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Viaggio a Cabo Verde

Un'arcipelago di isole che nascondono un fascino segreto, questo è Cabo Verde. Venite alla scoperta di queste isole distanti da noi solo poco più di 6 ore di volo. Dove tutto ha inizio, dove la gente vi accoglierà con calore. Dove il Sole splende ovunque. In queste isole trovate tutto: mare, spiagge, deserto, montagne... Ma sopratutto della gente dal cuore grande. Scoprite con noi l'avventura di Marina a Cabo Verde.

12 -19 agosto 2006 Sal - Cabo Verde: una terra, un sogno.


Roma, 20 agosto 2006

Soltanto oggi ho il tempo di scrivere qualcosa sul viaggio appena trascorso alle splendide isole di Capo Verde, dopo un pomeriggio occupato a fare lavatrici ed a mettere in ordine i ricordi ed i regali riportati in città. Ed ora sono qui, sul terrazzino di casa, intenta a godermi l’ora più bella del giorno, quella in cui il sole è tramontato ma c’è ancora luce. Un momento magico ma fugace, come tutte le cose belle, ivi compresa la gioventù.
Poiché la sintesi non è il mio forte, non so da che parte cominciare.
Forse conviene iniziare dalla compagnia: Gianluca, mio marito, grande amore della mia vita, compagno di cammino e di croce, nonché due mie colleghe molto care, con le quali avevo già condiviso, per fortunata casualità, svariati viaggi ben riusciti. Dopo qualche incertezza ed indecisione, e dietro mia insistenza, le mie due amiche hanno deciso di condividere quest’avventura capoverdiana insieme a noi.
Abbiamo dormito in due stanze doppie al Djadsal Holiday Club, ma non sono in grado di raccontare alcunché sull’attività di animazione del villaggio in quanto siamo quasi sempre stati all’esterno. Quello che posso dire è che si mangia piuttosto bene, tenuto conto che siamo andati durante la settimana di ferragosto e che il cuoco ha dovuto cucinare per circa 600 persone. Inoltre, la struttura dispone di una spiaggia meravigliosa e di una bella piscina di acqua salata, piuttosto affollata, dato il periodo. Le camere in cui eravamo alloggiati fanno parte di un corpo centrale e sono fornite di aria condizionata. Ho sentito dire che i bungalow ne sono sprovvisti e ciò forse rende preferibile la nostra scelta, in verità obbligata, in quanto erano le ultime camere disponibili. Devo peraltro precisare, in tutta sincerità, che prima facie la maggior parte degli ospiti presenti a ferragosto sembrava coltivare interessi piuttosto differenti dai nostri e ciò ci ha fortemente orientati verso l’esterno.
Sal è un’isola affascinante. Ciò che colpisce immediatamente è l’uniformità del paesaggio assolutamente piatto, come appunto testimonia l’originario nome Ilha Lhana, che significa isola piana. L’attuale nome, Sal, fu ideato dai portoghesi e si riferisce alla produzione del sale, fiorente nell’ottocento e nei primi decenni del novecento, ma oggi del tutto abbandonata.
Il giorno in cui abbiamo noleggiato un fuoristrada –prediligendo una compagnia locale rispetto alla Avis o alla Hertz, avendo deciso di contribuire, seppur in microscopica parte, all’economia del luogo- abbiamo constatato, de visu, l’assoluta omogeneità del territorio, assolutamente brullo e pianeggiante.
La più bella spiaggia dell’isola si chiama Santa Maria dall’omonimo centro urbano, e si estende per circa dieci chilometri, sino a ad una punta, detta Punta Preta, ove due diverse correnti marine si incontrano creando un effetto ondoso davvero particolare, tanto da essere prediletto, durante la stagione secca, dai surfisti di tutto il mondo.

La passeggiata lungo la spiaggia è davvero piacevole: una volta abbandonati i villaggi e gli alberghi costruiti lungo la costa ci si inoltra in un territorio inesplorato e silenzioso, piccolo assaggio del deserto africano, ben più maestoso ed inquietante.
La sabbia è sottile e bianchissima: come aspetto esteriore ricorda quella delle Maldive. Diversa, invece, è la temperatura, arroventata nelle ore più calde.
Sal ha un’estensione assai modesta; la superficie totale misura 216 Kmq. Perciò, l’isola può agevolmente essere percorsa in un’unica giornata, non essendo necessario un tempo superiore.
Noi abbiamo visitato le calette più note: Calheta Funda, ove abbiamo raccolto alcune bellissime conchiglie fossili, Fontona, ove si trova un piccolo palmizio, rara gemma verde in un terreno brullo, piatto ed acre, nonché Buracona, ove si può ammirare una grotta marina dall’alto di un roccione. Qui, il riflesso della luce crea una macchia turchina nell’acqua cobalto, effetto ottico di forma simile ad un delfino, che i locali chiamano “l’occhio del diavolo”.

Quando mi sono affacciata dal precipizio mi sono ricordata di una frase di Perez-Reverte ne “La tavola fiamminga”: “quando guardi dall’orlo l’abisso, non sai che l’abisso sta guardando te”. Una citazione dell’affascinante protagonista del libro mentre confessa i suoi misfatti.
Verso sera, dopo una piccola sosta al ridente porticciolo di Palmeira
ed uno spuntino in un ristorante creolo nella cittadina di Espargos nei pressi dell’aeroporto, siamo giunti alle meravigliose saline di Pedra de Lume che hanno la particolarità di estendersi nel cratere di un vulcano spento. Si tratta di un paesaggio irreale, indescrivibile a parole: potrebbe far parte di un sogno.
Anzitutto un cenno sul villaggio: Pedra de Lume è un piccolo borgo costituito da poche casupole costruite in riva al mare, ove giocano a qualsiasi ora del giorno e della sera bimbetti creoli che si divertono con un pallone o con un copertone di un camion. Oggi nessun ragazzino occidentale potrebbe oggi essere pago di così poco e capace di divertirsi con giochi così modesti, ma questo è un effetto necessario del consumismo, che, talvolta, sembra uccidere la felicità. Ove il progresso sociale fosse accompagnato da un identico progresso spirituale ed interiore, forse saremmo tutti più sereni, ma questa non è la sede per una barbosa disquisizione sociologica, che, del resto, non sono in grado di fare.

Inerpicandosi per poche centinaia di metri su uno sterrato, si giunge al cratere del vulcano a cui si accede attraverso un tunnel scavato nella roccia. Nel secolo scorso era fiorente la produzione di sale, tanto che lungo la strada esterna al vulcano è ancora visibile l’antica teleferica, interamente costruita in legno, utilizzata per trasportare il prezioso prodotto.

L’interno del vulcano è un luogo suggestivo ed affascinante: qui la roccia ed il terreno assumono le colorazioni dal verde al bianco, dal rosa al blu. Nel cratere vi sono grandi campi di sale e piccoli laghetti ove albergano simpatici uccelletti dal busto grasso e le gambe lunge e secche.
Poiché siamo arrivati verso le cinque di sera mentre la massa dei turisti stava andando via (l’unico punto di ristoro, con docce, chiude alle 17,30), siamo rimasti soli, con l’unica compagnia di un capoverdiano che svolgeva le funzioni di guardiano.
Le pendici del cratere sono costellate, a tratti, da fazzoletti di vegetazione verde smeraldo che contende il territorio alle distese di sale. In uno dei laghetti vi è un particolare tipo di fango che sembra abbia proprietà dimagranti miracolose. Le mie amiche ed io, attratte dalle fantasmagoriche proprietà estetiche e terapeutiche, ci siamo subito cosparse di questo limo che, in realtà, non so se fosse così efficace visto che il guardiano, poi, ci ha indicato un luogo di prelievo ben lontano da quello da noi prescelto.
Comunque sia, io, completamente ricoperta di un fango nerissimo, che ha stentato ad essiccarsi per un tempo infinitamente lungo, ho deciso di allontanarmi dagli altri, per fare una passeggiata in perfetta solitudine, in un silenzio irreale. Nessuna traccia umana, né visiva né sonora, solo il lieve rumore del vento. E lì, sola e quasi mimetizzata nell’ambiente circostante, ho percepito la forte energia che pervade quel luogo -forse dovuta al rivolgimento magmatico sottostante, o forse ad altro- simile a Stonhenge, a Castel del Monte, a Mileto, in Turchia. Lentamente, con questa nuova consapevolezza, sono tornata dagli altri, spinta anche dal desiderio di comunicare loro la mia percezione, che non so se sia stata condivisa.
Poco dopo ci siamo “lavati” alla bella e meglio in una gora salmastra, per poi andare a fare il bagno nel lago salato per eccellenza: 10 volte più salato del Mar Morto e 25 volte più salato dell’oceano. Naturalmente si galleggiava e l’acqua era calda e di colore rosa cupo. Il guardiano ci ha spiegato che la cromaticità del bacino dipende dai minerali presenti sul fondo, peraltro interamente ricoperto di sale, tanto da rendere imprescindibile l’uso di ciabatte di gomma.
Dopo una mezzora di ammollo che ci ha reso euforici, -evidentemente speravamo nel miracolo estetico- siamo saliti al punto di ristoro, ove abbiamo constatato, con orrore, che le docce erano state chiuse. La scoperta ci è parsa ferale, in considerazione della fanghiglia salata appiccicatasi sulla pelle. Ma il guardiano, vero angelo nero del cratere, ci ha consigliato di provare un lavandino sito all’esterno, sul retro della costruzione. Dal rubinetto, come per incanto, è uscito un rigagnolo di acqua dolce, che ci ha reso felici come se si trattasse del più prezioso degli ori. E così, in francescana letizia, ci siamo sciacquate un po’ le braccia e le gambe, sentendoci rinate (Gianluca aveva sdegnosamente disprezzato il rivolo, pentendosene poi).
Col sole basso nel cielo siamo tornati alla macchina per intraprendere la via del ritorno, in uno stato di innamoramento per questa terra bellissima, per l’amicizia che ci unisce, e i generale, per la vita.

In questo momento, mentre scrivo sul terrazzo, è ormai buio e sento suonare la campana di Santa Maria Maggiore: sono le nove di sera. Ricordo che a quest’ora, quando avevo studio a Colle Oppio, mi imponevo di chiudere i fascicoli a cui stavo lavorando, sentendo il richiamo del campanone. Una nostalgia repentinamente mi coglie, ma sono consapevole che ora ho un nuovo lavoro, soddisfacente, e che quella è una porta chiusa per sempre.
Ma torniamo al viaggio a Capo Verde. Il quindici agosto mattina mio marito ed io abbiamo affittato due ciclomotori (prediligendo sempre un esercizio commerciale locale piuttosto che una milionaria impresa internazionale) per andare ad assistere ad una processione e ad una festa popolare nel villaggio di Preda de Lume. Le mie colleghe, invece, avevano deciso di partecipare ad una escursione in caicco organizzata dall’albergo.
Sulla spiaggia di Pedra de Lume era stato costruito un piccolo palco ed approntate alcune baracchette per la vendita di cibo e vivande.
Dopo una preparazione infinita, caratterizzata da una spasmodica cura per ogni più piccolo particolare, è iniziata la celebrazione della Messa, allietata da un simpatico coro di ragazzi locali. Io mi sono sistemata sotto una tettoia e mi sono fatta dare il foglietto dei canti. Poiché le melodie erano semplici e la lingua “possibile”, ho subito cominciato a cantare sommessamente insieme ai presenti, suscitando il sorriso stupito dei vicini. Tutto sommato credo fossero contenti di questa mia partecipazione attiva, come dimostra il fatto che al momento dello scambio della pace tutti volevano stringermi la mano.

La devozione di questa gente è toccante: era tangibile anche durante la processione ove ero l’unica occidentale, eccezion fatta per tre-quattro portoghesi. Anch’io, ovviamente, ho partecipato ed ho cercato di fare esattamente ciò che facevano gli altri, ivi compreso il bacio ad una statuetta di una Madonnina (che ho dato, vincendo uno stupido senso di vergogna). Siamo poi arrivati alla chiesetta ove sono state recitate altre preghiere che non ho compreso.

Alla fine mi sembrava di essere una di loro: ho salutato tutti e scambiato qualche parola con i più anziani, nei limiti della reciproca comprensione. A Capo Verde, infatti, la maggior parte delle persone conosce l’italiano. Gianluca mi sorvegliava da lontano, sorridente e pago della mia contentezza.
La sera del 15 agosto ci siamo ricongiunti alle mie amiche, tornate soddisfatte dalla gita in caicco, non immaginando che di lì a poco avremmo vissuto un’esperienza irripetibile.
Infatti, dopo cena ci siamo recati in un luogo disabitato vicino al mare, assieme ad un gruppetto di persone capitanato da una guida capoverdiana. Lì abbiamo visto una tartaruga che deponeva le uova.

Avrà fatto una quindicina di uova, piccole come palline da ping pong, bianche e perfettamente tonde. Quando l’abbiamo incontrata lei aveva già scavato una buca, larga ma poco profonda e vi si era accovacciata; ha poi deposto le uova con grande fatica ed ha infine ricoperto le palline con la sabbia, servendosi delle zampe posteriori. Così, le ha nascoste e reso invisibili a sguardi indiscreti. Poco dopo è ritornata in mare.
Detto così, può sembrare un fatto assolutamente banale, un racconto salottiero da sfoggiare al ritorno dalle vacanze, ma, in realtà è stata un’esperienza straordinaria ed indimenticabile.
Era una notte stellata e senza luna: ci siamo inoltrati su strade sterrate e poco conosciute della deserta Sal per giungere in un luogo ove una giovane tartaruga (avrà avuto 25 anni, ci hanno detto), ha assicurato la continuità della sua antichissima specie millenaria. Per poi tornare verso ciò che per lei è la madre delle madri: il mare immenso ed accogliente.
E se per caso quelle fragili uova dovessero sopravvivere agli elementi o al calpestio causale di qualche turista di passaggio, esse dovrebbero schiudersi intorno al 30 settembre 2006, poiché, come ci è stato riferito, esse “dormono” per circa 45 giorni, prima di aprirsi. Dovrò incontrarmi, la sera del 30 settembre con i miei compagni di viaggio, per brindare e festeggiare l’avvenimento: la nascita di quindici piccole tartarughe, figlie della careta che, con sforzi inenarrabili ed in completa solitudine (a parte un fastidioso gruppo di umani della cui compagnia avrebbe fatto volentieri a meno), ha dato loro la vita in una notte di mezza estate. E non appena la tartaruga ha deposto l’ultimo uovo, quando ormai esausta stava provvedendo alla mimetizzazione dei luoghi, ho potuto scorgere in lontananza i bagliori e le stelle luccicanti dei fuochi d’artificio di ferragosto, che mentalmente ho dedicato a lei.

Boavista
Il 17 agosto abbiamo partecipato ad un’escursione organizzata dall’equipe del villaggio all’isola di Boavista. In verità, avevamo già prenotato il volo per nostro conto, ma ci siamo resi conto che avremmo speso una cifra identica o superiore (aereo, taxi sino all’aeroporto, noleggio autovettura a Boavista) con maggiore stress. Nelle gite organizzate purtroppo si perde un po’ il senso autentico del territorio, ma quando si ha una sola settimana a disposizione talvolta è inevitabile appoggiarsi ad una struttura, anche in considerazione di tutte le cose siamo riusciti a fare per nostro conto.
Dopo un quarto d’ora di volo siamo giunti a questa isola dalla forma tondeggiante, più vicina all’Africa dell’arcipelago e più selvaggia e solitaria.
Appena scesi dall’aereo ci siamo subito resi conto che il paesaggio di Boavista non è uniforme e piatto come quello di Sal, bensì ondulato e cangiante, persino verde per qualche tratto.
In sostanza, il territorio appare molto variegato: vi è il deserto di Viana, all’interno, composto da sabbia bianchissima e sempre fresca al tatto come quella maldiviana (dicono sia di origine corallina ma più probabilmente è sabbia sahariana portata dai venti del vicino continente); vi è poi una parte rocciosa formata da pietre e massi rossicci di tipo lavico, nel bel mezzo dei quali può incontrarsi una solitaria capretta o una chiesetta; vi sono spiagge incontaminate e spettacolari, come quella di Santa Monica (o Corallinho) che è la più bella che io abbia mai visto; superiore persino a quella di Cote D’Or alle Seichelles.

Santa Monica, che deve il nome alla somiglianza con la località californiana, è una distesa infinita di sabbia bianchissima, corallina (questa sicuramente sì), a ridosso della quale si vede una sorta di savana verdeggiante e ancora più indietro le colline rocciose.
L’acqua del mare ha il colore dello smeraldo e le onde sono molto altre. Il giorno in cui siamo stati là, il mare era talmente forte che strappava i costumi e buttava le persone per terra. L’onda inghiottiva ogni cosa, e tutto copriva ed oscurava: una curiosa sensazione di oblio e di annullamento, anche se di pochi istanti.
Dopo aver fatto il bagno la guida ci ha portato ad un magnifico resort ove abbiamo mangiato. Si chiama “Parque das Dunas” ed è raffinatissimo: ci tornerei molto volentieri. Lì ho scambiato qualche parola con una signora di una certa età, sola, che doveva essere vedova: a vederla sembrava equilibrata e pacata. Ho pensato che l’aver deciso di venire senza compagnia sino a Capo Verde costituiva un coraggioso attacco alla solitudine. Per questa ragione mi era simpatica.
Prima di tornare a Sal la guida ci ha portato nella cittadina principale di Boavista, Sal Rei, per farci visitare un negozio di artigianato di sua proprietà.
Io ho preferito sedermi in piazza, sotto un albero, nei pressi del quale c’era una ragazzina sola, isolata rispetto agli altri bimbetti. Aveva una gamba ricoperta da un panno sporco e poco dopo che mi ero seduta mi ha indicato il suo piede. Sicché mi sono avvicinata ed ho constatato che aveva la gamba ricoperta da pustole rotondeggianti, forse causate, voglio sperare, da ferite non curate e non disinfettate o da morsicature di qualche animale. Le ho domandato in italiano cosa le fosse successo, e lei mi ha detto una parola che non ho capito, ripetendola più volte. Era chiaro, comunque, che non riusciva a camminare con facilità, ed aveva quello sguardo mesto dell’umanità o degli animali indifesi che vengono colpiti da disgrazie repentine senza esserne colpevoli.
Io ho fatto quello che potevo: praticamente nulla. Le ho regalato una decina di caramelle e l’ho salutata soffiandole un bacino da lontano; a quel punto quell’angioletto serio ha lievemente increspato le labbra in un accenno di sorriso, pur continuando a guardarmi con occhi tristi.

Possa questo piccolo fiore guarire al più presto, per tornare a saltellare e giocare insieme ai suoi fratelli.

In definitiva posso dire che Capo verde è un luogo affascinante che merita senz’altro una visita. La popolazione è cordiale e gentile, anche se fiera, e quasi tutti parlano italiano. Sui senegalesi residenti, invece, in questa sede, preferisco astenermi da ogni giudizio.
Inoltre vi è una musica strepitosa, fatta di ritmi e di percussioni tutti creoli. Inutile dire che i capoverdiani sono ottimi ballerini, come testimonia un bel murales all’aeroporto di Sal: la prima immagine che si vede sbarcando dall’aereo.

Conviene partire per Capo Verde durante la stagione umida, che va da giugno a settembre: tanto non piove mai, se non per cinque minuti, e non tira il vento forte caratteristico del periodo secco. Un vento talmente violento che alza i mulinelli di sabbia ed impedisce alle biciclette di camminare.
Vento moderato c’è anche nella stagione cd. umida, che –secondo la mia personale valutazione- è da preferire, a meno che non si ami il surf. E chiudo gli occhi, fantasticando sull’immagine di surfisti di tutto il mondo che volano sulle onde di Punta Preta.

Ancora immersa in questo sogno chiudo anche il mio piccolo diario; ci sarà un nuovo taccuino di viaggio da annotare, se Dio vorrà.

Marina B.


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