, ma poi ho scoperto che in Mali è
una cosa abituale. Sankum e la guida locale ci accompagnano ora
fra le vie della città: le case hanno tutte almeno due piani,
a pianterreno c'erano i magazzini, al primo piano stavano i servi
mentre il padrone occupava il secondo piano. Alcune conservano decorazioni
ed infissi in stile moresco ma una caratteristica le accomuna, sono
tutte di fango. Alcuni operai stanno riparando la linea elettrica
e staccano i cavi proprio sopra alle nostre teste; ci sbrighiamo
per evitarli e raggiungiamo la casa di un artigiano di tappeti dove
ci riposiamo un po' nella bottega polverosa in attesa di andare
a pranzo.
L'avventura
del guado del fiume si ripete al ritorno a metà pomeriggio.
Questa volta assistiamo anche al carico dei mezzi con alcuni episodi
davvero singolari: fuoristrada incastrati e pulmini stracarichi
impantanati nel fango del fiume. Infine scopriamo che a guidare
la chiatta è un bambino.
Sostiamo al
villaggio di Syn, abitato da popolazioni Bozo, Bobo e Peul. Syn
ha una bella moschea in stile sudanese a cui fanno corona le povere
case di banko e una serie di granai quadrati. Qui i bimbi che ci
vengono incontro sono davvero simpatici: il villaggio non è
una meta abituale dei turisti e per loro è tutto una novità.
Anche noi vorremmo trattenerci di più ma ci aspetta il tramonto
a Mopti e dobbiamo affrettarci. La città sorge proprio alla
confluenza fra i fiumi Bani e Niger, circondata da acquitrini e
campi di riso, per questo è soprannominata, e lo dico solo
per dovere di cronaca, la “Venezia del Mali”, in realtà di
Venezia ha ben poco. La città è abitata da una ricca
varietà di etnie diverse: secondo la tradizione fu fondata
nel luogo dove i pescatori Bozo ed i pastori Peul si incontravano
per commerciare; ora per le sue strade polverose si trovano anche
Bambara, Dogon, Tuaregh e Toucouleurs (ed il nome è tutto
un programma). Arriviamo proprio al crepuscolo. Scendiamo davanti
alla Misire Mosquee che di eleva sulla parte vecchia della città;
costruita nel 1935, sembra non essere di fango, come le altre moschee
dello stesso stile, solo la parte inferiore viene periodicamente
ricoperta di fango. Poi percorriamo il ponte che attraversa la palude
e passiamo alla città nuova e al porto dove le pinasses e
le piroghe stanno facendo ritorno dopo la pesca. Si scarica il pesce
appena pescato, la legna trovata nel fiume ed anche il sale arrivato
da Timbuctu; tutto attorno direttamente sulla spiaggia è
una mescolanza disordinata di bancarelle che vendono di tutto: legna,
terracotte, calebasse, vestiti, stuoie, mobili, e più in
là sulla strada, anche la verdura e il cibo. Ma lo spettacolo
davvero unico è il tramonto sul fiume: ce lo godiamo tutto
durante il ritorno a piedi all'hotel: i colori si scaldano, le ombre
si allungano e poi il sole “si tuffa” nelle acque fangose e a poco
a poco scompare.
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